I
Nel trentasette,il dì primo di maggio,
ero in sul letto mio per accidente,
e venivo pensando al grande oltraggio
che fé nel trentatré la falsa gente
della mia patria, a torto e a peccato,
a Cosimo e al fratel prencipalmente.
In tal pensier mi fui adormentato,
ma poco stetti, ché due santi intorno
mi fùr con riso, ed ebbonmi svegliato.
«Noi siàn venuti per darti il buon giorno,
perché di ciò tu ne facci un sermone,
che si intenda per tutto col tuo corno,
e per lor principal consolazione
noi ci partiàn dal lor padre Giovanni,
assunto in cielo alla nostra magione.
Già impetrammo dal Re degli alti scanni
che possin far la nostra festa ogn'anno
dentro a Firenze, liberi da 'nganni.
E stù ben miri, quand'ebbono inganno,
fêr prima nostra festa in atto umano,
ed a rifarla tornoron l'altr'anno.
Sappi che no' siam Cosimo e Damiano,
divoti a' sopradetti, sì che noi
dinanzi al buon Gesù per lor preghiamo.
E per tua terra i gran meriti suoi,
di chiese e di spedali e di ben tanti
che 'nanzi al passio simil fùro e poi.
Tornando allora, quanti mercatanti
hanno già sostenuti, che falliti
sarebbon con amari e crudi pianti!
Quante donzelle hanno avuti mariti
per loro aiuto! Vedov'e orfanelli
hanno cibati e di panni vestiti
cori, cappelle e altri luoghi belli!
Quanti pover terrieri e contadini
son fatti allegri, ch'eran tapinelli!
E nel tempo ch'egli erano a' confini
poteron ritornar per torte vie:
non vollon mai, come buon Fiorentini.
Non fan così molti c'han voglie rie;
anzi, per contentar lor apetito,
tornerien con la biscia o coll'arpie.
Ma lascia far, ché chi ha mal nel dito
e medicasi il capo, non s'avede
di sua ignoranza in fin ch'egli è perito.
E chi cerca il suo male, è gran merzede
ched e' lo truovi; e però non si doglia
chi perde l'alma per sua poca fede.
Sappi che la tua terra ognor si spoglia
d'invidia, d'avarizia e di superbia,
e d'unitate ogni dì più s'amoglia,
perché ha tagliata tutta la mala erba,
dico ribella; ma chi starà al segno,
d'aver grazia e speranza si riserba.
Quanto ben seguirà di tale sdegno!
perché 'l grande, mezzano e 'l piccolino
son ogni equali all'onorato regno:
popolo è ora e Comun fiorentino
uniti insieme, una corda tirando,
che fa star lieto el tuo conte d'Urbino;
come figliuolo e in suo raccomando
el giorno del Batista manda un segno
d'un ricco palio, la festa onorando.
E tutti gli altri, c'hanno di ciò sdegno,
scoppieranno ancora pe' lor fianchi,
non andando la cosa a lor disegno;
e molti in corto tempo saran bianchi,
ché non vedranno riuscir lor credenza,
e que' ch'eran gagliardi fieno stanchi.
Perché or dirai all'alma tua Fiorenza
che dieno al buon principio ottimo fine,
ché ricôr possa la buona semenza.
Tornar vogliamo alle sedie divine,
da poi che no' t'abbiàn tratto di lutto;
rimani in pace». Questo fu lor fine.
Io mi levai per riscrivere il tutto.