VI

By Giambattista Giraldi Cinzio

Piacer non è, non è solazzo, o gioco,

né sorte sì eccellente di diletto,

ché per nulla non le abbia, o ver per poco,

un cor ch'alberghi in generoso petto;

e se pure a diporto stare in loco

piacevole talor forse è costretto,

a noia l'ha, se troppo vi dimora,

né vede di potere indi uscir l'ora.

E per quanto vi sta, fugge sì l'ozio,

che non si vede mai star neghittoso,

anzi di accompagnar cerca il negozio

col piacer, col diletto e col riposo;

tal ch'a quel questo e questo a quello è sozio

onde non è mai da l'accidia roso;

e tosto che gli si offre il poter gire

a bella impresa non la vuol fuggire.

Ercole adunque, ch'ogn'animo altero

vince in fortezza, e ogni feroce core;

quantunque a la sua moglie abbia il pensiero,

e le sia astretto d'infinito amore

nondimeno è sì intento al pregio vero;

e sì la mente ha ad acquistarsi onore,

ché non lascia ora né lascia momento,

ché non sia tutto a essecitarsi intento.

Ora a dardi vibrar, l'ore comparte

verso il versaglio, con mirabil forza,

ora il palo a lanciar si dà con arte,

or saettando ognun vincer si sforza,

ora a lottar del dì dispensa parte,

or lancia, or spada move, or si rinforza

svellere o quercia, od olmo, ad una scossa,

or agile saltare oltra una fossa.

Ora a nuoto si gitta in un gran fiume

e cerca di passare a l'altra riva;

or, come avesse intorno a i pié le piume,

correndo l'ozio nobilmente schiva;

ora d'assalir cervo ha per costume,

o d'altra bestia fiera e fuggitiva;

ora premendo a corsier forte il dorso,

il move in giro, o ver lo sprona al corso.

Ora a cacciar sì da lupi, o cenghiali

tenendo spiedo, o il forte tronco in mano,

pardi, tigri, pantiere, altri animali,

per erto monte e boscareccio piano;

e con questi essercitii ed altri tali,

non lascia andar punto di tempo in vano;

acciò che forte e destro ognor si scopra

ch'avrà mestier porre il valore in opra.

Non aliramente, signor mio, che faccia

ora il maggior vostro figliuolo illustre

al quale il travagliar par che sol piaccia

sovra ogni cosa in questa età trilustre,

perché con gli eroi primi ei si confaccia,

e il nome Estense eternamente illustre,

e con maniera tal chiaro dimostri

ché disceso è dal domator de i mostri.

Mentre il gran ben ch'a Megara volea,

Ercol faceva star ne la sua terra,

e nel dolce ozio che per lei godea

si travagliava in cose atte a la guerra,

ecco ch'apporta una novella rea

un ch'estremo dolor nel petto serra

e dice che 'n Arcadia, a l'Erimanto

un ladrone è che tiene ognuno in pianto.

Il qual su il fiume, infino a pié del monte

ché gli Arcadi divide da i Pisei

ha fabricato, con grand'arte, un ponte,

e la via tolle a gli Arcadi, a gli Elei;

e per far più gran danno e maggiori onte,

a custodia del loco ha mille rei,

e quanti da que' boschi e da que' rivi

fanno prigion, tutti tranguggia vivi.

E che se molti son bene iti e molti

a combatter con lui per que' paesi,

o ch'al fuggire alfin si sono volti,

o son nel guerreggiar rimasi presi,

tal che tutti color s'hanno per stolti

ch'ancor che siano gravemente offesi

prendono l'arme, poscia che distrutti

come agnelli dal lupo sono tutti.

E perch'è dubbia la vittoria e certa

la miseria che vien da l'esser vinto,

ognun per non andare a morte aperta

e non restar da quel malvagio estinto,

quantunque grave ingiuria abbia sofferta,

benché da grave sdegno egli sia spinto

più tosto con l'ingiuria sì rimane

ch'ir voglia ad assalir quel fiero cane.

Di modo ch'egli a voglia sua discorre

tutto il paese senza aver contrasto,

e se ne vien da l'Erimanto a torre

quanti ne trova nel paese guasto,

misero quegli che si lascia accorre

ché quel malvagio, per averne il pasto,

il piglia, come fa l'aquila il pollo

e fa l'ingordo suo desir satollo.

Onde, per torsi a quell'empio di bocca,

quei d'Elide e di Latri e quei di Pisa,

che vedut'han, come il crudel abbocca,

e l'altra gente ch'esser teme uccisa

il pregan che se qualche pietà il tocca

de la miseria altrui s'egli divisa

acquistarsi per opre illustri onore,

adopri ad util loro, il suo valore.

Perché o sol egli puote, o ver nessuno

liberar lor da l'incredibil danno,

ch'altramente son certi ad uno, ad uno

dever morire in men spazio di uno anno;

e che se da le man de l'importuno

egli lor toglie e da sì grave affanno,

mai non vedransi le lor lingue sazie,

di rendergli di don sì grande grazie.

