III

By Antonio di Meglio

Sopr'un bel verde colle,

che d'un folto boschetto

portava grillandetta,

stanco e per sudor bagnato e molle,

cacciando, mi trovai tutto soletto

quasi qual parte a mio riposo eletta.

Ventilava le frondi una aüretta

gentil, dolce e süave,

che m'era un refrigerio ai caldi sensi:

su pei bei rami udiènsi

pietose e vaghe note d'augelletti,

che 'n lor dolci versetti

parean mostrar quanto 'l disio sia grave,

che accesi gli have, — e tutti in lor tenore

parean cantar: «Mercé, soccorri, Amore!»

Abondante ruscello

dove le mani e 'l volto

bagnai, quivi in mezzo era,

che tutte erbe rinfresca e 'n fiumicello

chiar si converte, insieme poi raccolto,

e parte discendendo. In tal maniera

ridea da tutte parti primavera:

rose, fior, violette

odorifer facean tutto quel loco.

Io ascoltava a gioco

dell'acque il dolce sòno e mormorio,

che 'l faretrato iddio

chiaman diresti; e fiori e l'altre erbette

paren costrette — agli atti, uscendo fuore,

a voler dir: «Mercé, soccorri, Amore!»

Il ciel sereno e lieto,

l'aier chiaro e pulito

doppia porgean vaghezza

agli occhi miei, e già 'l corpo, quïeto

e del passato affanno in sé redito,

indicibil gustava ivi dolcezza;

e facien già in me qual chi s'avezza

in coro o in iscuole

seguitar l'armonia dell'altrui voci

e mie spirti veloci,

che, quanto udien, seguire erano intenti,

sì grati e sì contenti

che sol che ben ridir non so mi duole.

Queste parole — sentivo nel core

dette da lor: «Mercé, soccorri, Amore!»

Certo non voce umana,

né d'animal terreno

fu quel ch'io senti' quivi,

tal che pensai sarebbe qui Dïana

con quelle ninfe che, cacciando, gièno

pria rinfrescate nelli chiari rivi,

come si dice; ma pure scolpivi

che la voce predetta

principiò, cantando, uman parlare,

lo qual mi fece assai maravigliare,

perché dentro da quello era lamento

d'amoroso tormento,

composto in forma d'una canzonetta,

dico perfetta. — E 'l prio fu con fervore

verso ch'io udi': «Mercé, soccorri, Amore!»

Giovinetta parea

pei sussequenti versi

lagnarsi di suo danno

ché 'nfiammata d'Amor tempo perdea,

di Fortuna biasmando i casi aversi,

ch'un suo amante togliele a torto e 'nganno.

Io feci quasi come li più fanno,

che, oltre a udir, vedere

voglion la cosa che diletta e piace,

ricco tesor di libertate in pace,

che mi fu tolto allor da' raggi santi

di chi m'apparve avanti

agli occhi, sì che 'l cor per gran piacere,

oltre a dovere, — in esso acceso or muore,

chiamando pur: «Mercé, soccorri, Amore!»

Se ninfa o dea fu questa

non so, ma fuor del cielo

non nascon sì belle opre:

succinta, scalza, in bianca, sottil vesta,

tal che scolpiasi quasi qual per velo

qual parte donna sotto el vestir copre.

Pulito dardo in la sua destra, e sopre

l'omer l'avea appoggiato;

e in aria al vento i capei d'or volanti

le si vedea e, con altier sembianti

volta ver me, mirommi in atto acervo,

tal che temei che 'n cervo,

quale Ateon, m'avesse trasformato,

sempre poi stato — in sì fatto tremore,

chiamando: «Ohimè, mercé, soccorri, Amore!»

Poi che partìe, cantando,

canzon, come tu sai,

pel trovarmi sdegnosa

in forsi e di mio esser dubitando,

quivi lasciommi e non tornò già mai

dov'or l'aspetto di veder pietosa;

né mi daran fronde, erbe oramai posa,

cantar d'augelli o chiare

fresche acque, o odorifer fior ch'i' veggia,

né so che altro mi domandi o cheggia

a te, se non che dove amanti truovi

di star con lor ti giovi,

ch'i' mi rimango al bosco ad aspettare

d'umil tornar — vedere il bel cantore,

che mi fa dir: «Mercé, soccorri, Amore!»