VI
Erato, che nei dotti amanti petti
ispiri versi pien de risi e pianti,
illustra, prego, i bassi mei concetti;
ben che a la nostra età siano tanti,
che nei soi dolci e infiammati affetti
te invocono con più soavi canti
a soccorrer sua eccelsa fantasia,
non desprezzar la bassa lira mia.
Se la savia matrona fu la guida
di Ergotele e di me cauta e prudente,
supplico te che ora sii scorta fida
in questa impresa de mia vaga mente.
E se oscuro pensiero in lei si annida,
scaccialo o con toi raggi fal lucente.
Guidami fuor di questa verde selva,
senza insulto provar de alcuna belva.
Redummi, o santa ninfa, a la memoria
il gran camin de' dolci mei primi anni,
quando ebbe Amor di me prima vittoria,
e come io visitai quei sacri scanni
del regno dove siede ogni sua gloria.
A le ale del mio ingegno agionge i vanni,
ch'io possa alzarmi al ciel qual Vener move,
de Amor cantando in rime ardenti e nove.
Già vermiglio era lo orizonte intorno
da quella parte ove la vaga Aurora
per noi apre le porte al novo giorno,
quando da l'alta selva uscissem fuora
al predetto camin per far ritorno.
E così donque in breve spazio de ora
al solito sentier tutti tornati,
fummo da nostra guida assecurati.
Da la procera selva insieme stretti
tornando per fornir nostro vïaggio,
disse la donna: – Ormai senza suspetti
potrete in breve caminare adaggio.
Pochi più trovarem lochi subietti
al crudo Antero, ma uno eterno maggio
voi intrarete e dove Primavera
sempre ha spiegata sua regal bandera –.
Chi andò mai verso la gentil Gaieta
in el mese di april, quando di fiori
di aranci e di limon la spiaggia è lieta,
che spiran sì soavi e grati odori
che non è mente sì di duol repleta
che non cacciasse ogni tristezza fuori?
E prima che vicino a lei si gionga,
lo odor si sente un pezzo da la longa.
Così di vaghi fior lo odor sentiva
da aura soave in ver di noi portato,
che fuor de lo amoroso regno usciva.
Il venticello tepido e sì grato
il cor mi recreava e mi nutriva
con lo odorifer suo sì dolce afflato,
né in la felice Arabia odor mai nacque,
qual mi piacesse quanto questo piacque.
Non eramo iti molti passi inante,
che su la ripa a un rapido torrente
giongemmo, ivi fermando nostre piante,
ché non era di noi alcun potente
senza barca o natar passar più avante,
profonda essendo l'acqua e assai corrente.
Ma perché a l'occhio mi parea sì chiara,
vòlsi gustarne: ahimè, quanto era amara!
Però dissi: – Madonna, non te incresca
(so che saperlo a te fia cosa leve)
de farmi certo fuor di qual loco esca
l'onda che 'l gran torrente in sé receve,
che in vista è tanto chiara, al tatto fresca,
al gusto poi sì amara a chi ne beve.
E se par temerario il chieder mio,
perdona di sapere al gran desio –.
– Da sutterranea vena o alpestro fonte
non piangon l'acque che 'l torrente fanno –,
respose a me, – ma fuor de umana fronte
escon queste onde per superchio affanno.
Vedi quel claustro là sotto il gran monte:
lì dentro color chiusi errando vanno,
che inebrïati son da quel liquore,
quale Ormi sporse a te, non son troppe ore.
Per le lacrime lor questa rivera
amara cresce, come Po o Ticino
o qualunque altro fiume a primavera
per neve strutta in le Alpi o in Apennino.
Gli angosciosi suspir, s'el se dispera
alcun piangendo il suo crudel destino,
sono qual vento tempestoso in le onde
e fanlo spesso uscir de le sue sponde.
Questo è quel fiume che divide il regno
dil crudo Antero dal più culto stato
de Amor, quale è signor potente e degno.
Questo continuamente è travagliato
da Gelosia, da Furore e Sdegno;
quello altro poi è retto e governato
da una, quale è de Amor carnal sorella,
di Vener figlia, anzi è lei Vener bella.