Poscia ch'ebbe ciò detto il messo, tacque,

attendendo quel ch'Ercol rispondesse;

egli, cui cosa tale udir dispiacque,

non poté far ch'assai non si dolesse;

ma ben d'ogn'altra cosa più gli piacque

che quella gente in tal pregio l'avesse,

ché pensasse ch'a trargli di tal duolo,

tra quanti allor vivean, bastasse ei solo.

E rispose a colui benignamente,

ché molto gli increscea del color male,

e che poi che piaceva a quella gente

ch'egli togliesse lor da danno tale;

(benché non si vedesse sì possente

quanto il tenevano essi) pur che quale

egli si fusse se n'andria veloce

contra il ladron sì crudo e sì feroce.

Ciò inteso, lieto se ne parte il messo

e tutta la sua speme in Ercol pone,

né così tosto a la sua gente è appresso,

ché il cortese voler d'Ercol l'espone;

poi ch'ebbe lor ciò il messaggiero espresso,

voltati gli occhi al ciel, quelle persone

a Giove reser grazie che d'aita

tale avesse provisto a la lor vita.

E come ad ogni strepito gran tema

avevan che non fusse il crudo Sauro,

(che tal nome avea il reo di forza estrema

a lor venuto già sin da Epidauro)

così aspettando ognun ch'Ercole il prema;

e sol da lui sperando alto ristauro,

non vedeano volar per l'aria augello,

che non stimasser, ch'Ercol fusse quello.

Il qual venisse loro a liberare

da quel mostro crudel che gli straziava;

or mentre si apparecchia Ercol d'andare

al monte, ove quel ladro iniquo stava,

Megara, che ciò vede e che le pare,

che se va ad assalir quella alma prava

egli, ch'è la sua vita e il suo conforto,

rimaner se ne debba o preso, o morto.

Non altramente si conturba in vista,

che se morto l'avesse entro le braccia,

e con atto dolente e voce trista

di lagrime bagnandosi la faccia,

tratta dal gran dolor che la contrista,

sì che par che di vivere le spiaccia,

e gli si fa incontra così lagrimosa,

che mai donna non fu più dolorosa.

E piangendo gli dice in voce mesta:

– Deh se vi è noto ch'io vi pregio ed amo,

e che non ho per altro cara questa

luce, né viver più per altro bramo

che, perché il tempo che a viver ci resta,

insieme uniti allegri cel viviamo,

potete imaginar qual duol sentire

debba, s'io veggo voi da me partire.

E posto che molesto mi devesse

essere in ogni tempo egli mi fia

ora così aspro, quanto mai potesse

essermi qual si sia cosa aspra e ria,

perché s'è ver quel che colui v'espresse

(come cred'io che senza dubbio sia)

cosa orribil non fu mai messa inanzi

ad uom che questa d'ora non l'avanzi.

E se la ria fortuna, o il tristo caso

ch'a miglior sempre esser nemico suole,

voi conducesse (oimé lassa) a l'occaso;

voi che de la mia vita sete il sole,

qual rifugio (infelice) m'è rimaso?

Qual cosa poss'io aver che mi console?

Oimé che sol pensando a questo, l'alma

sento fuggir da la mia fragil salma.

Ma s'avete nel cor vostro pur fermo,

che vagliano appo voi nulla i miei preghi,

e che ven vogliate ire a quel loco ermo,

vo' che il venir con voi non mi si neghi,

(ch'ancor ch'io sia di debil sesso e infermo)

se vorrà il ciel ch'a darmi ciò vi pieghi,

duro non mi parrà montagna, o bosco,

qualunque volta i'mi vedrò esser vosco.

E accompagnando con caldi sospiri

queste parole, un rio di pianto versa

sì dal duol vinta che non par che spiri;

ma che sia in duro sasso ivi conversa,

duole ad Ercol vedella in tai martiri;

e di lagrimos'onde tutta aspersa,

ma gode ancor che quanto amore e fede

esser può in donna, egli ne la sua vede.

E se la gran pietà avesse seguito,

la gran pietà ch'avea de la sua moglie,

e guardato a l'amor raro, infinito,

che le facea sentir sì gravi doglie,

non si seria da Tebe dipartito,

seguendo de la donna sua le voglie,

che poter tanto i preghi che gli porse,

che fu costretto a star gran tempo in forse.

Ma vincendo se stesso disse: – Solo

nacqui per por mostri e tiranni al fondo

e volse Giove, di cui son figliuolo,

che 'n valore a nessun fussi secondo;

acciò che, difendendo l'uman stuolo,

io liberassi da malvagi il mondo,

però non posso non gir contra quelli

ch'a l'umana natura son rubelli.

E poi che tal valor mi diede Giove,

qual venir può da le celesti ruote,

vano timor, anima mia, vi move,

ed il cor van dolor v'ange e percuote;

ed i miei fatti e le mie prime prove

che vi devriano omai pur esser note,

vi pon far fede che questo empio e rio

vinto deve restar dal valor mio.

Non ho avuto timor de la potenza

di duo re così fieri e sì superbi;

e voi volete avere ora temenza

che questo iniquo sol mi spolpi e snerbi

come ch'io sia rimaso in tutto senza

fortezza e nulla in me di valor serbi;

e di forte ch'io fui dianzi e virile

venuto i'sia più d'una damma vile.

