IX

By Antonio di Meglio

Maraviglioso Amor, mi fai sentire

la forza tua più ch'a null'altro amante

per quelle luci sante,

che mi fêr sottoposto al tuo valore,

per forma tal ch'omai non val fuggire,

né contro al tuo voler esser errante,

perché d'un dïamante

fu 'l nodo col qual m'alacciò il core

l'angelico splendore

di quella, che a te mi sottomise,

allor che me da me stesso divise.

Amor, già non mi duol l'esser subietto

a te per cosa tal, né mi dorrei

per ciò che a' sacri dei

saria tal subiezion solenne dono;

ma duolmi che conosco me imperfetto,

ché a tanta resistenzia non potrei

reggere i sensi miei,

perché sento l'ardor nel qual io sono,

per forma che abandono

speranza omai di mantenermi in vita,

se essa teco insieme non m'aita.

Degna cosa è ch'alto signor consenta

l'aiuto del suo umil e fedel servo;

dunque non star protervo

a me, tuo sì fedel, porger soccorso,

ché non sol una cosa mi tormenta,

ma molte son, perché con duol acervo

già tutto mi disnervo,

ch'assai si sa là dove son trascorso.

Sarò con ragion morso

da chi dirà, gabbandomi: «Costui

si muor per quel che riprendea sì altrui».

Dunque ritieni in parte, Amor, quel foco

che all'altrui menti mi può far palese;

siemi, signor, cortese.

Lieve t'è far la grazia ch'io domando;

deh, sì, ch'io mi consumo a poco a poco

per tema che le fiamme dentro accese

non sian di fuor comprese!

O signor caro, io mi ti racomando;

e se morire amando

pur mi convien, signor, ciò mi fia gioia,

se non si sa per cui languendo muoia!

Ahi, lasso a me, ché s'io sapessi ch'io

avessi conversato co' suoi stretti

per guastare i diletti,

che porgon gli occhi belli a chi gli mira

di quella me empié del gran disio

quando sì fiso a rimirar gli stetti,

fariensi a me sospetti

e sì ripien di ragionevol ira!

Omè, ché mi martira

più che alcun'altra pena questa tema,

sì che già per vergogna il cor mi trema!

La tua somma pietà or mi difenda,

glorïoso signor, da caso tale

se degno priego vale

nella divina tua somma potenza.

Deh, non voler ch'io bestial forma prenda

per adorare il tuo dorato strale!

O sire imperïale,

dimostra in me la tua somma eccellenza

con quella providenza

che sai adoperar, quando tu vuoi

giovare a quei che, qual io, si fan tuoi!

E tu, o sacra e veneranda dea,

per cui il mondo d'onestà si veste,

venuta dal celeste

per essemplo d'onore in forma umana,

volgi gli occhi pietosi alla mia rea

passion cruda, e le mie gran moleste

a te sien manifeste,

ch'io son nuovo Ateon, già per Dïana

consunto alla fontana,

per lo disio sfrenato che in me nacque,

allor che tua beltà tanto mi piacque.

Null'altra cosa mai mi piacque tanto

quanto l'adorno viso e quello sguardo,

onde l'acceso dardo

uscì, da te mandato nel mio core,

e l'onesto parlare accorto e santo,

la vaga leggiadria col gran riguardo.

Alma gentile, io ardo

se non mitighi in parte il gran calore,

ch'acceso ha in me Amore,

quando con forza della tua beltate

mi venne a trar della mia libertate.

Andrai, canzone, colà dove tu sai

che 'l mio disio continuo si posa,

e con voce pietosa

il foco in che mi truovo manifesta

a quella ninfa, i cui vaghi rai

e' mi raccendon di fiamma amorosa,

ché mai maravigliosa

cosa non fu nel mondo quanto questa.

E accorta e modesta

sarai a dirle: «Il vostro servo unìco

con fede v'ama assai più ch'io non dico».