Questa è sì grata a ognuno e sì piacente
che ogni core impie di la sua dolcezza:
chiamata è Voluttà da tutta gente;
non ti saprei narrar la sua bellezza;
questa in letizia sta continuamente,
anzi sola chiamar si può Allegrezza.
Senza questa sarebbe il mondo perso,
questa sola è il piacer de lo universo –.
Così parlando e aspettando ancora
se barca parea alcuna o ver burchiello,
per portarne dil mal paese fuora,
si fece intorno a noi presto un drapello
de genti, che a passar spettavan l'ora
in el regno de Amor fiorito e bello.
Ma fallito gli venne il pensier poi,
come udirete, né passôr con noi.
Disse madonna a me: – Vedi quella una
più fanciulla che alcuna sia qui intorno?
Levità ha nome, e voltasi qual luna,
e più è mutabil che de inverno il giorno,
e instabil più che al vento foglia alcuna.
Quella che al par di lei poi fa soggiorno,
è la Temerità pazza e impudente,
che de lo onore cura poco o niente.
Quella altra (come vedi) è la Pigrizia,
qual sta assetata, e l'altra è Felonia.
L'altra poi così stretta è la Avarizia.
Quella sì brutta in volto è Villania.
Quella altra che vien drieto è la Tristizia
col petto pieno di Melancolia.
L'altro che par turbato ne lo aspetto,
(se non me inganno) credo sia il Dispetto.
Con queste, figliol mio, non passarai,
perché se teco sola una ne viene,
in drieto vergognato tornarai.
Se io teco varcarò, nol so dir bene,
però che intervenuto è volte assai
che quella qual la barca qui mantiene,
fuge il mio aspetto e la mia compagnia,
e mi conviene andar per altra via –.
Mentre parlava la matrona saggia,
venir vidi una leve gondoletta
da l'altra sponda in ver la nostra spiaggia,
retta da una leggiadra giovenetta;
né sì bel portitor credo il mondo aggia,
come era questa dama tanto eletta.
E gionta alquanto presso a noi, fermosse
e, vista la madonna, assai turbosse.
E cominciò con molta reverenza
queste parole a dir: – Madonna accorta,
non potervi imbarcare ho erubescenza,
ché tanto peso il mio burchiel non porta,
né far potrebbe al carco resistenza.
In vostro cambio sarò fida scorta
di questi doi che avante a voi qui stanno,
questi altri so che mai non passaranno –.
Un desdegnoso riso la matrona
mosse, tacendo in cambio de resposta.
Pur disse poi: – O simplice garzona,
mentre che tu starai da me discosta,
opra non potrai far laudata e bona,
se a ogni alta impresa ben fusti disposta.
Recordati che ruinar Fetonte
facesti già con la tua ardita fronte –.
E ella a lei: – A me ciò che vi piace
potete dire, o degna de ogni onore,
ma quel che ruinar Fetonte audace
fece, Pantolmo fu, non già mio errore.
Meco era allora e adesso assai mi spiace
sua compagnia, mentre servo Amore.
Io non posso passarvi, e non per sdegno,
ma tanta gravità non regge il legno –.
Dopo alquante parole, al fin pur piacque
a la sacra madonna di lassarce
passar con Gioventù quelle triste acque,
e lei stessa agiutar vòlse imbarcarce.
E tanta tenerezza al cor mi nacque,
quando partir la vidi e abandonarce
che in su la barca un pezzo io stei suspeso,
dil che fui da la giovene represo.
Così varcando il lacrimoso fiume,
la giovenetta cominciava a dire:
– O peregrino, qual celeste nume
nel mal paese indusse te a venire,
ché ognun che gl'intra quasi è per costume
non trovar via da poterne uscire?
Bene hai avuto in ciel benigno fato,
poi che fuor la matronna te ha guidato –.
Allor resposi a lei con tal parole:
– Longa istoria sarebbe a dirvi il tutto:
pria calarebbe in occidente il sole
che al fin dil mio narrar fussi condutto;
e il troppo longo dir recrescer suole.