Deh cacciate dal core i pensieri egri,

e per ciò non vogliate angoscia darme

ch'a vestir non vi avrete i panni negri

perché contra costui prenda ora l'arme;

anzi vo' che il ritorno mio v'allegri

e vi faccia via più che mai pregiarme,

veggendomi aver morto quel crudele,

ch'ora cagion vi dà di tai querele.

E se ben di seguirmi vaga sete

non vuol però ragion che mi seguiate,

ma che 'n dolce riposo ed in quiete

co'nostri figli qui lieta restiate;

però vostro dolore ora si acquete,

e vengavi di voi stessa pietate,

e lasciate me gire ove mi chiama,

il mio destin, per darmi eterna fama.

E quando nol vogliate per voi fare,

fatelo, anima mia, per colui almeno

che per vedervi in doglie così amare,

si sente venir men l'alma nel seno;

fatel, vi prego, per non conturbare

il comun viver nostro, or sì sereno,

sicura che se ben vo' in altra parte,

resta con voi di me la miglior parte.

Poi che la donna sconsolata vide,

che nulla le giovavan le preghiere,

e che determinato aveva Alcide

di non volerla per compagna avere,

disse: – Ancor che il valor vostro m'affide,

marito mio, non posso non temere,

e non so come, dal gran dolor vinta,

restar non debba al partir vostro estinta.

Ma poi che pur d'andar sete disposto,

e vi par ch'io qui sola mi rimagna,

prego a pensar di sempre avermi accosto,

per monte, per riviera e per campagna;

e che, se mi serete ben discosto

vi serà l'alma mia sempre compagna;

alfin vi prego avere a voi riguardo,

e che a tornare a me non siate tardo.

E detto ciò, da gli occhi suoi versando

un gran fiume di lagrime, abbracciollo,

e piangendo e gemendo e suspirando,

il tenne buona pezza stretto al collo,

impetrata licenza, lagrimando

dirottamente Megara lasciollo,

baciolla e dipartissi Ercole il forte

e se n'andò per dare a quel reo morte.

Si parte Alcide e la mogliera il segue,

quanto più può con gli occhi e così come

sen va, le par che il cor le si dilegue,

tanto carca è di dolorose some;

ma poi che più la vista non l'assegue,

serba l'imago sua nel petto e il nome,

e con le mani giunte al ciel distese,

prega Giove felice a le sue imprese.

Ercole segue il suo preso camino

e sen va al ladro senza far dimora;

ed era quasi a quel ponte vicino,

onde il reo usciva a la rapina fuora,

quando egli vede un vecchierel meschino,

che con le man si batte il petto e plora,

e si duol, pien d'angoscia e pien di rabbia,

che insino a quell'età vivuto egli abbia.

Quale talora al verde aprile, o al maggio

vago augellin che, come in loco fido,

tra verdi rami di frondoso faggio

abbia sicur posto de i figli il nido,

s'a l'arbor fa con la fecure oltraggio

duro villano, egli, con mesto grido

batte l'ali e va intorno a verdi rami,

e par ch'al danno suo soccorso chiami.

Tal ivi il miser vecchio andava intorno

e l'aria tutta empia d'alti sospiri

ne la notte più posa avea che il giorno

con l'angoscie, col duolo e co i martiri;

ora s'appoggia a un elce, ed ora a u'orno

qual suol chi il cielo in dolente atto miri,

e brami, se riman d'aita privo

per più non si doler, non restar vivo.

Ercole gli dimanda la cagione

che fa che sì si doglia e si lamenti,

dicendogli, se il caso suo gli espone,

che trarlo tenterà fuor di tormenti;

alza il vecchio la testa a tal sermone,

e piangendo, con voci alte e dolenti

gli dice: – Figliuol mio, la vita ho a tedio,

e sol morte al mio mal può dar rimedio.

Non tua forza, tuo senno, o tua virtute,

né di quanti fur forti e saggi mai,

mi porian portar speme di salute,

o trarmi fuor di così acerbi guai,

che tutte le speranze ho sì perdute,

che non spero da alcun soccorso omai;

ma poi che tu mel chiedi, per sfogare

in parte il duol, ti vo' il mio mal narrare.

I'aveva una figliuola, la più bella,

che mai vedesse in terra occhio mortale

e dissi bene aveva, però ch'ella

o morta è insino ad ora, o giunta a tale

che non spero più mai viva vedella

s'avessi a viver ben vita immortale;

di lei s'accese un vago giovanetto

di sangue chiaro e di gentile aspetto.

E di fiamma amorosa in tal guisa arse

che, per spegnere il foco, ond'egli ardea

e non voler sempre in angoscia starse,

mi fe' dir che per moglie la volea;

a me il partito convenevol parse

e di dargliele meco fermo avea,

parendomi che proprio fusser nati,

per essere ad un nodo ambi legati.

Ma d'altro parer fur duo figli miei,

l'uno, che già rival fu di costui,

l'altro, che mentre egli era tra gli Elei

in battaglia a tenzon venne con lui

e per schivare i casi acerbi e rei

de quai presago, insin da prima fui

giunger volea costoro insieme e l'ire

de gli altri duo con tal nodo finire.

