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Quanto a me, cuore mio, batti pur su,
Ch'io ti do poco retta.
Ebbi una volta un pendolo a cucù
Dentro la sua cassetta;
E lo tenevo in camera; ma, quando
Mi rompeva insolente
I sonni giovanili, io bestemmiando
Molto liricamente
Scaraventavo al vigile scortese
Due classici latini,
Seneca e Fedro, ristampa olandese
De gli in usum Delphini.
Strideva come protestando, e poi
Il pendolo taceva:
Io, ripigliato sonno, ancora voi,
Miei colli, rivedeva,
Miei dolci colli, ove tra' lauri move
L'arte serena l'orme,
Ove Lionardo vide il sole ed ove
Il mio fratello dorme.
Dorme anzi sera, e dorme a lungo e solo:
Aulisce il biancospino
Intorno al cimitero, e ferma il volo
Cantando un cardellino.
Ma poi svegliàti, o confidente cuore,
Lavoravam di buono,
Ed al cucù pe 'l fluttuar de l'ore
Rassettavamo il suono.
Questa è, vecchio mio cuor, la vecchia storia,
Far, disfare, rifare:
Per l'ozio, per la fame o per la gloria,
È tutto un lavorare.
È un lavorare faticoso e pazzo
Da pentirsene un giorno.
Ecco, a metterti in versi io mi strapazzo,
E non m'importa un corno
De le tue smorfie, o a la grand'arte pura
Vil muscolo nocivo;
Ma non so a quanti versi do la stura,
E vedrò dove arrivo.