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By Gian Giorgio Trissino

La bella Donna a cui donaste il cuore,

la qual fu sì cortese,

che per sì caro don vi diè se stessa,

hor che novellamente al Cielo è gita,

sciolta da quella spoglia

che fu rifugio e Sol de gli occhi vostri,

si volge a dietro, e sente il duro pianto

che si fa in terra, onde suspira e dice:

— È questo il lacrimar del mio Signore?

Queste parole accese

son pur la voce che nel cuor m'è impressa?

Egli si lagna de la mia partita,

la qual par che discioglia

tutto quel ben che havea da gli occhi nostri.

Certo m'incresce del suo pianger, tanto

che talhor non mi lascia esser felice.

Per me li parli e lo conforti Amore,

le cui parole intese

forse fien più che s'io parlasse istessa,

e dicali: — Signor, quell'altra vita

del suo voler non spoglia

la cara Donna tua, benché no 'l mostri;

se non dimori al suo bel viso a canto,

pur hai dentr'al suo cuor ferma radice.

Sapi com'ella giunse a l'ultim'hore,

in cui le membra offese

devea lasciare e la sua spoglia oppressa,

non ti vedendo, si restò smarrita,

che con più fredda voglia

giva e men lieta a li superni chiostri.

Quest'unico disio turbolla alquanto,

poi fece come quel che si ridice.

E disse: — Forse per minor dolore

il Cielo a lui contese

veder con gli occhi la mia morte expressa,

che men grave le fia l'haverla audita.

Ma tu (perché la doglia

del tuo Signor col tuo gioir non giostri,

e toglia il Cielo a te luogo sì santo)

non disiar quel che veder non lice —.

Poi detto questo, l'alma uscì di fuore,

tornando al suo paese

con la beltà che 'l ciel gli havea concessa,

e quell'altra mortal fu qui compita;

qual fior da la sua foglia

svelto, che 'l bel color più non dimostri,

così depose il suo terrestre manto,

e lasciò il mondo misero e infelice.

Dunque, Signor, se per lo vostro ardore

il suo morir v'offese

tanto che 'l pianger vostro unqua non cessa,

pensate come ella è nel ciel gradita;

e se desir v'invoglia

di sua belleza, oprate i cari inchiostri,

e celebrate lei con dolce canto,

che fu sola fra noi vera Fenice.

Tanto fia bello il celebrarla, quanto

il sempre lacrimarla si disdice —.