I

By Giovanni Roselli

Era la notte ombrosa in ciascun loco

quïete agli animal ch'alberga in terra

doppo gli razzi del superno foco,

quand'io senti' la fiamma, onde s'atterra,

sfavillarmi nel petto d'amor crudo

di colei, che mi mosse or pace or guerra,

e vidimi nel foco essere ignudo

d'ogni aiuto fedel; e l'alma trista

nutriva la speranza, saldo scudo.

Allor m'aparve inanzi dalla vista

un uccel faretrato ardito e franco,

di ben mille color suo penna mista,

el qual si puose dal sinistro fianco

d'esto corpo mortal, misero, aflitto,

d'infiniti sospir pasciuto e stanco.

«Che giova il lagrimar senza profitto?

— cominciò, e con voce alta e soave

tal che atento mi fece al santo ditto —

Se tu vorrai che la possente chiave,

la qual io porto, snodi la catena

che ti par a portar cotanto grave,

o se vorrai temprar l'ardente pena,

vedendo a te benigno quel signore

che sospirando a morte agnor ti mena,

lèvati suso e vinci ogni dolore

colla virtù, che affaticata avanza

ogni vostro mortal, profondo errore».

Allor ripresi alquanto di baldanza

e benigno mi volsi al divo sole,

che diede al viver mio ferma speranza,

e cominciai: «Le tue sante parole

porgono al tristo cuor tanto conforto

che ripiglia valor, qual far si suole.

Se da contrarî venti il vero porto

si nega a' naviganti e 'l mar s'adira,

tal che contro non val governa accorto,

e, mentre tempestando il legno agira,

si leva un venticello e gonfia il velo

e dal torto camin franchi gli tira,

e come que' pel già posato cielo

stracchi da la difesa ognun s'aviva,

che per fortuna avea cangiato il pelo,

così quella favella altera e diva

dette franco vigor al corpo lasso,

qual dispetto con pianto ognor nutriva.

Onde con riverenzia, a capo basso

seguiterò le tue orme divine,

non curando montagne, o bosco, o sasso».

Allar mostrò le luce pellegrine

accese tutte in un soave riso,

ove il folle sperar già mai non fine.

Po' m'amunì che 'l mio guardar diviso

unque non fusse dal suo presto volo,

tenendo sempre al ciel levato il viso;

e colle penne insino al primo volo

levossi allora e poi drizzò il camino,

ond'io mossi, sperando, alegro e solo.

Mentre io seguiva el mio fatal destino,

radoppiando la fiamma e 'l fuoco acceso,

che notrir mi dovea, tristo e tapino,

vidi ne l'aier già esser sospeso

Cupido roteando, e gli occhi fissi

teneva in terra e nel calare inteso.

Chiuso nell'ale poi parve che gissi

per l'aer, fulgurando in quella parte

ave le forze sue volse sentissi.

Quivi per influenzia erano sparte

in pochi abitator l'ample virtuti,

ch'ebbe Mercurio, e l'eloquenzia e l'arte.

Poi che la guida ed io fummo venuti

nel luogo trïunfal, ove mi piacque

sentir del mio signar gli ultimi aiuti,

vidi fioriti colli e le dolce acque

surger intorno al dilettoso monte,

ove della mia stirpe el nome nacque;

e surger vidi dalla avversa fronte

due rivi in Appennino a piè del colle,

qua' nutricava un generoso fonte.

Natura trïunfar del mondo volle

quel ch'a man destra discendendo tolse

el nome, che Tiberio ancora estolle.

Da man sinistra il sopranome colse

Arno da Sarnia apresso a la colina,

ove in mille lacciuoli il cuor s'involse.

Crebbemi dentro un'amorosa spina

il luogo adorno e la dannosa gente,

che m'invitava alla fatal rapina.

Stavami sempre accesa nella mente

l'alta impromessa, ond'io gridai allora:

- Porgi a' prieghi, signor, l'urecchie intente:

poi che 'l mesto dolor tanto m'accora

ch'al grave mio martir non truovo scampo

e l'ardente mia fiamma cresce ognora,

qual fia il soccorso e 'l dilettoso campo

ch'aver dovevo, e questo dolce sito

che tempra il foco e l'amoroso vampo

e, come già ben puoi aver sentito,

radoppia il caldo e la bramosa voglia,

che m'ha in tanti sospir sempre nutrito?

