LXIV
Chi drieto va
a quel ch'altri ha
e 'l suo tener non sa,
tallora stoscio dà
che ben gli sta:
sì che non fa sua voglia,
e la sua doglia
non è chi toglia,
ma di quel che gli coglia
ciascun ride:
a l'altru' stride
rispondon gride
che dicon: - Die ti mandi! -.
A te dico, che grandi
pel mondo imprese spandi
con crudeltà che pandi,
o fier tiranno:
seguì già tale scanno
Neron, donando danno;
ma per l'afanno
ben fu meritato!
Non esser sì sfidato,
ché convien ch'ogni nato
a morte vegna.
Tal dice che si segna
di cosa degna,
ed e' si cava l'occhio,
e non è cavalocchio
quel che glil fa sentire,
per che guerire
non può.
Va il caval per - Giò -,
per - Anda - va il bo',
e l'asino per - Arri -;
e' carri
sanza ruote vaglion nulla.
Ne la culla
il fanciul si trastulla
insin che dorme.
Le torme
fanno l'orme;
e sanza forme
non si fanno usatti.
I gatti
e' matti
non fan bello scherzo.
Chi è 'l terzo
al palio, ha 'l mellone.
Il roncone
e 'l falcione,
ben fa chi non l'aspetta.
Di poca stretta
muor la mosca.
Bestia che s'attosca,
niun la vòle.
Or to' quelle parole,
ché non son fole.
Dir si sòle
che 'l conservare
è guadagnare
più bel che l'acquistare;
e nel mare
è quella terra,
che pur con guerra
tòr volea l'altru' possa:
con aspra tossa
cadde in fossa,
che con ossa
vi lasciò il braccio.
Buon piumaccio
sanza straccio
avaccio
è da pigliare più che 'l rotto.
Chi ha cotto,
non paga scotto,
ché 'l biscotto
si porta in galea;
e se fortuna rea
gli fa mislea,
camponne Enea;
ma se la va in fondo,
fassi giocondo
chi è al mondo
a tondo
a tondo,
ch'entro non vi fu.
Alor fa il gallo - Cu cu ricù -;
l'asaiuol - Chiù chiù -,
il cucul - Cu cu -;
ancor più sù,
ch'allora canta il grillo,
la lepre, la ranella e 'l conillo.
S'i' ben distillo,
lo spillo
atigne il vino,
e non del tino;
e 'l pino
è bello in un giardino.
Il fiorino
accieca l'avaro.
Amaro
è 'l caro
a chi danaro
non ha da spendere.
Tal vuoi prendere,
che non si sa difendere
che non rimagna preso.
Chi fa mal peso,
ha offeso.
Acceso
foco
esce di picciol loco,
e non par poco
né gioco
a cui s'apiglia.
Chi ha bella figlia,
s'asottiglia
in poca dota,
e conciala con liscio e non con mota.
Or nota:
chi non può sofrir agio,
s'egli ha disagio,
di lui faccia l'accusa.
Chi ragion usa,
ben si scusa.
Con fusa
non s'inaspa;
e tal araspa,
che niente acquista.
Fa che tua vista
tutto non agogni.
I sogni
non son veri in ciascun tempo,
e già per tempo
il tuo avere
sarà altrui podere,
come sapere
tu déi che altri il tenne.
Guarda a che fine venne
Priamo, e che sostenne,
e Roma ove divenne
ed ove è giunta.
Non è sì forte punta
ch'aggiunta
no ne sia una più forte.
In corte
vegnon sorte
che paion torte
a chi le sente.
Ben fu possente
Ceser vincente
tutta gente,
ed or niente
di ciò tene:
sì che la spene
di tue mene
è folle.
Non è sì duro colle,
che, com'è molle,
alfine non rovini.
Gl'indovini
tallora fan latini
che s'apongono.
Le 'ngiurie non dipongono
gli altrui cori.
Chi esce fòri,
talor dentro non torna.
Chi ha corna,
non si scorna.
Tal inforna,
che non sforna.
Mal s'adorna
il baratto,
che è disfatto,
per un punto;
e per un punto
perdé Martin la cappa.
Chi incappa,
ben inciappa,
se non iscappa.
Con la zappa
lavora 'l villano.
Arestano
non è sano,
ma sì il grano
ciciliano.
Chi ha buona mano,
incanti la tempesta.
Tal fa festa,
c'ha mal in testa,
e dà con cesta
altrui le frutte.
Le vie tutte
non sono asciutte
e 'l camin non mègliora.
