I
Era la notte ombrosa in ciascun loco
quïete agli animal ch'alberga in terra
doppo gli razzi del superno foco,
quand'io senti' la fiamma, onde s'atterra,
sfavillarmi nel petto d'amor crudo
di colei, che mi mosse or pace or guerra,
e vidimi nel foco essere ignudo
d'ogni aiuto fedel; e l'alma trista
nutriva la speranza, saldo scudo.
Allor m'aparve inanzi dalla vista
un uccel faretrato ardito e franco,
di ben mille color suo penna mista,
el qual si puose dal sinistro fianco
d'esto corpo mortal, misero, aflitto,
d'infiniti sospir pasciuto e stanco.
«Che giova il lagrimar senza profitto?
— cominciò, e con voce alta e soave
tal che atento mi fece al santo ditto —
Se tu vorrai che la possente chiave,
la qual io porto, snodi la catena
che ti par a portar cotanto grave,
o se vorrai temprar l'ardente pena,
vedendo a te benigno quel signore
che sospirando a morte agnor ti mena,
lèvati suso e vinci ogni dolore
colla virtù, che affaticata avanza
ogni vostro mortal, profondo errore».
Allor ripresi alquanto di baldanza
e benigno mi volsi al divo sole,
che diede al viver mio ferma speranza,
e cominciai: «Le tue sante parole
porgono al tristo cuor tanto conforto
che ripiglia valor, qual far si suole.
Se da contrarî venti il vero porto
si nega a' naviganti e 'l mar s'adira,
tal che contro non val governa accorto,
e, mentre tempestando il legno agira,
si leva un venticello e gonfia il velo
e dal torto camin franchi gli tira,
e come que' pel già posato cielo
stracchi da la difesa ognun s'aviva,
che per fortuna avea cangiato il pelo,
così quella favella altera e diva
dette franco vigor al corpo lasso,
qual dispetto con pianto ognor nutriva.
Onde con riverenzia, a capo basso
seguiterò le tue orme divine,
non curando montagne, o bosco, o sasso».
Allar mostrò le luce pellegrine
accese tutte in un soave riso,
ove il folle sperar già mai non fine.
Po' m'amunì che 'l mio guardar diviso
unque non fusse dal suo presto volo,
tenendo sempre al ciel levato il viso;
e colle penne insino al primo volo
levossi allora e poi drizzò il camino,
ond'io mossi, sperando, alegro e solo.
Mentre io seguiva el mio fatal destino,
radoppiando la fiamma e 'l fuoco acceso,
che notrir mi dovea, tristo e tapino,
vidi ne l'aier già esser sospeso
Cupido roteando, e gli occhi fissi
teneva in terra e nel calare inteso.
Chiuso nell'ale poi parve che gissi
per l'aer, fulgurando in quella parte
ave le forze sue volse sentissi.
Quivi per influenzia erano sparte
in pochi abitator l'ample virtuti,
ch'ebbe Mercurio, e l'eloquenzia e l'arte.
Poi che la guida ed io fummo venuti
nel luogo trïunfal, ove mi piacque
sentir del mio signar gli ultimi aiuti,
vidi fioriti colli e le dolce acque
surger intorno al dilettoso monte,
ove della mia stirpe el nome nacque;
e surger vidi dalla avversa fronte
due rivi in Appennino a piè del colle,
qua' nutricava un generoso fonte.
Natura trïunfar del mondo volle
quel ch'a man destra discendendo tolse
el nome, che Tiberio ancora estolle.
Da man sinistra il sopranome colse
Arno da Sarnia apresso a la colina,
ove in mille lacciuoli il cuor s'involse.
Crebbemi dentro un'amorosa spina
il luogo adorno e la dannosa gente,
che m'invitava alla fatal rapina.
Stavami sempre accesa nella mente
l'alta impromessa, ond'io gridai allora:
- Porgi a' prieghi, signor, l'urecchie intente:
poi che 'l mesto dolor tanto m'accora
ch'al grave mio martir non truovo scampo
e l'ardente mia fiamma cresce ognora,
qual fia il soccorso e 'l dilettoso campo
ch'aver dovevo, e questo dolce sito
che tempra il foco e l'amoroso vampo
e, come già ben puoi aver sentito,
radoppia il caldo e la bramosa voglia,
che m'ha in tanti sospir sempre nutrito?