Ma la sorte nemica mi si oppose

e incredibil dolor ben me n'avenne

che Laman (che tal nome il padre pose

a chi de la mia figlia amante venne)

volendo a fin condur quelle focose

voglie, onde al fianco amor gli spron gli tenne,

deliberò per forza di godere

quel ch'egli per amor non poté avere.

Ma visto poi che i miei figli sì amati

eran da tutti quei del lor paese

ch'ancora che signor non fusser nati,

potevan con lui stare a le contese;

e che sì valorosi eran stimati,

che nessun contra lor mai l'arme prese,

che non gli stesser contra, per schivare

il peggio, un'altra via volse tentare.

E per por fine a gli amorosi affanni,

senza avere a combatter la sua preda,

volta la mente a torla con inganni,

sì che il consiglio suo nessuno veda;

e stato in tal pensier forse due anni,

perché il desegno suo me gli succeda,

attende di rapirla su la via,

ove a la sua difesa alcun non sia.

Si fan giochi tra noi sacri a Giunone

dove soglion le vergini adunarsi,

sotto custodia d'alcune matrone,

che dare a le altre leggi soglion starsi;

e come da le donne si dispone,

le vergini, co'crini a l'aure sparsi,

corrono e chi a la meta prima arriva,

vien coronata di pallente oliva.

La mia figliuola, ch'era al corso avezza,

e riportata avea più d'una palma,

tratta dal gran desio, da la vaghezza

de l'onore, onde aveva incensa l'alma,

sen venne, con mirabile prontezza,

a dare indicio di sua virtute alma;

e già sei giorni son ch'ella il pregio ebbe

che a chi vince nel corso dar si debbe.

E sen venia de la vittoria altiera,

lungo al fiume Ladon, per un gran piano,

quando dal bosco uscì su la riviera

forse con dodici uomini, Lamano;

e giunto là dove la mia figlia era,

le si fe' incontro e presala per mano

sposolla e poi verso il bosco si volse,

e del suo ardente amore il frutto colse.

E al padre andando, il quale appresso Pile

era signor, non fu lontano un miglio

che s'un forte corsier, con cor virile,

il sovraggiunse Oran, mio maggior figlio,

e per vendetta far de l'atto vile,

gli si fe' incontro, con turbato ciglio,

col ferro in mano, stretto su la sella,

per ucciderlo e torgli la sorella.

Laman.che valoroso era ed ardito,

visto Oran contra lui stringer la spada,

non volendo restar preso, o schernito,

per farlo restar morto ne la strada,

gli dié di un'asta e il fe' cader stordito;

intanto gli fu adosso la masnada,

che Laman con lui avea e pregione il fece,

e il chiuse, onde partir più non gli lece.

Mentre che tra costor la guerra fue,

ed a pigliare Orano ognuno intese,

un, cui creduto, tra le genti sue,

avea Laman la moglie, il tempo prese,

e a fuggir diessi e giunto ove fra due

strade, in molte altre, si partia il paese;

perduto il buon sentier, si aggirò tanto

che giunse con la donna a l'Erimanto.

E giunto al ponte, ove credea sicuro

deversene passare a l'altra riva,

sente sonare un cifolo e un tamburo,

e vede gente che sovra gli arriva;

egli, fine temendo acerbo e duro,

vinto dal gran timor ch'al cor sentiva,

lasciò la donna e pensando salvarsi,

onde si dipartì volse tornarsi.

Ma non gli venne il suo disegno fatto

che il traditor fu, con la mia figliuola,

preso e menato ad un ladron, ch'a un tratto

al ventre sel mandò giù per la gola;

la mia figliuola poi tolse, con patto,

d'averla a tranguggiar fra sei di sola,

se non veniva alcuno a liberarla,

e dandogli qualch'uomo a ricovrarla.

Perché è costume di questo malvagio

di non mangiar donna, o donzella alcuna,

se forse non la mangia per disagio;

quando più che non vuole, egli digiuna,

e perché io so ch'avuto non ha l'agio

di far sazia la fame sua importuna,

ch'oggi giunto non sia il suo giorno estremo

tra questo tempo a gran ragione i'temo.

Perché né paesan, né pellegrini,

tra questo spazio di questi sei giorni,

sono passati per questi confini,

temendo morte ognun, non ch'onte, o scorni,

onde poscia che par che il ciel destini

che quanto esser può mal, meco soggiorni;

non so che farmi più, non so che dirmi,

se non per cibo a quel ladrone offrirmi.

E liberar, dandomi a lui per esca,

la figlia mia da fin così aspro e acerbo,

che pur che di pericol tale ella esca,

non mi fia grave che questo superbo

che cagione è che il viver mi rincresca,

mi stracci e mi consumi a nerbo, a nerbo,

che grata avrò la fiera morte mia

se per lo mio morir salva ella fia.

Sperato avrei che il mio figlio minore

trovato avesse a ciò qualche riparo

con la compagnia sua, col suo valore,

perché puot'ir con ogni forte a paro;

ma perché vero essempio di dolore

al mondo i'sia, gli Dei si congiuraro,

sì contra me, ch'armato a piastra e a maglia

con Lamano oggi è a singolar battaglia.