Come adunque farò, ch'io non mi doglia

della tua fede e del superchio affanno,

che di vera quïete il cuor mi spoglia?

Ecco l'adorno loco; e senza inganno

temprar tu puoi la dispietata fera

e le durezze che nel cuor gli stanno.

L'alto tuo ingegno, in cui la mente spera,

adopra, qual facesti in grembo a Dido,

quando piegasti la sua fé sincera,

e qual facesti al doloroso grido

d'Adrïana, che Bacco accese e strinse

a farla degna di cotanto nido.

E come la tua forza ancor sospinse

Febo a seguir la ninfa insino al fiume,

ave di laür le suo membra cinse,

tale ora accendi il disïato lume,

sì che, dall'auro stral percosso e vinto,

senta la forza di sì degno acume.

E come il viso di pallor dipinto

ebbe Medea poi che Iason l'accese,

sì che fé del suo sangue il mondo tinto,

simil l'alte tue fiamme in lei discese

senta, onde, in vista impalidita e smorta,

vendetta vegga di cotante offese.

Tanto il dolor ne l'ira mi traporta

ch'ancor direi, se non ch'altronde spero

giusta mercé dalla tua mente accorta».

Vinto Cupido dal parlar altero,

sorrise risguardando in quelle ville,

ov'era il mio signor tanto severo;

e coll'orato stral quelle tranquille

luci turbò, spirando in lei la fiamma

che l'alma accende d'immortal faville.

Il cuor, che nel pensier sempre rinfiamma,

sentì la piaga, e il generoso sangue

consumava languendo a dramma a dramma.

E come, dal disio commosso, un angue

rapido cerca spegner l'alta brama,

né già mai nel furor posando langue,

l'impeto ardente a così degna trama

simil la trasse; and'io senti' el diletto

dentro da l'alma dolorosa e grama.

Poi con mille sospir congiunsi il petto

colla leggiadra ninfa e in terra giacqui,

per impir l'alto e disïato affetto.

Raccontar non porrei quanto gli piacqui,

finché lassù giacemmo in su quell'erba,

ove poi più che prima a lei dispiacqui.

Qui la fiera selvaggia, aspra e superba

rinovar cominciò l'antico stile,

che la vita mi fé cotanto acerba.

Lasso! ch'io vidi il cuor già fatto umìle,

acceso in fiamma ancor più che non lice,

sentir la forza del piombato astile.

E quanto mi pareva esser felice

po' ch'adopiammo il dissolubil nodo,

tanto dolente or esser mi condice.

«Amor, la forza e il dispiatato frodo,

che fatto m'ha', a lamentar m'invita,

e l'alto sdegno per lo qual mi rodo.

Ma pria ch'io venga alla dolente vita

dirò degli altri per dolore spenti,

tanta pietade in te vider smarita.

Filide ancor si duol de' tardi e lenti

passi di Demofon, sì che conversa,

piangendo, mostra gli amorosi stenti.

Fedra, da poi che la fortuna avversa

d'Ipolito sentì, se stessa danna

di morte dolorosa, aspra e perversa.

Silla Minos del suo amor condanna

esser indegna, onde l'uccel rapace

per la giusta ira nel fuggir l'affanna.

Biblide a l'acque lagrimando giace

co' crini sparsi, e duolsi del fratello

che non si piega all'amorosa face.

Ifis, ch'è vinto dal maligno e fello

amor, quale Anasarte ancor non cura,

pendette inanzi a l'infelice ostello.

Ecco per doglia le sue membra indura,

onde Narcisso l'ombra al fonte geme,

che dal soave amplesso agnor si fura.

Ahi, falso Amor, perché cotanto preme

l'aspra tua fiamma e la tua gran durezza,

per cui venir conviensi all'ore estreme?

Raccontar ben vorrei quanta fermezza

in te si truova e quant'è frale e vana

tua fede, tua speranza e tua dolcezza;

ma, perch'io sento la mia mente insana

già vacillar per la futura morte,

la qual mi par non sia troppo lontana,

partir conviemmi e lagrimar sì forte

ch'a pietà muova il ciel, a cui s'aspetta

aver mercé di sì malvagia sorte».