Se come io fui nel tristo regno indutto
saper volete, pur or brevemente
il tutto vi dirò e summariamente.
Drieto a una bianca Cerva io mi perdei
cacciata da doi cani a me sì grati
che con tesor cangiati io non gli arei.
E inteso aveva che eran capitati
in mano di Dïana, e andando a lei
fussemo nel suo regno ambi legati
da quattro stradïotti del signore
Dolce-risguardo capitan de Amore.
E rescossi e menati ne ha poi quella
per il regno di Antero scelerato,
la qual non può caper tua navicella.
E con periglio assai lo abbiam passato
mercè di lei e nostra bona stella,
non per saper che in noi abbi il ciel dato.
Da lei così condutti fin qui siamo,
per consignarce a Amor la seguitiamo –.
– Donque tu sei pregion dil signor mio?
Sian benedetti i lacci e le catene,
qual te han fatto subietto a un tanto dio
e stati son cagion de ogni tuo bene.
Ogni altro tuo pensier manda in oblio,
ché chi serve ad Amor, sì far conviene.
Crede a me, né tener mei ditti vani:
la bella Cerva trovarai e i cani.
Non son sei giorni ancora, che sedendo
sotto una arbore ombrosa presso un fonte,
di doi cagnoli le ansie voci udendo,
per veder quel che fusse, alzai la fronte.
La bianca Cerva in fuga e i can seguendo
vidi descender giù da quel gran monte,
e venendo qui dritto a la rivera
nel fiume si gittò la bella fiera.
Oltra passò natando in un momento,
e drieto a l'orme pel medesmo loco,
seguendo con sollicito lamento,
passôn doi cani rossi come un foco.
E ancor nel petto quando mi ramento
di questa bella caccia, io prendo gioco.
Bracchi non vidi mai de simil sorte
per tempo alcun ne la amorosa corte –.
Lieto di questo annonzio ne la riva
de Amor discesi con letizia tanta
che nel cor mi starà mentre ch'io viva.
La musica soave in ogni pianta
di lieta primavera qui si udiva,
quivi ogni augel de Amor le laudi canta,
e a la sua amante ognun piacer desia,
al modo suo con dolce melodia.
E qui lo inculto e simplice pastore
facea di schietti rami i ciuffuletti
con le scorze bagnate dal sudore,
e tra le fronde intenti gli augelletti
fabricavano il suo annual lavore,
da istinto natural fatti architetti.
Qui ogni animal terren, disposto a amare,
a fare il mondo bello intento pare.
Qui si vedea natar ne la rivera
tra le onde chiare, tremule e crispante,
i pessi, come fanno a primavera,
e al suon dil fresco rivo murmurante
menar ballo amoroso a schiera a schiera;
e alcun per più piacere a la sua amante,
fare un sguizzo tallor di l'acqua fuore,
mostrando quanto in le onde possa Amore.
Oh, mirabil paese, oh di Natura
officina gentil, ove ogni vita
accende Amor con la sua face pura,
clima dal quale è ogni viltà bandita,
ogni triste pensiero e acerba cura
pieno di dolce voluttà infinita!
Come alzar potrò mai mio basso ingegno,
ch'io narrar sappi questo sacro regno?
Con la leggiadra e lieta giovenetta
pel delettoso e florido camino
andando, vidi una colonna eretta,
che si potea veder dal peregrino
che andar volesse a la cittate eletta;
e era sculta a lettre de oro fino,
qual lette, intesi che era un novo editto,
che aveva fatto Amor poner lì in scritto.
Dicea il precetto: – Chi la Gelosia
in questo regno condurà secreto
o ver palese per sua compagnia,
questo sia noto e publico decreto
a ognuno di qualunque stato sia,
che in vita sua mai più non viva lieto,
a perpetüe lacrime dannato,
e sia fra' veri amanti vergognato –.
Io dissi allora: – O giovenetta bella
inteso ho però dir da molta gente
che Gelosia de Amore era sorella,
ben che mostra il decreto apertamente
esser mortal nemica e sua ribella –.