Mal vendica sua onta chi la pèggiora.
L'àncora
ferma la nave
non nella piave
né in cave,
ma nel mar più alto.
Deh, che bel salto
diè messer Galasso!
E non fu sasso
che 'l fe' venir in basso,
né papavero:
ben lo lasciò il Bavero
col buccio,
sì che a Castruccio
appena col capuccio
a soldo giunse;
ma febre il punse
dove il fece fievole,
i' dico in Valdinievole:
morì perch'a Dio piacque.
Tocca quest'acque
e chi costu' fu, guarda,
e po' da qual bombarda
fu percosso.
Chi è mosso,
vada
e guardi che non cada
nella strada,
ché chi pur bada,
vive come vile.
Esser umìle
è quello stile
che l'uom signorile
ben inalza.
Mal si calza
chi non ha calza.
Or alza
sì che tu mi giuochi netto.
Che gran diletto
ha chi vive in pace!
Sace
chi face
e tace,
ma non piace
agli sciocchi.
Talor gli stocchi
dan negli occhi,
e' crocchi
tiran le balestra.
La man destra
più che la sinestra
percuote.
Chi ha gran nuote,
talor le scuote,
e non sen vanno.
Il buon panno
fa bel riccio,
e la castagna ha 'l riccio,
e lo spinoso è riccio;
ancora è riccio
lo stornello.
Il calandrello
è bello
Deh, come è fello
chi non si misura,
e pur con guerra dura
assale l'altru' mura!
Tal presta a usura,
che non ha cura
di quel che gli basta.
Tasta
di Francia l'asta,
e come presa e guasta
fu in un'ora.
Or pur lavora,
ch'a la barba l'hai,
s' tu stai,
o sai,
o vai,
ché guai
par che tu vadi cercando.
La gente corre al bando.
Or non dar bando
che non sappi come.
Non vanno in some
quelle pome
che mangian gli orsi;
e' torsi
ancor son morsi
da lumache.
Chi ha belle brache,
portile scoverte.
Ne le verte
si piglian i pesci.
Se tu non cresci,
inàfiati spesso,
anzi ch'al messo
sia commesso
che ti giunga.
Or punga,
sì che tu munga
le caprette.
Scarpette
a cordelette
stanno strette,
e le sètte
non son nette.
Perché berette
portan i priori,
e' fra' minori
e' predicatori
non son uditi?
Sì che puo' far conviti,
perché uniti
non son tanto.
Tal fa canto,
c'ha da far pianto.
Chi non cura alcun santo,
gli vien da canto
un altro amanto,
che volge gli stati.
Quanti son ingannati,
che fanno pur aguati
di tòr gli altru' acquistati,
e po' scornati
son ne lor pensero!
Perché impero
non è sì altèro,
che nel cero
non abbia la coda.
Oda
chi va da proda:
l'aver d'altrui si snoda;
non è che qui si goda
in sempiterno;
chi c'è la state, non c'è 'l verno;
chi in paradiso e chi in inferno
vola;
e l'anima sola
quel che imbola
porti, se n'ha forza.
Meglio è ch'andar a l'orza
il vento in poppa.
Tallora intoppa
chi bee con coppa.
La fante zoppa
non fila meno stoppa
che la ritta.
Chi dà sconfitta,
gente in morte gitta,
ed è sepolta.
Ascolta:
ben macina 'l mulin c'ha buona còlta
e che di molta
roba è dentro pieno.
Il veleno
fa venir meno
signor terreno,
e Galieno
non val a tal opra.
Che val ch'uom si copra
o si discopra,
che pur superbia aopra,
e non mette in opra
se non vizio e sdegno?
Truova danar chi ha buon pegno.
Mal navica legno
sanza ingegno.
Or pensi chi tien signoria o regno,
e chi sanza ritegno
altru' martira,
che 'l Ciel vèr lui si gira
con sì grand'ira,
che fiamma spira
e verso lui la pigne;
e guardinsi le tigne,
le serpi e le cicigne
e chi guasta le vigne,
che le farfalle e' calabroni
e' dragoni
e' mosconi
e' leoni
con tutte le formiche
non si muovan a biche
a trar lor le vesciche.
Ben che tu pai truffa,
e' non ti terrà buffa
chi t'intenda; vanne, figliuola mia,
là dove gente sia,
e s'alcun fia,
che vilania
ti faccia,
acciò ch'ognuno il saccia,
truova 'l Pescione e fa che sanza lena
tra gli altri degni il metta ne la cena.