II
Per far palese i tradimenti tuoi,
la tua gran crudeltà, la tua superba,
corpo pien di mal'erba
che fai di carne umana beccheria,
Vinegia, che l'altrui ti rubi e vuoi,
falsa, di te dirò blanda ed acerba
arca, che 'n sé riserba
avarizia, lussuria e simonia.
Empia, bugiarda e ria,
il ciel faccia di te nuovo Sagunto,
sì ch'io veggia consunto
il tuo malvagio e vario reggimento
in ferro, in fuoco e 'n vie maggior tormento.
Muovasi la giustizia del gran Giove,
ch'a' superbi resiste in ogni modo,
e di te faccia un nodo
nell'onde salse, venenosa pianta.
Tu se' colei in cui ognora piove
il maladetto vizio d'ogni frodo.
Che disonesto lodo
ti dai te stessa, chiamandoti santa!
Il tuo popol si vanta
che tu non usi le comuni leggi.
Con volontà ti reggi;
studi nell'Arcolan di Maumetto,
vivendo lieta dell'altrui difetto.
Quanti gran mal, quante cose nefande,
quante violenze e quante storsioni,
o piena di ladroni,
hai tu già fatte a tutti i tuoi vicini!
Questo per certo il ciel divolga, ispande
nel mondo, nello inferno fra i demoni
con dolenti sermoni.
Dicono i tuoi dannati cittadini:
«Mutar convien latini
Dante a Pisa, e quella 'nfamia tôrre
d'Ugolin conte e porre
Vinegia, vitupero delle genti
con letter d'or, non carboni spenti».
Non ti vergogni, salvatica fera,
arogante, bestial, piena di boria,
a riputarti in gloria
romper sì spesso, come fai, la fede?
Tu non usi parola che sia vera;
d'ogni tuo piccol caso fai gran storia,
lontra sanza memoria,
che si specchia nell'acqua e non si vede.
Tristo chi mai ti crede
a tue promesse o a salvocondotto!
Ché tu l'hai prima rotto
che sia rasciutto, sì come facesti
al padovan signor, che tu uccidesti.
Dimmi, proterva, publica omicida,
assai più che Neron, lo scelerato,
che inuman peccato
facesti strangolando quel signore
con due suo figli! onde ne piange e grida
qualunque di milizia è onorato.
Non fé tanto Torquato
in questa nostra Italia d'arme onore.
Cortese donatore,
magnanimo, a' benigni fu benigno
ed a' superbi arcigno,
pronto a' gran fatti con fé larga e cara,
messer Francesco Novel da Carrara.
Che specchio hai tolto all'italico regno!
che magnifica casa hai tu distrutta,
invidïosa putta,
che t'hai fatto uno idio e fai sua setta,
invidiosa città piana di sdegno,
d'un medesimo vizio lorda tutta!
Il tuo San Marco lutta,
perché quel sangue in ciel grida vendetta.
Ahi, terra maladetta,
spesso con tosco uccidi i tuoi reggenti!
Quant'hai di vita spenti
per prezzo d'oro, assassini di quadra,
laida, traditrice, ingorda e ladra?
Sogdoma non fé mai contro a natura
nel sesso masculin, come tu fai;
né già si vide mai
come facessi a un de' tuoi il dovere.
A' forestier ne dai morte aspra e dura
per mostrar giusti i tuoi bugiardi lai.
Così cogli altrui guai,
ipocrita valente, vuoi parere
buona al comun volere,
sol per mostrarti a la giustizia allegra.
S'a la pugna di Flegra
fulminò Giove i superbi gioganti,
fulmini te e tutti i tuoi abitanti.
Io vo' tacere di te omai, Vinegia,
lupa rapace, lusuriosa troia,
fin ch'io ti veggia a noia
ai cielo, al mondo, alla natura umana.
La tua volpina tana
fussi secca, sì com'io vidi a Chioggia,
quando ne fecion loggia
e franchi Genovesi; e questo basti,
ch'allor per fame tutta ti pelasti.