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Il poeta barcolla e ha il capo grosso:
L'ulcere del suo core
Ei mette in mostra, come un nastro rosso
De la legion d'onore.
– Quest'ulcera è al suo punto, ei dice, e questa
Mi dee nobilitare.
L'asinità de la vil gente onesta
Si sgroppi a lavorare.
Noi angeletti de' liberi amori,
Noi liriche farfalle
Create a svolazzar su' cavolfiori
E lambirne le palle,
Oggi al secol del ferro e del carbone
Mutati in calabroni
Con l'assenzio facciam la reazione,
E sputiamo i polmoni.
Così, feriti al cuor, figli de l'arte,
Siamo privilegiati:
Dal facchinaggio uman stiamo in disparte
Noi, sublimi ammalati.
Nostro lavoro è di portare in petto
La question sociale.
O contemplazion del lazzaretto!
Datemi un serviziale..
Un serviziale rosso. Il contadino
Bea ne la maledetta
Risaia l'acqua marcia: io bevo il vino
Per far la sua vendetta.
Canti sol chi la voce ha cavernosa,
E pèste a la salute!
Fiutate qua, canaglia vigorosa,
Quest'ulcera che pute. –
Così urla, al mattin scialbo, su 'l canto
D'una sudicia via;
E tosse e rece fuor del petto affranto
Vino, tabe, elegia;
E l'asino, che vien, de l'ortolano
Lo fiuta con dimesso
L'orecchio, e pensa – O idealismo umano,
Affógati in un cesso. –