III

By Anselmo Calderoni

Principe glorïoso e terzo duca

di Mediolano, e conte di Pavia,

o Filippo Maria,

piacciati d'ascoltate el mio mandato.

e tu disii che tua fama reluca

nel secul nostro, fa' che vinchi pria,

ed ogni opra tua sia

giusta, prudente, e ragion dal tuo lato;

speranza, fede e carità in tuo stato,

insieme con fortezza e temperanza,

se non ch'avrai mancanza

per sotto colpa del non bon consiglio,

che t'ha fatto pigliar rissa col giglio.

Tu sai, signor, quando volesti pace

con quell'alma città capitolasti

e insieme t'accordasti

di quel che d'ogni parte era salute.

Ella te gli osservò come verace

e chiuse gli occhi fin che racquistasti

Lombardia, e discacciasti

quei ch'eran verso te mortal ferute;

poi, per aver tue glorie più compiute,

di Genova facesti el grande acquisto,

ch'infino allor fu visto

che ogni poco aiuto che gli davano

le cose innanzi mai non passavano.

Ma, volendo osservar loro impromesse,

non volsero a ciò mai dare audienzia,

non avendo temenzia

che tu passassi il proibito confino.

Allor vedendo tue gente già messe

ne' luoci di Romagna con violenzia,

fu lor senza fallenzia,

volendo tu pigliare altro camino.

Allora il magno popul fiorentino,

perché lor libertà non sia oppressata,

l'han sì forte abracciata,

ch'io temo avanti che pace si scopra

che non sia per Italia una mala opra.

Da poi che di Romagna avesti gloria,

e preso e vinto ch'era tuo avversaro,

dovevi far riparo

che' capi tuoi non prendessero audacia

che ti fêr danno in eternal memoria;

da poi che 'l fatto assai li fu discaro

quando con pianto amaro

e' fecer di Gradara una tal strazia.

Però ti priego, s'è tua voglia sazia,

da poi c'hai dimostrata tua possanza,

che questo sia bastanza;

ora per lo tuo onore io ti ricordo:

Braccio finì pel suo volere ingordo.

E s'io alquanto nel parlar mi scaldo,

follo, caro signor, perch'è devuto,

ch'io ne sono tenuto

ricordare ai signor onore e bene.

Così giurai quando fui fatto araldo;

dico sarebbe a Dio maggiore aiuto

mandar campo compiuto

ogni anno a l'infideli, e dar lor pene.

Tu tien d'Italia le maggior catene;

deh, sta' contento a tua bella Ligura,

e di lei prendi cura,

e fratello a due posse, ché più pregia

d'ogni altra Italia, Fiorenza e Vinegia.

— Canzon, fatta con pura e bona fé,

ti movi e va' dal sopradetto prence,

perch'io ho ferma spè

che lui ti metterà a essecuzione.

Dì con bona intenzione:

«A te mi manda Anselmo fiorentino,

miles araldo del Conte d'Urbino».