VI
O trïunfal signore Amore, io sento
fra' pensier gravi del civil governo,
dove or m'ha posto il più onorato segno,
nel rimembrar di quel sommo contento
che mi fece bramare il giorno eterno
ch'io ti vidi regnare in loco degno,
una dolcezza, per la quale io vegno
sì soperchiato che occupar la vita
sento, se, ragionando, non la sfogo.
O prezïoso giogo,
dove allor sotto entrai,
o sacri, o santi rai,
là donde entròe l'amorosa ferita,
o beltate infinita,
che i rivi, l'erbe, i fior, le fronde e' mai
festi gioir d'angelico splendore,
perché cantar non so com'io v'ho in core?
O grato e bene aventuroso colle
dagli altri verdi poggi cinto, i' ardo
del foco sopra a te nel cor mie acceso!
O quel che libertà mi fura e tolle,
onesto, vago ed amoroso sguardo,
dov'io te vidi, Amor, con l'arco teso!
Chi si vorria, possendo, esser difeso
di rendersi fedel, subietto amante
a quello specchio di virtute adorno?
L'aire e 'l ciel dintorno
ogni loco ridea,
dove si rivolgea
il lampeggiar di quelle luci sante
di quella, il cui sembiante
non par da dir d'umana, ma di dea,
la qual venuta sia dal paradiso
per far beato chi la miri fiso.
Vaghe donne gentili e damigelle,
ch'eran quel giorno seco in compagnia,
qual più pel sol le stelle acquistan lume,
tanto pareano a rimirar più belle
quanto più onestate e leggiadria
prendean tuttor dal suo alto costume.
Qual dolcezza di stil per gran volume
poria ritrar a pien destintamente
la melodia del suo angelico canto?
Non cantòe dolce tanto
alcun più lieto iddeo;
non mai sì piacque Orfeo,
non Apollo cantò sì dolcemente:
tutte le cose intente
al cantar glorïoso, ch'ella féo,
stavano ad ascoltar quella dolcezza,
la qual chi 'l giorno udì tutt'altre sprezza.
O molti altri incredibil diletti
e ogni qualunque suo più picciol motto
mosse con l'onestà l'alto valore,
voi fusti e siete degnamente obietti;
e a cui ciascun per sé fusse ben noto
a nullo altro disio terrebbe il core.
Ma dimmi tu come consenti, Amore,
e donde è la cagion che tu pur vuoi
ch'arda in tal fiamma un sì gelido petto,
ché più degno subietto
di me già fu schernito;
credendosi gradito
esser, fé di che si dolse poi.
Ben so quel che far puoi,
ma conoscermi indegno m'ha invilito,
né anche so ritrarmi e vorrei, sire,
più tosto che, seguendo, mal finire.
Ma ben sento, signor, tua risposta,
che tal manca di fé, che l'altrui fede
biasma per più suo fallo ricoprire
e che l'affezïon, dentro nascosta,
molte fïate per contrar si crede
per la commissïon d'un falso dire
e che sperar, seguendo altro disire,
sublima l'intelletto e gentil rende
chi d'altamente amar non si rimuove;
però che di qui piove
in noi chiara virtute,
che ci dà la salute,
per cui qui in vita e dopo a lei si splende;
e che qualunque attende
in sé le degne tue grazie compiute
ami con fede e non sanza, con vista
che vera fede ogni grado acquista.
Signor mio, tu mi pon con l'intelletto
di tua conclusïon più ch'altro mai
servo fedel, costante, in gran conforto
disposto a ubidir con ogni effetto
a quella, la cui imagine tu sai,
che, come è tuo voler, nel mio cor porto.
E tu, canzon mia, va' per tuo diporto
dove ti piace, ché non molto curo
ch'altri ti stimi di picciol valore,
ché l'affetto del core
mi dà speranza tal ch'io son sicuro
ch'umil m'acolga il disïato gremio,
s'acquistar dee fedel servir tal premio.