Come adunque farò, ch'io non mi doglia
della tua fede e del superchio affanno,
che di vera quïete il cuor mi spoglia?
Ecco l'adorno loco; e senza inganno
temprar tu puoi la dispietata fera
e le durezze che nel cuor gli stanno.
L'alto tuo ingegno, in cui la mente spera,
adopra, qual facesti in grembo a Dido,
quando piegasti la sua fé sincera,
e qual facesti al doloroso grido
d'Adrïana, che Bacco accese e strinse
a farla degna di cotanto nido.
E come la tua forza ancor sospinse
Febo a seguir la ninfa insino al fiume,
ave di laür le suo membra cinse,
tale ora accendi il disïato lume,
sì che, dall'auro stral percosso e vinto,
senta la forza di sì degno acume.
E come il viso di pallor dipinto
ebbe Medea poi che Iason l'accese,
sì che fé del suo sangue il mondo tinto,
simil l'alte tue fiamme in lei discese
senta, onde, in vista impalidita e smorta,
vendetta vegga di cotante offese.
Tanto il dolor ne l'ira mi traporta
ch'ancor direi, se non ch'altronde spero
giusta mercé dalla tua mente accorta».
Vinto Cupido dal parlar altero,
sorrise risguardando in quelle ville,
ov'era il mio signor tanto severo;
e coll'orato stral quelle tranquille
luci turbò, spirando in lei la fiamma
che l'alma accende d'immortal faville.
Il cuor, che nel pensier sempre rinfiamma,
sentì la piaga, e il generoso sangue
consumava languendo a dramma a dramma.
E come, dal disio commosso, un angue
rapido cerca spegner l'alta brama,
né già mai nel furor posando langue,
l'impeto ardente a così degna trama
simil la trasse; and'io senti' el diletto
dentro da l'alma dolorosa e grama.
Poi con mille sospir congiunsi il petto
colla leggiadra ninfa e in terra giacqui,
per impir l'alto e disïato affetto.
Raccontar non porrei quanto gli piacqui,
finché lassù giacemmo in su quell'erba,
ove poi più che prima a lei dispiacqui.
Qui la fiera selvaggia, aspra e superba
rinovar cominciò l'antico stile,
che la vita mi fé cotanto acerba.
Lasso! ch'io vidi il cuor già fatto umìle,
acceso in fiamma ancor più che non lice,
sentir la forza del piombato astile.
E quanto mi pareva esser felice
po' ch'adopiammo il dissolubil nodo,
tanto dolente or esser mi condice.
«Amor, la forza e il dispiatato frodo,
che fatto m'ha', a lamentar m'invita,
e l'alto sdegno per lo qual mi rodo.
Ma pria ch'io venga alla dolente vita
dirò degli altri per dolore spenti,
tanta pietade in te vider smarita.
Filide ancor si duol de' tardi e lenti
passi di Demofon, sì che conversa,
piangendo, mostra gli amorosi stenti.
Fedra, da poi che la fortuna avversa
d'Ipolito sentì, se stessa danna
di morte dolorosa, aspra e perversa.
Silla Minos del suo amor condanna
esser indegna, onde l'uccel rapace
per la giusta ira nel fuggir l'affanna.
Biblide a l'acque lagrimando giace
co' crini sparsi, e duolsi del fratello
che non si piega all'amorosa face.
Ifis, ch'è vinto dal maligno e fello
amor, quale Anasarte ancor non cura,
pendette inanzi a l'infelice ostello.
Ecco per doglia le sue membra indura,
onde Narcisso l'ombra al fonte geme,
che dal soave amplesso agnor si fura.
Ahi, falso Amor, perché cotanto preme
l'aspra tua fiamma e la tua gran durezza,
per cui venir conviensi all'ore estreme?
Raccontar ben vorrei quanta fermezza
in te si truova e quant'è frale e vana
tua fede, tua speranza e tua dolcezza;
ma, perch'io sento la mia mente insana
già vacillar per la futura morte,
la qual mi par non sia troppo lontana,
partir conviemmi e lagrimar sì forte
ch'a pietà muova il ciel, a cui s'aspetta
aver mercé di sì malvagia sorte».
