III

By Giuseppe Giusti

O merli tarpati

su su da piccini,

o galli potati

ad usum Delphini;

o gufi pennuti

dell'antro di Cacco,

o falchi pasciuti

del pubblico acciacco;

o nibbi vaganti

stecchiti di fame,

o corvi anelanti

al nostro carcame;

sparvieri, calate,

calate, avvoltoi;

pappate, pappate;

si scanna per voi:

ma intanto, brigata,

udite la strega

che dà l'imbeccata

al vostro collega.

— Che bisogna scansare i liberali,

i giovani d'ingegno, i mal veduti;

non chiacchierar di libri e di giornali,

come non visti mai né conosciuti;

chiuder l'animo a tutti e stare a sé,

so di buon luogo che lo sai da te.

Questo appartiene all'arte del non fare,

e in quest'arte sei vecchio e ti conosco;

e sarebbe, il volertela insegnare,

portar acqua alla fonte e legne al bosco;

ora all'ingegno tuo bene avviato

resta l'altra metà del noviziato.

Prima di tutto incurva la persona,

personifica in te la reverenza;

insàccati una giubba alla carlona,

e piglia per modello un'Eccellenza:

in questo caso l'abito fa il monaco,

e il muro si conosce dall'intonaco.

Piglia quel su e giù del saliscendi,

quell'occhio del ti vedo e non ti vedo;

quel tentennìo, non so se tu m'intendi,

che dice sì e no, credo e non credo;

e piglia quel sapor di dolce e forte,

che s'usa dal bargel fino alla corte.

Barba no, ci s'intende: un impiegato,

(cosa chiara, provata e naturale)

quanto più serba il muso di castrato,

tanto più entra in grazia al principale;

ma in questo, per piacere a chi conviene,

anco la mamma t'ha servito bene.

Non lasciar mai la predica e la messa,

e prega sempre Iddio vistosamente;

vacci nell'ora e nella panca stessa

del commissario, oppur del presidente;

anzi, di sentinella alla piletta,

dàgli, quand'entra, l'acqua benedetta.

Fatti introdurre, e vai sera per sera

da qualche scamonea fatto ministro;

e là, secondo l'indole e la cera,

muta strumento e gioca di registro:

se ti par aria da farci il buffone,

fallo, e diverti la conversazione;

se poi si gioca e si sta sulle sue,

chiappa le carte e fai da comodino.

Perdi alla brava, ingòzzati del bue,

doventa il Papa–sei del tavolino;

ché quando t'ha sbertato e pelacchiato,

ti salda il conto a spese dello Stato.

Fa di tenerlo in giorno, e raccapezza

la chiacchiera, la braca, il fattarello;

tutto ciò che si fa, da Su' Altezza

(per così dire) infino a Stenterello.

Sia l'ozio, il posto o la meschinità,

chi comanda è pettegolo, si sa.

Se il diavolo si dà che ti s'ammali,

visite, amico, visite e di molte:

metti sossopra medici, spaziali,

fa' quelle scale centomila volte;

piantagli un senapismo, una pecetta,

e, bisognando, vuota la seggetta.

Se l'omo guarirà, fattene bello:

se poi vedi che pèggiora e che muore,

a caso perso, bacia il chiavistello,

e lascia nelle peste il confessore.

Il morto giace, il vivo si dà pace,

e sempre s'appuntella al più capace.

Colle donne di casa abbi giudizio;

perché, credilo a me, ci puoi trovare

tanto una scala quanto un precipizio,

e bisogna saper barcamenare.

Tienle d'accordo, accàttane il suffragio;

ma prima di andar oltre, adagio Biagio.

Se avrà la moglie giovane, rispetto,

e rispetto alle serve e alle figliuole:

se l'ha vecchia, rimorchiala a braccetto,

servila, insomma fai quello che vuole:

oh le vecchie, le vecchie, amico mio,

portano chi le porta; e lo so io.

Occhio alla servitù venale e scaltra;

ungi la rota, e tienti sull'avviso

di non urtarla; una man lava l'altra,

suol dirsi, e tutte e due lavano il viso:

nel mondo va giocato a giova giova,

e specialmente se gatta ci cova.

Sempre e poi sempre un pubblico padrone

ha un servitore più padron di lui,

che suol fare alla roba del padrone

come a quella di tutti ha fatto lui;

se l'amico avrà il suo, con questo poi

sii pane e cacio, e datevi del voi.

Se mai nasce uno scandalo, un diverbio,

un tafferuglio in quella casa là,

acqua in bocca, e rammentati il proverbio:

molto sa chi non sa, se tacer sa:

a volte, in casa propria, un consigliere

pare una bestia, ma non s'ha a sapere.

In quanto a lodi poi, tira pur via;

incensa per diritto e per traverso;

loda l'ingegno loda la mattia,

loda l'imprese, loda il tempo perso:

quand'anco non vi sia capo né coda,

loda, torna a lodare, e poi riloda.

Pésca una dote e ridi del decoro

(della virtù, si sa, non ne discorro);

che se piacesse all'Eccellenze loro

d'appiccicarti un canchero, un camorro,

purché ti sia la pillola dorata,

beccala e non badare alla facciata.

Briga più che tu puoi: sta sull'intese;

piglia quel che vien vien, pur di servire:

ma chiedi, ché la botta che non chiese

non ebbe coda: e poi devi capire,

che non sorrette dai nostri bisogni

le loro autorità sarebber sogni.

L'animo d'un ministro, il mio e il tuo,

son press'a poco d'uno stesso intruglio:

dunque un nebbione che non fa sul suo,

e si può fare onor del sol di luglio,

nella sua dappocaggine pomposa,

è quando crede di poter qualcosa.

Non ti sgomenti quel mar di discorsi,

quel traccheggiar la grazia al caso estremo,

quel nuvolo di se, di ma, di forsi,

quel solito vedremo, penseremo...

eterno gergo, eterna pantomima

di queste zucche che tu vedi in cima.

Abbi per non saputo e per non visto

ogni mal garbo, ogni atto d'annoiato,

fingiti grullo, come Papa Sisto,

se ti preme di giungere al papato:

il dolce pioverà dopo l'amaro,

e l'importuno vincerà l'avaro —.

E Gingillino non intese a sordo

della volpe fatidica il ricordo.

Andò, si scappellò, s'inginocchiò,

si strisciò, si fregò, si strofinò,

e soleggiato, vagliato, stacciato,

abburattato da Erode a Pilato,

fatta e rifatta la storia medesima,

ricevuto il battesimo e la cresima

di vile e di furfante di tre cotte,

lo presero nel branco, e buona notte.

Qui, non potendosi

legare al collo

la grazia regia

col regio bollo,

a capo al letto

in un sacchetto

se l'inchiodò;

mattina e sera

questa preghiera

ci bestemmiò:

— Io credo nella Zecca onnipotente

e nel figliuolo suo detto Zecchino,

nella Cambiale, nel Conto corrente,

e nel Soldo uno e trino:

credo nel Motuproprio e nel Rescritto,

e nella Dinastia che mi tien ritto.

Credo nel Dazio e nell'Imposizione,

credo nella Gabella e nel Catasto;

nella docilità del mio groppone,

nella greppia e nel basto:

e con tanto di core attacco il voto

sempre al santo del giorno che riscuoto.

Spero così d'andarmene là là,

o su su fino all'ultimo scalino,

di strappare un cencin di nobiltà,

di ficcarmi al casino,

e di morire in Depositeria

colla croce all'occhiello, e così sia —.