Che poscia che Laman rapì Licora,

(che così nominai la figlia mia)

e il mio figliuol maggior prese anco allora

ch'egli l'assalse in mezzo de la via;

il minor, senza far molta dimora,

fece una forte e nobil compagnia,

e andò contra Laman, ch'avea seguito

quel che la moglie sua gli avea rapito.

Per far vendetta de l'ingiuria avuta

e ricovrar colei ch'era il suo bene,

Laman, poi che la gente ebbe veduta

che contra lui menava Cleomene,

(che tal nome ha il mio figlio) conosciuta

la gran potenza ch'adosso gli viene,

fuggendo se n'entrò ne la sua terra;

il seguì Cleomene a fargli guerra.

A i Terrazan, visto il fiero assalto

che dié al loco il mio figlio ed i compagni,

divenne il cor via più freddo che smalto;

temendo lui non men che il lupo gli agni,

onde, alzando le voci insieme in alto,

dissero: – Non vogliam che si guadagni

Laman Licora e per un van desire,

noi tutti ponga a rischio di morire.

Però poscia ch'a lui piacque di torsi

la giovane e compire i desir vani;

egli al nemico suo vada ad opporsi

ed a menar da solo a sol le mani. –

Il signor, che tant'oltra vede scorsi

i cittadin, teme di casi strani,

e meglio tiene che Lamano chiame

il mio figliuolo a singolar certame.

Questo conchiuso fa Laman sapere

a Cleomene che quando gli piaccia

voler da sol con lui battaglia avere,

uscirà a guerra seco a faccia, a faccia;

Cleomene, che spera di potere

far che Laman, per la sua mano giaccia,

l'offerta fatta accetta in voce e in scritto,

e a la battaglia è questo di prescritto.

Così mi trovo la figliuola in stato

che mi posso pensar ch'ella sia morta

e 'l mio figliuol maggiore impregionato,

di cui forse la vita anco fia corta;

l'altro con l'arme in man ne lo steccato,

che certa morte spesse volte apporta,

e perché a pieno i fussi miser questo

giorno esser gli potrebbe il dì funesto.

Sì che tu puoi veder se mai più rio

destino uomo condusse a doglia cruda,

e se di vita debbo aver desio,

o che l'ultimo dì gli occhi mi chiuda.

Ciò udire ad Ercol dolse e disse: – S'io

avessi di pietà l'anima nuda,

non potrei far di non dolermi vosco,

poi che il vostro dolor giusto conosco.

Il qual fa che con voi tanto mi doglio,

quant'uom doler si può del male altrui;

ma, per scemarvi in parte il gran cordoglio,

a battaglia voglio ir contra colui

che tien la figlia vostra e se qual soglio

essere, il ciel vuol ch'oggi i'sia con lui;

se viva è vostra figlia l'amerete

e più che non sete or lieto serete.

E se fia morta, tal fia la vendetta

ché vi potrete rimaner contento,

e se il vostro figliuol sì non si affretta

d'ire a far con Laman l'abbattimento,

sì ch'io possa venire a guerra stretta

con costui che vi pon tanto spavento;

io voglio che vi abbiate da me solo

salvo il maggiore ed il minor figliuolo.

Qual chi gran vantator con piacere ode,

e materia di dir gli dà maggiore,

acciò che maggiormente egli si lode

di aver fatte e di far cose d'onore,

e de la vanità sciocca si gode,

ché mostra ragionando il vantatore;

e seco ride de la gran follia

ch'a vaneggiar quel glorioso invia.

Tal riso avrebbe il vecchio se l'immensa

doglia levato non gli avesse il riso,

odendo un giovanetto dir che pensa

di far restar quel manigoldo ucciso,

e di aver l'alma di virtù sì accensa

che s'imagini, poi ch'avrà conquiso

quell'empio ladro, Cleomene e Orano

liberare e dar morte anco a Lamano.

Ma gli disse: – Figliuol, la giovanezza

più prometter ti fa che dar non puoi,

se fusse bene in te tanta fortezza

quanta venne dal cielo unqua tra noi;

e però certo tien ch'è una sciocchezza

gir voler contra quel, contra cui vuoi;

a pena contra lui staria un gran stuolo

d'armati, non che tu giovane e solo.

Però non ti curar di guerra avere

con sì orribile, immenso e informe mostro,

ché squarciat'ha de gli uomini le schiere,

e tutto è molle già del sangue nostro;

bastiti per udita di sapere

qual'egli è e che parlando ei ti sia mostro;

e tien per certo che la più tremenda

cosa unqua non fu in terra, o la più orrenda.

Più grande egli è di diciotto braccia,

e larga la front'ha più di sei spanne,

e lunga più di diece ave la faccia;

fuor de la bocca gli escono due zanne,

di cui cosa non è che più dispiaccia;

larghe de la gola ha l'avide canne

tre palmi e mezzo, e gli occhi ave a l'imago

di lupo non dirò, ma di un fier drago.

Io non posso pensar che Briarco

fusse più crudo, o più feroce mai

di questo mostro dispietato e reo,

ond'ho sì acerbi e dolorosi guai;

dunque, caro figliuol, poi che ti feo

sì coraggioso il ciel, poi che tu sai

quale è costui, serbati a miglior sorte,

e lascia andar me vecchio a questa morte.