Mentre ch'io parlo e che 'l dolor m'affretta
alla giusta partita, inanzi scorsi
una donna venir tutta soletta;
poi che di me ed io di lei m'accorsi,
ella parlò con un soave accento,
onde tristi sospir dal cuor levorsi:
«Pietà mi muove al tuo aspro tormento
trovar soccorso, e ciò ben far vorria
coll'alte forze che nell'erbe sento.
Io son la ninfa grazïosa e pia
ch'amai Ulisse e Pico, a cui fu' cruda
perché dal nastro amor chiesto fuggia.
E perché brieve nel mio dir conchiuda,
io son severa a chi amar perdona
l'amante, di pietà spogliata e gnuda.
Segui adunque la dea che 'l ciel ti dona
per degna guida al tuo tristo languire,
mentre la voglia nel venir ti sprona».
«Poi che nel tuo cospetto il mio martire
par per vera virtù trovar mercede,
— rispuosi a Circe — e' mi convien seguire».
Ella m'intese e dal sinistro pede
spogliata entrò ne' luoghi oscuri e foschi,
ove l'erbe a cercar china si diede.
Quivi raccolse più di mille toschi
di radici e di fior, fin che la luna
lume stillò ne' dolorosi boschi.
Poi urlar cominciò per l'aier bruna;
diversi canti, orribili sospiri,
pianti, mugghi, latrari insieme auna.
«Che pur pensando nel pensier t'agiri?
— disse la dea — Del sol brieve fia 'l tempo
ch'averan fine i tuoi lunghi desiri.
Vedi le stelle, ch'al turbato tempo
fanno splendor, sì che facciàn ritorno
mentre ch'è atta la stagione e 'l tempo».
Ragiunto avea la luna ogni suo corno
quando tornammo, e lei non volle intrare
dentro alle porte di quel luogo adorno.
Quivi di cera a lei vidi creare
simil forma alla ninfa, cui non calse
del fuoco, a cui già mai potti restare;
e sparse l'acque simulate e false
del fonte, che, da poi passato è l'onda,
indrieto ritornar unque si valse.
Tre volte poscia quell'altra circonda
di tre fila diverse, e fé tre nodi
ch'ogni somma potenzia in tre gioconda.
L'immagin volse a' simiglianti modi
e l'erbe messe in sulla fiamma accesa,
l'erbe che vincon gli amorosi frodi.
Spesse volte la luna esser offesa
si vede per la forza, e stare i fiumi;
né sa, né puossi contro usar diffesa.
Cominciò poi sopra gli ardenti fumi:
«Proserpina, ch'al centro etterna regni,
vinto Pluton da' generosi lumi,
Aletto, che nutrir sempre t'ingegni,
Discordia, e voi sorelle, che vendetta
fate in inferno de' celesti sdegni,
Minos per cui giustizia al fin s'aspetta,
Caron che l'ombre navigando passi
e cacci indrieto qualunque s'affretta,
Cerber, che' luoghi tenebrosi e bassi
guardi da' spirti ch'innumati al sonno
vengon da' corpi consumati e lassi,
poi che l'erbe per sé guarir non ponno
la fiamma di costui, vi chiamo in versi,
pe' qual da luogo a luogo immoti vonno.
Questi cantando, per la selva spersi
Pico e' compagni, e feci il tempo oscuro
e in più di mille forme gli conversi.
Solvete il nodo inviluppato e duro,
spengasi il foco e il dispiatato sdegno,
sì che viva d'amore omai sicuro!»
Volse mostrar natura il vero segno
della mia libertade e la gran forza
che gli dei hanno del terrestre regno.
E quando il foco le radici sforza
superando l'amor, vidi 'n quell'ochi,
non so per qual virtù, la fiamma smorza;
e senti' spirti, ch'ululando rochi
dicean: «Rimanti, ché finita è l'opra
c'ha in te spento gli amorosi fuochi!»
Mentre che Circe nel gittar s'adopra
all'acque il cener, subito mi parse
il cielo aperto e l'emisper di sopra,
e quella fiamma, che gran tempo m'arse,
volar là dentro, e far serene e belle
l'alte cose del cielo. E la dea sparse,
ed io rimasi a contemplar le stelle.