E ella a me: – Sappi che certamente
essa non appartiene ad Amor vero,
germana è certo dil fallace Antero –.
Così parlando, ancor maraviglioso
di questa novità che udito aveva,
più dentro intrando il regno dilettoso
il longo caminare io non temeva,
ché una dolce fatica par riposo.
E ne lo andar, recreazion prendeva
da dolci canti e da soavi odori,
qual le siepe rendean piene di fiori.
Di sua presunzïon le arbori intorno
prime a fiorire in primavera ardite
non temevan da brina già alcun scorno,
né da soffiar di Borea esser punite,
ché eternamente qui tepido è il giorno.
La amandola le chiome sue fiorite
prima secura è qui mostrarle al sole,
e fra le erbe le mammole vïole.
A che durar tanta fatica in vano,
credendo esprimer con mio basso stile
quel che a pena caper può ingegno umano?
Qui ogni cosa è mirabile e gentile,
ché Amor gentil può fare ogni villano.
Le contadine in abito suo vile
mi sembravan ligiadre a maraviglia,
ché il popul spesso al suo signor simiglia.
Mentre io parlava, un dolce suon di piva
da pifferi e da tromba accompagnato,
non già troppo lontan da noi si udiva;
e squadre di fanciulle da ogni lato,
ognuna più gallante e più lasciva,
vedeanse andare al ballo a un verde prato,
dove era un templo e molta gente unita,
giovene tutta e de una età fiorita.
Ad una squadra io dimandai allora:
– Ditemi, giovenette innamorate,
che templo è questo qual così si onora,
dove son tante genti radunate? –.
Resposor: – La Letizia qua si adora.
Questo è il suo templo, e si dentro gl'intrate,
recresceravi uscirne fuora poi,
né tanto lieto mai fu alcun di voi –.
Disse Ergotele: – Ahi lasso, andiangli presto,
ché altro mai non cercai in vita mia
se non letizia, e ogni pensier molesto
bandito fuora dil mio petto sia!
Pur che stia lieto, poi non curo il resto.
Volontier mi farete compagnia,
il so, e chi non sta, chi può, in letizia,
mi par che abbia gran vena di stultizia –.
Al templo tutti tre così aviati,
sentendo da la diva già il favore,
prima che dentro a quel fussemo intrati,
di lieti al ciel se alzava il gran gridore,
in canti, in salti, in balli avilupati,
a la diva ciascun facendo onore.
Tese eran mense sotto gran frascate,
come a la villa si suol far la estate.
Ghirlande in capo quelle villanelle
di fior vermigli o bianchi e de ogni guisa
avean, ballando in candide guarnelle;
e giovenetti amanti a la divisa
con calze si vedean sfoggiate e belle.
Una sol cosa assai mi mosse risa,
che alcun di lor sudati eran sì forte
che sarian l'acque da lor vesti estorte.
Io dicea fra me stesso: – Ecco la prova
quanto letizia possa in gli uman cori:
con letizia il stentare a questi giova,
grati gli son quei stenti e quei sudori.
Se avvien che la letizia se rimova,
queste fatiche gli saran dolori –.
E come il suono più gagliardo se alza,
più ognun con la sua amica in aria balza.
Passando in ver il templo insieme uniti
tutti tre noi, assai di quella gente
ne fece a le ioconde mense inviti,
e ben che visitare in primamente
da ognun si debbe il templo che i conviti,
a questo Ergotel già non pose mente,
ché inebriato da letizia immensa,
senza più preghi ivi asetossi a mensa.
Quando di ciò me accorsi, io mi turbai,
se pur si può turbare uno omo lieto,
e infra il riso e il corroccio il dimandai:
– Questo saprallo Apuano e Filareto? –.
Poi gli diceva e altre cose assai,
ma così arei potuto starmi queto,
ché a le parole mie non dava audienza,
sì che allor mi convienne aver pazienza.
