IV
S'i' non volessi più oltre seguire
e volessi lasciar questo parlare,
mi converrè far fine a questo dire;
ma perch'i' 'ntendo volerti contare
ben ogni parte che quivi si truova,
al suo altare mi vo' cominciare
dove a udirmi tu farai la pruova.
Egli è in questo altar, com'udirai,
gran quantità di gioie; quivi si truova
tante che credo ne vedessi mai
né tu, né altri che queste non sa
quante son quelle che son pur asai.
E' v'è di gioie sì gran quantità
tante che credo no·ne sia in Levante
quante son quelle, né di tal bontà;
e oltre a queste, n'ha San Marco tante
intro le man' de' suo procuratori
che dur sarebe a dirle tutte quante.
Ha questa chiesa tanti uficiatori
di giachi e preti da cantar la messa
e di calonaci e d'altri cantori.
A dirti l'adorneze ch'è in essa
d'organi e croci, altari e sagrestia,
di paramenti che bisogna a essa,
in ciò non mi vo' dar più ricadia;
ma, stu se' savio, el puo' ben stimare
ciò che bisogna a tanta chericia.
In questa chiesa no·vo' più istare,
ma i' ti vo' contare un'altra parte
ch'è di più nobiltà, a non fallare:
sopra la porta è messo con tant'arte
quatro cavai di bronzo sì ben fatti
ch'altri che Pulicreto v'ebe parte.
Tutti son ben di maestrevol' atti,
formati che si vede ogni fazione
ch'ognun di maraviglia par che schiatti;
di sopra a questi è fatto con ragione
un sì bell'arco con tante figure
di belle storie con discrezïone.
E poi di sopra pur è in su le mure,
intorno a questa chiesa in su la cima,
più archivòlti con belle fatture
di marmi con fogliami a grande stima,
con più profeti e santi figurati,
fatti con grande ingegno e sotil lima.
E po' più oltre convien che tu guati
infra du' archi e un campaniletto
dov'è più santi di marmo intagliati;
dentro a cciascun v'è un pulito e netto
ch'è di grandeza d'un om sì ben fatti
che d'ogni condizion mostran l'efetto:
sì ben son lavorati e con buon' atti
che chi lli guarda fisso paion vivi
e sono schietti e non con imbratti.
È anco appresso questi, e non pur ivi,
uno in sul canto, che non è piggiore,
che per contarlo qui convien ch'i' scrivi:
di tutti gli altri non è più magiore,
ed èvi dentro l'agnol Gabriello
con una campana che suona l'ore.
Da l'altro canto un altro più bello
dov'è la nostra donna Anunzïata,
che s'inginochia al salutar di quello.
È questa chiesa tutta intornïata
di più colone che son di più sorte
e lle suo mura son tutte fasciata
di proferiti e di pietre più forte
e serpentine in tole e chi ritondo,
e sue entrate son per cinque porte.
La suo coverta è tutta di piombo
sì bene aconcia che ma' non trapassa
per piove l'acqua, ma vassene al fondo;
in sulla piaza va dov'è più bassa
ove fondato in terra son tre piere
– per dirizarvi antenne sì si lassa –
sulle quali si stende tre bandiere
con un San Marco d'òr, tante reali
che a vederle paion molto altiere.
E a tutte le feste principali
queste bandiere in piaza stanno stese,
che di belleze tutte sono uguali,
a dimostrar che dimolto paese
Vinegia regge per mare e per terra,
perc'hanno vinte tutte loro imprese.
E pochi son ch'a costor faccian guerra
che non rimanga suo stato disfatto,
ch'ogni possanza somettono a terra.
Or e' convengono aver sì buon patto
co' lor nimici che ma' più si scherza
perché puniscon quelli al primo tratto:
sì aspramente menan la lor ferza
sopra e nimici lor che ma' più voglia
non viene a lloro a giungere a la terza.
D'ogni possanza costor sì dispoglia
el lor nimico, chi dà loro impaccio,
sicché convien che viva con gran doglia.
Ah, quanti sono stati presi al laccio
c'hanno voluto pugnar con costoro!
