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By Gian Giorgio Trissino

Signor, che fosti eternamente eletto

nel consiglio divin, per il governo

de la sua stanca e travagliata Nave,

hor che novellamente quell'eterno

pensiero è giunto al disiato effetto,

et hai del mondo l'una e l'altra chiave,

se ben ti truovi in questo secol grave,

pien di discordie e di spietate offese,

non star di porti a l'honorate imprese,

per torre il giogo a tutto l'Oriente,

ch'a l'alto suo Clemente

ha riservato il Ciel sì largo honore,

per fare un sol ovile e un sol pastore.

Che chi ben mira, da che volse Iddio

col proprio sangue liberare il mondo,

e poi lasciare un suo Vicario in terra,

vedrà ch'a maggior huom non diede il pondo

di governare il Greggie amato e pio,

mentre che la mondana mandra il serra.

Questi hor tranquillo in pace et hor in guerra

vittorioso, sì saprà guidarlo,

che sarà fortunato; onde a lodarlo

s'extenderanno anchor tutte le lingue,

et e' (come huom ch'extingue

ogni altra voluptà) fia solo intento

ad haver cura del commesso armento.

Qual altro hebbe giamai terrestre impero,

che havesse le virtù simili a questo,

feroci in guerra e mansuete in pace?

Non fu il più giusto mai né 'l più modesto,

né 'l più giocondo insieme e 'l più severo,

né 'l più prudente anchor, né 'l più verace.

Ogni ben operar tanto li piace,

che giorno e notte ad altro mai non pensa.

E però Dio, che sua virtute immensa

nel principio del mondo antivedette,

volse l'opre più elette

a lui serbare, acciò che 'l mondo tutto

si possa rallegrar di sì bel frutto.

Dunque, Signor, poi che ne l'alto seggio

per Vicario di Dio seder ti truovi,

et hai la cura de la gente humana,

muovi 'l profondo tuo consilio, muovi,

e da la scabbia ria, ch'ognihor fa peggio,

l'infetta gente e misera risana.

Poi la grave discordia e l'inhumana

voglia de i dui gran Re, sì d'ira accesi,

che afflige Italia et altri be' paesi,

mitiga e spegni, con la tua grandeza.

Fa' che la lor fiereza,

e l'odio lor, si sparga contra quelli

ch'al nome di Iesù furon ribelli.

Che veramente la metà del sangue,

il qual s'è tratto fuor de i nostri petti,

per travagliare Italia in quindeci anni,

se fosse sparso in far salubri effetti

a l'infelice Grecia, ch'ognihor langue

in servitù, sarebbe fuor d'affanni.

E 'l tempo che s'è speso, in nostri danni,

sarebbe andato in mille belle lodi;

e fora in nostre man Belgrado e Rodi;

et altre terre assai che habbiam perdute;

e la nostra virtute

si saria mostra almen con tai nimici,

che 'n vita e morte ne faria felici.

Prendi, dunque, Signor, la bella impresa,

che t'ha serbato il Ciel mill'anni e mille

per la più gloriosa che mai fosse;

e certo al suon de l'honorate squille

si moverà l'Europa in tua difesa,

e farà l'armi insanguinate e rosse

del turco sangue; e pria vorrà che l'osse

restin di là, che la vittoria resti.

Non è da dubitar che Dio non presti

ogni favor a quel che ti destina.

Parmi che la ruina

de' Turchi posta sia ne le tue mani,

e 'l tor la Grecia da le man de' cani.

Veggio ne la mia mente il grave scempio

di quelle genti, e con vittoria grande

tornarsi lieto il mio Signore in Roma.

Veggio che fiori ogniun d'intorno spande;

veggio le spoglie opime andare al tempio;

veggio a molti di lauro ornar la chioma;

veggio legarsi in verso ogn'idioma

per celebrar sì gloriosi fatti;

veggio narrar sin le parole e gli atti

che si fer combattendo in quella parte;

io veggio empier le carte

del nome di Clemente; e veggio anchora

che 'n terra come Dio ciascun l'adora.

Se mai, Canzone, a quelle mani arrivi

che chiuder ponno e disserrare il Cielo,

lieva da la tua faccia il bianco velo,

e grida: — Signor mio, non star sospeso,

ma piglia questo peso,

poi ch'a tanta vittoria il Ciel ti chiama,

che lascerai nel mondo eterna fama —.