– Deh lassal star –, dicea la giovenetta,
– con questa turba alegra in festa e in gioco;
e se desio alcuno altro ti affretta
de andar più presto a lo amoroso loco,
la retornata tua digli che aspetta
fra questi balli, il che sarà fra poco.
E noi sì ne andaremo a nostra via,
ché bastaratti assai mia compagnia –.
Poi che letizia al giovenetto core
cognobbi esser qual legno in foco ardente,
che posto in quel suol radoppiar lo ardore,
Ergotele lasciai fra quella gente,
per la troppa allegrezza di sé fuore
qual gli occupava tutta la sua mente;
e non respondendo egli al parlar mio,
io mi parti' da lui dicendo a Dio.
Con molta tenerezza io mi partiva
indi però, ma in breve essendo ascesi
un vago monticel, dal qual scopriva
intorno facilmente assai paesi,
perché altro obietto alcun non impediva,
né da ostacol nostri occhi erano offesi,
Erotopoli vidi regia e magna,
città de Amore in mezzo la campagna.
Andàstu mai ver Roma, o spirto eletto,
che sul bel colle, pria che a lei si gionga,
appresentata è tutta al tuo cospetto,
e di dolcezza par che el cor ti ponga
il suo sacrato e venerando aspetto?
E ben che il corpo tuo sia da la longa,
mirando in quella, un tal piacer ne prendi
che del desio de intrar tutto te accendi.
E le sacre ruine ancor fan fede
di la grandezza sua e a memoria
reducon come già fu prima sede
de lo imperio dil mondo e de ogni gloria;
e di ciò che riscalda il sole e vede,
eterna palma ne portò e vittoria.
Tale a me fece quella città allora,
la quale il mondo e il ciel tutto inamora.
Vedendo fiammegiar quelle alte mura,
e sì bel sito, e apresso scherzar l'acque,
e un templo di sì bella architettura,
allora io dissi: – Certo questo piacque
più che loco dil mondo a la Natura –.
Sì gran desio de intrargli al cor mi nacque,
che quella via più lunga mi pareva,
che 'l resto dil camin che fatto aveva.
Vedeasi il gran delubro alzarse un poco
da la magna città, per esser posto
sopra un poggetto in più eminente loco.
Vedendolo, lettor, così discosto,
giurato aresti fusse stato foco,
per esser sasso lucido e disposto
a recever dil sole i chiari rai:
edifizio più bel non vidi mai.
E così stando in la gran luce intento
a contemplar si fusse fiamma vera,
ché a gli occhi mei parea novo portento,
al fin cognobbi pur che reflesso era
dil chiaro Febo, perché in un momento
(sì come spesso avviene in primavera)
fra il templo e il sole un nuvol se interpose,
unde ecclissosse il templo e a noi se ascose.
Partito il nuvoleto in poco de ora,
sì come prima retornò fulgente,
e fulgurare il vedevamo ancora.
– O ammirabil virtù, tanto potente,
dil sacro Apollo –, i' dissi fra me allora,
– ammirar si dovria tutta la gente
che 'l templo sol de Amor famoso e chiaro
sia, quando il mira il viso tuo preclaro –.
Scesi già essendo ne la gran pianura,
a la magna città fatti vicini,
sì che chiar si vedean le eccelse mura
e esalare il fumo da i camini,
vedendo la ammiranda architettura
non da uman fabri fatta, ma divini,
restai confuso allor di maraviglia,
con bocca chiusa e con alzate ciglia.
A un viatore a caso addimandai:
– Che templo è quel, ché uno edifizio tale
a la mia vita più non vidi mai?
E perché eccede lo uso naturale
di saper quel che sia desidro assai –.
Respose a me: – Sappi che in temporale
regge un signor la gran città nel piano,
dil spiritual l'altro ha il scettro in mano.
L'uno il loco che vedi in sul poggetto
abita, e l'altro, come io dico, al basso.
A quel di sotto il popolo è subietto,
a quel che ha il templo là su l'alto sasso
solo gli serve qualche spirto elletto –.
Io cominciai ad affrettare il passo
con la giovene mia compagna cara,
poi che ebbi fatto mia rechiesta chiara.