Mentre ch'io parlo e che 'l dolor m'affretta

alla giusta partita, inanzi scorsi

una donna venir tutta soletta;

poi che di me ed io di lei m'accorsi,

ella parlò con un soave accento,

onde tristi sospir dal cuor levorsi:

«Pietà mi muove al tuo aspro tormento

trovar soccorso, e ciò ben far vorria

coll'alte forze che nell'erbe sento.

Io son la ninfa grazïosa e pia

ch'amai Ulisse e Pico, a cui fu' cruda

perché dal nastro amor chiesto fuggia.

E perché brieve nel mio dir conchiuda,

io son severa a chi amar perdona

l'amante, di pietà spogliata e gnuda.

Segui adunque la dea che 'l ciel ti dona

per degna guida al tuo tristo languire,

mentre la voglia nel venir ti sprona».

«Poi che nel tuo cospetto il mio martire

par per vera virtù trovar mercede,

— rispuosi a Circe — e' mi convien seguire».

Ella m'intese e dal sinistro pede

spogliata entrò ne' luoghi oscuri e foschi,

ove l'erbe a cercar china si diede.

Quivi raccolse più di mille toschi

di radici e di fior, fin che la luna

lume stillò ne' dolorosi boschi.

Poi urlar cominciò per l'aier bruna;

diversi canti, orribili sospiri,

pianti, mugghi, latrari insieme auna.

«Che pur pensando nel pensier t'agiri?

— disse la dea — Del sol brieve fia 'l tempo

ch'averan fine i tuoi lunghi desiri.

Vedi le stelle, ch'al turbato tempo

fanno splendor, sì che facciàn ritorno

mentre ch'è atta la stagione e 'l tempo».

Ragiunto avea la luna ogni suo corno

quando tornammo, e lei non volle intrare

dentro alle porte di quel luogo adorno.

Quivi di cera a lei vidi creare

simil forma alla ninfa, cui non calse

del fuoco, a cui già mai potti restare;

e sparse l'acque simulate e false

del fonte, che, da poi passato è l'onda,

indrieto ritornar unque si valse.

Tre volte poscia quell'altra circonda

di tre fila diverse, e fé tre nodi

ch'ogni somma potenzia in tre gioconda.

L'immagin volse a' simiglianti modi

e l'erbe messe in sulla fiamma accesa,

l'erbe che vincon gli amorosi frodi.

Spesse volte la luna esser offesa

si vede per la forza, e stare i fiumi;

né sa, né puossi contro usar diffesa.

Cominciò poi sopra gli ardenti fumi:

«Proserpina, ch'al centro etterna regni,

vinto Pluton da' generosi lumi,

Aletto, che nutrir sempre t'ingegni,

Discordia, e voi sorelle, che vendetta

fate in inferno de' celesti sdegni,

Minos per cui giustizia al fin s'aspetta,

Caron che l'ombre navigando passi

e cacci indrieto qualunque s'affretta,

Cerber, che' luoghi tenebrosi e bassi

guardi da' spirti ch'innumati al sonno

vengon da' corpi consumati e lassi,

poi che l'erbe per sé guarir non ponno

la fiamma di costui, vi chiamo in versi,

pe' qual da luogo a luogo immoti vonno.

Questi cantando, per la selva spersi

Pico e' compagni, e feci il tempo oscuro

e in più di mille forme gli conversi.

Solvete il nodo inviluppato e duro,

spengasi il foco e il dispiatato sdegno,

sì che viva d'amore omai sicuro!»

Volse mostrar natura il vero segno

della mia libertade e la gran forza

che gli dei hanno del terrestre regno.

E quando il foco le radici sforza

superando l'amor, vidi 'n quell'ochi,

non so per qual virtù, la fiamma smorza;

e senti' spirti, ch'ululando rochi

dicean: «Rimanti, ché finita è l'opra

c'ha in te spento gli amorosi fuochi!»

Mentre che Circe nel gittar s'adopra

all'acque il cener, subito mi parse

il cielo aperto e l'emisper di sopra,

e quella fiamma, che gran tempo m'arse,

volar là dentro, e far serene e belle

l'alte cose del cielo. E la dea sparse,

ed io rimasi a contemplar le stelle.