Se tu nol sai, ed io bene el saccio,
perc'ho veduto la fin di coloro
c'hanno voluto con costor pugnare,
che hanno perso uomini e tesoro,
ché contro a lloro niun non po' durare
per la possanza c'ha tal Signoria:
sicché con lor non si vuol contastare.
Qui vo' lasciare questa fantasia
e dir più altre cose naturale,
per seguir oltre alla voglia mia;
e vômi ritornar sopra 'l Canale
Grande, che parte per mezo la terra,
dove ti conterò cose reale.
Questo canale, se 'l mio dir non erra,
va per Vinegia di lungheza un miglio:
andar per barca ché a ppié fa guerra.
A dirti suo adorneza dò di piglio,
com'egli è fatto e com'è sitüato:
per dirti tutto mia mente asottiglio.
Ha molte case belle da l'un lato,
da Sant'Antonio al ponte della piaza,
dove San Marco è tutto abitato
di belle abitazioni, e non ti spiaza,
ed èvi moltitudine d'artieri
e chiese e di spedal', ch'ognun procaza
di mantener suo vita volentieri.
Su questa fondamenta ch'i' ti dico
chi fa lasagne e chi vende bichieri
e molt'altr'arte ch'i' non ti riprìco,
ch'a mentovarle mi saria tedioso,
sicch'a non dirle non mi curo un fico.
Questo canale è sempre copïoso
di molte coche di sì gran' portate
che a narrarle tutte già non oso,
che stanno a questa riva sì legate,
mentre che dura tutta la vernata,
e po' si parton quando vien la state
e vanno a lor vïagio a la fïata
a primavera, batezato la croce:
ciascuna in punto è molto ben armata.
Ver è ch'alcuna volta in sulla foce
del porto di Vinegia, ch'è sì basso,
toccano in terra a chi va veloce.
I' non vo' che tu creda ch'i' sia lasso
a racontarti la gran quantitade
di coche e di navili d'altro passo:
più che sesanta coche di portade
da cencinquanta botti insino a mille
sono in Vinegia, in buona veritade,
oltre a' navil' di taglio e llor tranquille
e naviliotti e barche e gripperie,
che son fatti in Vinegia e d'altre ville,
che vanno a più vïaggi e d'altre vie.
Chi va in Puglia, in la Marca e d'Albania
chi porta olio, formenti e valonie;
altre portan formaggi e Romania
e molte portan ceneri e cotoni,
che vengon di Levante e di Sorìa.
El numer d'essi non vo' che tu poni
che faccin l'anno una volta el vïaggio,
ché falleresti tutte tuo ragioni.
Ma se tu se' in ciò pratico e saggio,
de' ben pensare la gran quantità
che vien di Candia, malvagìe e formaggio;
e stu sapessi ben la verità
di quel che vien di Levante e Sorìa,
filati e boccaccin' la qualità,
oltre al gran numer delle spezeria
che si conduce di quelle contrade
nol può stimare la tuo fantasia.
Ma ora i' ti vo' dir la veritade
di sei armate di galie grosse,
che vanno ogni anno in diverse contrade.
La prima armata che di quelle è mosse
cinque galie tra Bruge e Inghilterra
di quatrocento botti l'una è posse;
queste circundan, se 'l mio dir non erra,
gran quantità del mondo in ogni parte
insino al cavo di finibus terra!
Di là con tempo queste si diparte,
per passare el pilleggio della baga,
ove bisogna a loro aver molt'arte.
E giunti a Brugge, prestano una paga
ad ogni galïotto e balestriere,
ch'a far buon tempo ciaschedun si daga.
Sun queste navica ogni forestiere,
purché dian loro buono invïamento
ciascun patrone el fa volentiere.
Non portan queste fusciare né vento,
ma tutte carche son di spezerie
di gran valuta, se nel dir non mento:
loro investite e lor mercatantìe,
panni di lane e quantità di stagni,
lane francesche e altre mercerie.
Non vo' ch'a dir dell'altre tu ti lagni
e lasceremo star queste di Fiandra,
che 'n altri mari convien che si bagni,
e conteren di quelle d'Allessandra,
perché son tre che portan tanto avere
ch'a caricarle ciaschedun trasandra.