Per me, per la figliuola util serebbe,

condurti al mostro e dargliti in pastura,

ché certissimo son che ciò trarrebbe

me e la figliuola mia da morte dura;

ma di te, sin da prima, sì m'increbbe,

visto quanto l'oprar bene ti è a cura,

che non voglio esser (per mio ben) ministro

a te di fin sì fiero e sì sinistro.

Rengraziò de l'officio Ercole il vecchio,

ma non volse per questo aver paura,

anzi gli disse: – Padre i' m'apparecchio

di levarvi dal cor questa gran cura,

per porre innanzi un vivo e chiaro specchio

a la presente etade e a la futura;

qual pena voglia il ciel, che quell'uom abbia

che contra l'uman stuol sia pien di rabbia.

Veduta il vecchio la gran confidenza

del valoroso Alcide ed il gran core,

la persona robusta e la presenza

che dona testimon del suo valore,

restò alquanto sicur ne la temenza,

e divoto pregò l'alto motore

che fusse al desir d'Ercol sì secondo,

ché por potesse quel malvagio al fondo.

E andando al reo, nol vuol condurre al ponte

ove armati si stanno i malandrini,

perché con quella gente non si affronte,

ch'a stranieri fa oltraggio e a cittadini;

ma per la via di dietro il menò al monte,

ove non ha timor de gli assassini,

e spera di trovare a la sprovista

il fier, che tutto quel paese attrista.

Era quella montagna erta e sassosa,

ove per calle angusto si salia

al giogo, in cui tra cespi era nascosa

una gran grotta, che su un piano uscia,

ove quella fiera alma stava ascosa,

che gli uomini menava a morte ria;

e quattro volte il dì avea per cosiume,

indi a suoi malandrini andar su il fiume.

Entrò per questa via tacito Alcide,

e sì tosto che fu giunto a la grotta,

intorno a lei, crudo spettacol vide:

che qui era un piede, e là una gamba rotta;

ebbe pietà quando di ciò s'avide

Ercole de la gente ivi condotta,

la qual gli accrebbe il vedere una fossa

piena ivi d'ogni intorno d'umane ossa.

Giunti su il pian, vider legata a un pino

la giovane infelice, che piangea

il suo dur caso ed il suo fier destino;

e di trovarsi viva si dolea

poi che vedeva che di quel mastino

l'ingorda fame ella saziar devea;

perché gito era al ponte per trovare

cibo e non ne trovando a lei tornare.

E di mangiarla il crudo le avea detto,

se senza preda ritornava a lei:

onde le uscian sospir fuori del petto,

da movere a pietade i cor più rei;

e diceva piangendo: – Oimé a che effetto

serbata m'hanno insino ad or gli dei?

Deh perché (oimé) non restai morta allora

ch'uscì del ventre di mia madre fora!

O perché allor che da Lamano i'fui

lungo al fiume Ladon, lassa, rapita,

mentre dentro a quel bosco era con lui,

non fu l'ultimo di de la mia vita?

Ché così non mi avria data a colui

ch'a il suo signore e me, trista, tradita;

e non serei da sorte empia e superba

costretta a soffrir or morte sì acerba! –

Così dicea la donna, in voce mesta,

e andare insino al ciel facea i sospiri;

né moto alcun sentia per la foresta,

che non temesse gli ultimi martiri

or mentre il fier dolor l'ange e molesta;

e ch'aver non può fiato ond'ella spiri,

e di vita non sa quanto le avanzi,

le viene il padre e il forte Alcide innanzi.

Qual madre, che si vede in gran periglio

d'esser squarciata da rapace tigre,

se vien per torla da la morte, il figlio,

nol cessa di pregar ch'egli indi migre,

sì ch'ella sola dal pungente artiglio

squarciata resti e vada a l'ombre nigre;

e nel pericol più si duol vederlo

ché si allegri in soccorso allor d'averlo.

Tal costei, poscia ch'ebbe il padre visto

nel pericol medesmo in ch'ella stava,

anzi in maggior, ch'ella sapea se tristo

senza pastura Sauro ritornava,

che seria lieto di aver fatto acquisto

d'esso e il condurria tosto a morte prava;

mesta, più d'ogni donna ed infelice

sì chiama e lagrimando, così dice:

Qual aspro mio destin, qual ria ventura

vi ha qui condutto ad aver morte fiera?

Padre mio caro, acciò che sia più dura,

mia dura sorte e pur vivendo i' pera,

devendovi veder dar morte dura

ad un crudel, più a ogni crudel fiera;

oimé, che il mio morir mi parria gioco,

s'ora voi non vedessi in questo loco.

Deh' se mi amate e se miei preghi ponno,

quel che deono potere appresso il padre,

lasciate (oimé ) che me a l'eterno sonno

conduca questo reo con le man ladre;

e mentre che di voi sete anco donno,

toglietevi a le doglie acerbe ed adre,

che conforto mi fia che il padre viva,

se bene i' mi vedrò di vita priva.

Il miser vecchio con dolente volto

con la figliuola piagne e cerca sciorre

il nodo, che a le braccia l'era involto;

e lei, da quel crudo supplicio torre:

ma ben che molto s'affatichi e molto,

a l'infelice figlia non soccorre,

ché la catena è stretta con tal nodo

che di sciorla non ha forza, né modo.

