IX

By Giovanni Alfonso Mantegna

Alto Motor, che da l'eterne squadre

qua gi` scendesti a tò umana spoglia

per far che 'l dolce de l'antico Padre

temprasse la tua amara, acerba doglia

e per ritrarne da l'oscure e adre

tenebre, acceso di pietosa voglia,

volesti di Signor ai servi eguale

farti e, di vero Dio, vero mortale.

E dentro al verginal, puro, umil chiostro

quel ben chiudesti che non cape il cielo,

non per esser signor di gemme e d'ostro,

ma per sentir e sete e caldo e gelo.

Tu la pena e 'l martìr del fallo nostro

soffristi con benigno, ardente zelo

e 'n grembo ti ponesti a l'empia morte

per aprirne del ciel le chiuse porte.

E fra vili animai nel vil albergo

nascesti, a palesar con chiaro essempio

che con santa umiltà romper il tergo

dovevi del nemico altero ed empio.

Perché di pianto or duo fiumi non vergo

in contemplar che, con sì fiero scempio,

per l'uom, a lui sì crudo e sì ribello,

il Monarca del ciel s'è fatto agnello?

Veggio, sommo Fattore, il duro legno,

qual morte prima e or m'adduce vita,

che fa del santo corpo, ohimè, sostegno,

e 'l tuo duol e 'l mio error pianger m'invita.

Questo è del nostro ben securo pegno,

ond'agevol ne fia la via smarrita;

e se fu peso a te molesto e greve,

a noi l'alma d'error fe' sgombra e lieve.

Tu, del mondo signor, povero e nudo

fra noi scendesti di umiltade armato,

e a l'ira del tuo Padre il saldo scudo

porgesti del tuo petto almo e beato.

Ma non conobbe l'uom spietato e crudo

che morte diede a quel che l'ha creato:

a lui ben morte, a noi gioia infinita

poiché ne die' tal morte eterna vita.

Ond'io con lieta fronte a la mia vera

salute corro a dimandar perdono.

Deh, risguarda, Signor, quel che 'n te spera

e 'l cor ti porge umilmente in dono.

Accogli la mia fé pura e sincera,

ché tuo figliol, tuo servo indegno i' sono.

Guida a buon porto il folle pensier mio,

ché senza il tuo favor nulla poss'io.

Specchio di vero amore e di pietade,

mostra il tuo santo e glorioso volto,

la cui somma, divina, alta bontade

ha noi di man de l'aversario tolto,

e piane rende al miser uom le strade

di ricondursi in ciel libero e sciolto,

ché 'l tuo chiaro splendor lungi disgombra

dai nostri petti ogni terribil ombra.

Scorgo, Signor, le valorose mani,

le mani, ohimè,che tempran gli emisferi,

e i santi pie', che calcan i sovrani

cerchi, or piagati né qual prima interi.

O chiodi, o duri chiodi, o chiodi strani,

com'al figliol di Dio foste sì fieri

ch'i pie' e le man, che 'l ciel volgon intorno,

affissi in croce or sian con tanto scorno?

Fiera lancia di poi t'aperse il petto

ond'uscìo 'l sacro e prezioso sangue,

sangue che lava il rio nostro difetto

per cui la dolorosa anima langue.

Tu, Cristo mio, tu, mio Cristo, interdetto

hai l'audace camin del rigido angue

e, sciolta la mortal, empia catena,

hai morta col morir la nostra pena.

E benché senza fin sia il nostro errore,

la tua bontà pietoso a noi ti renda.

Accendi l'alma di celeste amore

ché terreno pensier mai non l'offenda,

e sgombra intorno il tenebroso orrore;

la dritta via del ciel chiara comprenda

e, poi che sciolta fia del mortal velo,

conducila, Signor, teco nel cielo.