Quel ch'elle portan sì è, al mio parere,
tanti ducati e peze d'arïento:
quando io penso n'ho gran dispiacere
a udir la fatica e 'l grande stento
che hanno e mercatanti viniziani
da' que' mastini c'han poco argomento,
Mori malvagi assai piggior' che cani,
che no·lli basta dar frasche per oro
e sempre al vender si mostrano strani.
Tutte mercatantìe che han costoro
per lor ducati da que' Saracini
son pepe e gengiovi ched e' dànno loro.
Alcuna volta avièn che que' mastini
si dànno perle e gioie e chi balasci,
zucheri, ìndaghi, aloe e verzini.
Or vo' che tal vïaggio tu sì lasci
e conteren di quelle da Baruti
che di più spezerie fanno gran' fasci.
E altri odori convien che tu fiuti,
ché dir non ti potria le gran' riccheze
che portan queste di drappi e veluti,
e panni d'oro e vai e gran' belleze
d'ambre co·màrtori e zibellini
e di coralli per loro adorneze,
con ciambellotti, tele ed armelini,
panni di lana e più danar' contanti,
che son ducati d'oro e non fiorini.
E questi sono di numero tanti
per tôrre spezie di molte ragioni
di più manieri, ma non tutti quanti,
secondo ch'è le lor terminazioni.
Chi toglie pepe, lacche e bocaccini
e altre spezie di più condizioni,
altri canelle, macie e chi verzini,
galinghe, ìndichi e noce moscade.
Di queste spezie empiono e magazini,
secondo le invistite che gli acade,
per caricare e condure a Vinegia,
per vendere a' Todeschi in lor contrade.
Non creder tu che mia mente si fregia
a dirti cose che ciascun conforta
ch'ami questa città e non dispregia.
Or ti vo' dir di quelle d'Acquamorta,
di due galie che vanno al vïaggio
con grande avere che cciascuna porta.
Queste si parton passato ch'è maggio,
vanno in Cicilia, a Napoli e Gaeta,
se dalle guerre non hano dannaggio;
e po' a Palermo, se 'l tempo nol vieta,
e levan zuccari gran quantitade
e da sSaragosa con la mente lieta,
e quai si vendon per molte cittade
del loro viaggio, secondo ch'acade,
venderli a pregi secondo bontade.
Queste galie per molte contrade
vanno in più parti a far mercatantìe
di diverse maniere e nuove squadre.
E a volerti dir tutte lor vie
saria tedioso a volerlo narrare,
ed enterresti in nuove ricadie.
Di queste più i' non ti vo' contare,
ma vôti far ferire altra chintana,
ed altre tre galie fo navicare
per tutta Romania, e alla Tana
son due galie e una in Trabisonda,
ciascuna in punto di gente sovrana:
a far mercatantìa ciascuna abonda,
di panni, lane e velami di seta,
con altre merce che a llor ritonda.
Ciascun vi va co·lla voglia lïeta
perché 'l vïaggio è di tanto profitto
che pel guadagno ciaschedun s'acheta.
Ancor mi resta a dirti un altro ditto
di due altre galie di Barberia,
com'io ti contirò in questo scritto.
Costor sì portan più mercatantìa
di diverse ragion' per ogni parte,
panni e veluti e altre draperie,
zuccheri, spezie, confezioni e carte:
vanno in Cicilia e poi in Catalogna
e in altri luoghi secondo lor arte;
e più lungo vïaggio li bisogna:
vanno in Sibilia e poi in Granata,
per far gran' fatti secondo ch'agogna.
E poi avien ch'alla loro tornata
a tutti questi luoghi ch'i' t'ho detto
sempre vi pongon perch'è la vernata.
Se contrar tempo no·lli ha costretto
lor navicar vano a Porto Pisano,
che fano a' Genovesi gran dispetto.
Non vo' tu creda ch'i' sia sì villano
a dirti quello che non fa bisogno
e che il mio dire non ti paia strano,
ma, a darti a diveder che i' non sogno,
vo' qui lasciar di questi el navicare,
perch'a nararti d'altre cose agogno.
E altre cose mi convien narare
per racontarti tutta l'adorneza
che ha questa città, sanza fallare,
di più nobilità e gentileza
ch'a racontarlo n'ara' maraviglia,
se nel mio dir non piglierai aspreza,
ma in ciò lo tuo intelletto s'asottiglia.