Onde più e più lagnavasi, e a suoi pianti

parea che di pietà l'erba piagnesse,

e sì dolesser lagrimando quanti

cespugli il monte tra quei sassi avesse,

eco fu udita, a que' lamenti tanti,

fuori mandar quelle querele istesse,

e il pin fu visto, a que' dogliosi accenti,

e l'aria, segno dar di pietà e i venti.

Ma qual cerca la fiera audace cane,

al qual dato abbia il cacciatore il lasso,

per gli pian, per gli colli e per le tane,

ora a questo correndo, ora a quel passo,

tal loco entro a lo speco, non rimane,

ch'Ercol nol cerchi insin dal sommo al basso

per trovar Sauro e nol trovando al monte

torna turbato e con sdegnosa fronte.

Or mentre Ercole cerca Sauro e mentre

la figlia prega il padre che sen vada,

prima che ne la bocca a Sauro entre

e ne l'ingordo corpo se ne cada,

ecco che torna, per saziarsi il ventre

il mostro fier per la solinga strada;

vedutol sì la tema il cor penetra

a la donna, che par cangiata in pietra.

Ed il timore il vecchio anco si tocca,

che da la cara figlia si disgiunge,

temendo non avere ad ire in bocca

a quel crudel, che sì feroce giunge:

e di tanta temenza il cor trabocca,

che per l'orror, ch'acerbamente il punge,

si va a nasconder tra cespugli e vepri,

come sogliono far timide lepri.

E fuggita serebbe Licora anco

se non era legata di catena,

Ercol di forte cor, d'animo franco,

disegna questa e quel cavar di pena;

Sauro crudele, il qual non vide unquanco

di poter far più sontuosa cena,

quanta faria s'egli mangiasse Alcide,

s'allegrò tosto che 'n quel loco il vide.

Non altramente che allegrar si soglia

lupo affamato, quando in verde campo

senza pastor grasso montone accoglia,

sì che non possa avere al fuggir scampo:

ché per far sazia la sua ingorda voglia,

senza timor di periglioso inciampo,

a dosso gli si lancia arditamente,

e il mangia tutto con vorace dente.

Ma qual da poi che gli è tolto il capello,

volge vago falcon per l'aria il lume,

e l'anitra scorgendo, od altro augello,

veloce verso lui spiega le piume;

tal Ercol, poi che vide il mostro fello,

ch'avea di mangiar gli uomini in costume,

il passo verso lui veloce volse,

e la sua lingua in tai parole sciolse.

Traditor, che di vivi uomini fai

fuori d'ogni ragion, così gran strazio,

e, per molti mangiarne, unqua non hai

l'avido ventre tuo pieno, né sazio:

pria ch'oggi il sole asconda i chiari rai,

de la tua vita i'vo' accorciar lo spazio,

e facendo vendetta d'alme mille,

voglio che la tua morte ognun tranquille.

Qual in ira montar suol rabido orso,

se l'accanneggia alcuno, o se l'attizza,

e rabbuffando il mal composto dorso,

contra l'assalitor sfogar la stizza,

tale il fier Sauro con veloce corso,

col tronco in mano, il passo ad Ercol drizza;

uno acero il tronco era, dur com'osso,

trenta pié lungo ed a misura grosso.

Ercol, che vede contra sé venire

il mostro fier, sta con la mazza in punto,

perché nol possa quell'empio ferire,

ché vede ben che se dal tronco è giunto,

nulla gli gioverà forza, od ardire,

perché non si rimanga ivi defunto;

scende il colpo crudel verso la testa,

ma con la forte mazza Ercol l'arresta.

Raddoppia il colpo il manigoldo e grida,

e fa che il luoco al suo gridar ribomba;

Licora trema e d'Ercol si diffida,

pallida si che par tratta di tomba;

ma Alcide cui valore immenso affida,

nol teme più che passer la colomba,

e tiene al tronco fissi ambi duo gli occhi

perché, a vuoto, il crudele il colpo scocchi.

Lo smisurato tronco a basso scese,

in guisa tal che non percosse Alcide;

Ercole, che il vantaggio suo comprese,

ed il miglior de la battaglia vide,

la mazza a la sinistra gamba stese

di Sauro, per ferirlo:ei se n'avide

e la ritrasse, ma non sì che colto

dal colpo fu che contra gli era volto.

E quantunque giungesse alquanto scarso,

fu nondimen sì grave la percossa,

che se ne vide il sangue in terra sparso,

e nude de la gamba apparver l'ossa.

Sauro, da sdegno inestimabile arso,

vista del sangue suo la terra rossa,

sì rimase tra sé tutto sospeso,

poi che si vide sì aspramente offeso.

Come leon, da lunga fame mosso,

se vede ne la selva, ove soggiorna,

pascere il toro, gli si lancia a dosso,

senza temer de i piedi, o de le corna;

se si sente dal toro esser percosso,

più fier che prima, ad assalirlo torna,

così Sauro raccoglie ogni sua forza,

e a vendicar l'ingiuria si rinforza.

