I
Nel tempo che Firenze era contenta
di riposarsi in grembo a Ugenio quarto
con quel florido onor che 'l ciel presenta,
piacque al suo santo stato far diparto
e stabilì di Bologna la stanza,
per poste scritte divulgato e sparto.
La Signoria, ch'avea allor possanza,
con umiltà a' santi piè n'andâro
con ogni reverenza ed onoranza,
e quanto fu possibil supplicâro
degnassi consecrare il lor bel fiore,
Santa Maria, ché Fior la titolâro,
a Dio la gloria e di tal madre onore
e fama etterna di suo santitate
e per più divozion del peccatore.
Ancor gli ricordâr con caritate
per Dio riguardo avessi alla suo vita
per la salute di cristianitate,
ché qui si conoscea chiara e spedita
la rüina d'Italia, s'alcun male
sopragiugnesse per cotal partita.
Rispuose pronto al verbo principale
esser grato dator di tanto dono,
quant'è consegrazion propria papale.
Il sicondo parlar suo santo e buono
conosce fatto di duo cuori un core,
e però temavam del suo abbandono.
Soggiunse: «Iddio, de' pastori el pastore,
provedé sempre alla sua pura sposa,
ché disperso non sia suo santo onore».
Qui fece punto con silenzio e posa,
la Signoria molte grazie rendendo
di sì alta risposta e grazïosa.
La quarantana entrò, marzo giugnendo,
ch'era il suo dì del termine a partire
e prolungollo, il miglior conoscendo.
Per questo travalcar, in corte un dire
si levò suso: «E' pasceria l'agnello
prima che del bel cerchio e' voglia uscire».
Al promesso mister sì alto e bello
nostro signor Ugenio il tempo colse,
e l'anno e 'l mese e 'l dì, proprio a pennello.
Nostra Donna di marzo scelse e volse,
in cui s'anunziò tanta virtute
ch'a profonda umiltà colpe disciolse.
Tre cose principal fùro adempiute:
el bel nome del tempio e gli anni presi
e 'l dì festivo di nostra salute.
Erano a divozion gli animi accesi,
di Lazer la domenica aspettando,
che vi concorse ancor bontà de' mesi.
Vennesi el degno giorno approssimando.
El Comun fatto avea creare un ponte
da corte al Duomo a nobiltà guardando.
Furon le suo misure chiare e pronte,
ché novecento braccia ebbe lunghezza,
sospeso due e quattro largo in fronte;
le sponde un braccio e, per più gentilezza,
di se' braccia in se' braccia avea colonne
circundate di mirto otto d'altezza.
Veder nuovo Parnaso o Eliconne
dove già incoronârsi in poesia,
tanto laüro e mirto qui mostronne,
parea maravigliosa fantasia
veder quel magno ponte tant'ornato
di panni, arazzi a nuova leggiadria.
Era sopra 'l ciel suo poi divisato
d'azzurro e bianco su' arme papale
con drappellon pendenti d'ogni lato.
Quant'e' fusse apparecchio trïonfale
lascione il grido alle nazion del mondo
che fùr presenti e vidonne il segnale,
i fiorentin paesi a tondo a tondo
tutti commossi venendo a vedere
l'essere e 'l fare e 'l dir di tutto 'l mondo.
Prima la Signoria fatto ha sapere
tre di sicuro ognun venir potesse,
liber da ogni danno e dispiacere;
e perché degnità più s'accrescesse,
molti prigion di carcer liberâro,
donando a Dio lor colpe grave e spesse.
Già terza si vedea scolpita chiaro,
quando le cirimonie e' sacri ufizi
per l'Orsin cardinal si riposâro.
Cominciò 'l papa allor più santi indizi,
quando, pontificalmente parato,
giunsono a corte i costretti patrizi.
Qui v'era di San Pier tutto lo stato,
non così proprio alla spiritüale
come già fu in suo grazia dotato.
Ed eravi pomposo il temporale:
ambasciate di re, duchi e signori,
insino alla maggiore imperïale.
Allora Ugenio con que' sacri onori
mosse i suo santi piedi in ver di quella
Santa Maria, ch'è fior di tutti e fiori.
Volò su per le strade la novella:
«El papa vien!» Ciascun vuol sollevarsi
reverente a veder cosa sì bella.
Facea suo santo aspetto a rimirarsi
proprio comparazion al paradiso,
tanto ineffabil venne a dimostrarsi.
Passò per San Giovanni e, quivi fiso,
rimirò l'ornamento e maraviglia
d'un'anticaglia in piè di tanto aviso.
Po' giunto al magno Duomo, ove si piglia
sulle prime scalee l'entrar maggiore,
discese lui e suo santa famiglia.
Qui v'era di Firenze il grande onore
de' maggior cittadin inginocchiati;
reverenti, accettâr nostro Signore;
e' passò là con que' signor prelati,
e risguardando del tempio l'altezza
e la lunghezza sua d'ambedua e lati.
Po', giunto ove consiste ogni bellezza,
fra tre cupole in croce è 'n mezzo l'una,
che 'l mondo parla della suo grandezza.
Di queste tre nasce ancor di ciascuna
cinque cappelle, onde quindici altari
circundano il maggior della tribuna.
Le braccia sua, a far gl'ingegni chiari,
settantotto negli angoli è 'l suo vano,
centocinquanta è alta, ornata e pari.
Nel mezzo era sospeso in sur un piano
un rilevato altare, e da man dritta
sede 'l santo Pontefice romano.
La calca era sì grande e tanto fitta
che farie commendare il bel trovato
del ponte, a schifar via mortal trafitta.
Già era l'ora e l'ordin preparato
per dar cavalleria al Davanzati;
perdon sopraceleste infuso è dato.
Quattro onor singulari appresentati
furon al degno titol di milizia,
per far quest'uom, tra gli altri trïonfati,
tenere in man gonfalon di giustizia
nel più bel tempio ch'abbino e cristiani;
di man del papa, il dì di gran letizia,
fu fatto cavalier, che' senni umani
porrieno immaginar tal nobiltate,
se non che i cieli a ciò puoser le mani.
Simili onori e maggior degnitate
vidi in un altro, a patria tanto caro
ch'el chiamò degno d'immortalitate;
s'i' taccio il nome, i ciel lo publicâro
per la suo carità maravigliosa,
co' tal trïonfo lo rimpatrïaro.
La messa sì solenne e glorïosa
monsignor di San Marco incominciata
l'avea, ché toccò a lui sì degna cosa,
con quelle sacre cerimon cantata
che meritava il dì, loco e cagione:
non più solenne mai fu celebrata.
Così finì questa consegrazione
per man di papa Ugenio preallegato
col suggel della sua benedizione.
A corte ritornossi accompagnato,
adorato dal popol padre santo,
e quel benedicendo umile e grato;
al novel cavalier drieto l'ammanto
facea tener per fiorentina gloria,
che s'aspetta allo 'mperio far cotanto.
Gìunto ove posa suo santa memoria,
ciascun lodando le suo grazie sparte,
partîrsi lieti d'eccelsa vittoria,
rimembrando le cose a parte a parte.