IV
O sire Amor, nelle cui fiamme acceso
si diletta il mio cor, d'arder contento,
soccorri al gran pavento,
che già, mi fa tremar per ogni vena!
Aiutami, signor, perch'io mi sento
da tale oppressïon sì forte offeso
che tanto è grave il peso
ch'ogni altro è leve, e sol questo m'apena!
Quella vaga, gentil luce serena,
alla qual m'imponesti esser subietto,
sempre con ogni effetto,
onorando, seguii fedel servendo,
né da tal servitú partir mai intendo,
però che non potrei,
né, possendo, vorrei,
ch'ogni mio sommo bene in ciò comprendo;
né spero vita tanta glorïosa,
quant'esser servo a questa gentil Cosa.
Ma, lasso, qual sarà la vita mia,
poi che dal viso bel, che mi dà vita,
mi convien far partita
e gir contr'ogni mio voler lontano?
Già sento dentro al cor mortal ferita,
da poi che vuol chi così può che sia.
Ohimè, Fortuna ria,
quanti m'hai fatti spander prieghi invano!
Contro a te nullo val con stato umano.
Gir mi convien; tu hai vinta la pruova:
più contradir non giova,
onde men vo tapin, dolente a morte.
Ahi aspra, ahi cruda, ahi dispiatata sorte,
veder mio corpo gire
sanz'alma e non morire,
morte chiamando per men pena forte,
lei disïando avanti a sì noiosa
vita, lontan da questa bella Cosa!
Mie continue lagrime e lamenti,
mie profondi sospir, gemiti e pianti,
or fussi voi davanti,
in testimon della mia pena amara,
a quella bella ninfa, i cui sembianti
leggiadri, onesti, vaghi ed eccellenti
son! Miran gli elementi,
ché fiamme mi dan vita dolce e cara.
Per voi vedrebbe esperïenza chiara
quant'io l'amo e amai sempre con fede.
Perché non puossi, ab scede
per caso alcun doler com'io mi doglio;
io piango con ragione e così voglio
piangere infino al giorno
che qui farò ritorno,
né finerò già mai di far cordoglio,
finché l'alta presenzia e grazïosa
non rivedrò di questa gentil Cosa.
Or dunque, Amor, signor che vedi e sai
meglio assai ch'i' non so, né dir potrei
tutti gli affetti miei
della perfetta fé che a costei porto,
aiutami, ché puoi e sai e dei,
ch'io sempre la tua gloria predicai!
Per te sempre sperai
delle amorose passïon conforto;
non mi lasciare almen, signor, far torto
da chi per costei finge esser piagato
dallo stral tuo dorato
e' veri affetti tuoi falsando strazia,
schernendo or questa or quella, e piglia audazia
da sua propria beltate,
fondata in vanitate
per cui s'estima degno della grazia,
la qual s'aspetta a vera alma amorosa,
fedel, subietta alla perfetta Cosa.
Muova i fedeli amanti un giusto sdegno;
chiamin con meco a te, signor, vendetta
di così iniqua setta,
sì che con odio sia tenuto a vile
dalle donne gentil chi si diletta
commetter fraude in amoroso segno,
sì ch'el sia come degno
sempre in disgrazia d'ogni cor gentile.
Ed io ten priego quanto posso umìle
e più domando dal tuo sommo aiuto
che sia chiar conosciuto
s'io con fede amo e chi finge d'amare,
da quella cui son fermo d'adorare
ma' sempre, o signor mio,
ch'esserle poi in oblio
non temerò per questo allontanare.
Ma più tosto di me sarà pietosa,
udendo e miei lamenti e per che Cosa.
— E tu, mia canzonetta, a piè d'Amore,
pregando del mio aiuto, or ti rimani,
ch'io men vo in lochi strani,
ove Fortuna vuol, più sconsolato
che mai fusse alcun nato;
né meco porto altro disio nel core
che del tornar, né 'n ciò avrò mai posa,
se non riveggio la mia amata Cosa.