E di un riverso cerca di levare

ad Ercole la testa da le spalle

facendo sì fier grido a l'aria andare,

che il monte ne tremò tutto e la valle;

ma Ercole, che sta su il riparare,

e vuol, ch'a suo potere, il colpo falle,

trappassa e lui fere al sinistro lato,

sì ch'a gran pena puote avere il fiato.

Che fu sì grande e fu sì aspra la botta,

ch'egli ebbe allor dal figlio d'Alcumena,

che del petto gli fu una costa rotta,

tal ch'un palmo gli uscì fuor de la schiena;

vinto dal duolo il micidiale allotta,

con quanto aver poté valore e lena;

lasciato il tronco, andò per abbracciarlo,

pensandosi così poter fiaccarlo.

Ercol, che vede quella immensa mole,

che gli va a dar, con tal furor, di piglio,

per modo alcuno consentir non vuole,

che gli ponga su il dorso il crudo artiglio;

ma, come accorto e valoroso suole,

tenta a lo scampo suo novo consiglio,

e chino tra le gambe gli si caccia,

e l'una e l'altra piglia con le braccia.

Sì che si tolle al furibondo assalto

e leva sovra il collo il grave peso,

il leva dico e fagli far tal salto,

che sen va a capo in giù lungo disteso,

ed in guisa percuote il duro smalto;

in guisa resta da quel colpo offeso,

che si rompe le braccia e fiacca il collo,

tosto che 'n terra dà l'orribil crollo.

Qual allor che corroso scoglio in mare

cade per lo furor de le procelle,

sì gran percossa suol ne l'onde dare,

che il rumor se ne va sino a le stelle,

o quale annosa rocca, ch'al soffiare

d'Euro, dal fondamento infin si svelle,

e con tanto furor sen cade al piano,

che s'ode la ruina di lontano.

Tal cadde Sauro e ne tremò il terreno

per la percossa, che cadendo diede:

Ercol restò di maraviglia pieno,

e a gran fatica si rattenne in piede;

la giovanetta, cui l'alma nel seno

infinito timor tormenta e fiede,

ancor che morto veda il mostro fiero,

credere a pena a sé può che sia vero.

Qual le caprette sogliono e le agnelle

ben che veggano morto il lupo in terra,

timidette mirarlo, come ch'elle

temano anco da lui spietata guerra,

tal la donna del petto non si svelle

l'incredibil timor che il cor l'afferra;

quantunque vegga la fiera alma estinta,

che l'avea al pin sì crudelmente avinta.

Ma poi che vede ch'Ercole la testa

a Sauro spezza.col nodoso fusto,

e che punto di vita più non resta

a quel crudele, a quel malvagio ingiusto,

la miserella consolata resta,

e gli occhi leva al cielo e chiama giusto

il sommo Giove, poscia c'ha provisto

d'un, ch'ucciso ha chi facea ognun sì tristo.

Il vecchio padre, che nascoso stava

come coniglio ne le tane sue,

tosto che vide quella anima prava

sciolta dal corpo, ove congiunta fue,

lieto e sicuro uscì fuor de la cava,

ove stat'era gran pezza fra due,

qual devesse di quelle anime altiere

de la battaglia la vittoria avere.

E con gli occhi di lagrime bagnati

per la letizia, che nel cor chiudea,

s'allegrò con Alcide, poi che i fati

così secondi al suo valore avea,

ché da lui sol poteano esser salvati

tutti color che sorte aspra premea;

poi il ringraziò che con la sua virtute

dato avesse a la figlia e a lui salute.

Andaro, fatto questo, ambi a Licora

(che così si nomava) avinta al pino,

qual vermiglia si suol veder la aurora,

quando a noi mena il sol nel matutino;

tal nuda essendo venne in viso allora

la giovanetta e tenea il capo chino,

non ardendo guardar nel viso Alcide,

ché da la testa a i pié nuda la vide.

Ma poi che non avea da rivestirsi

abiti cittadini, né villani,

per poter quelle parti almen coprirsi,

che soglion più bramar gli animi vani,

i nodi avria voluto almen sì aprirsi,

onde legate avea dietro le mani,

che sì avesse coperte almen con quelle

le parti, ancor che sian cellate e belle.

Or poi che ciò non può tien gli occhi bassi

e cerca, in parte, a suo poter celarsi,

ma quanto più qua e là volgendo vassi,

quanto più cerca non voler mostrarsi,

tanto più in ogni parte aperta fassi;

e più viene ad Alcide a palesarsi,

tal che nulla restò che non vedesse

Ercol ch'aveva in lei le luci impresse.

Gli parve che 'n costei quanta bellezza

esser potesse in mortal donna accolta,

per empir di desire e di vaghezza

chi l'alma a contemplarla avesse volta,

posta avesse natura e sì l'apprezza

che gli par ch'ella fare un'altra volta

non poria a questa simil che l'idea

gli par costei di quanto bello avea.

Tal Atteon forse la dea di Delo

vide nuda bagnarsi entro la fonte,

o tale Endimion, quando dal cielo

in Ionia a trovarlo andò su il monte,

o Pane allor che pien d'ardente zelo,

tutta la si mirò da i pié a la fronte,

e per sfogar il suo desir, comprolla

con l'agne ne l'Arcadia ed ingannolla.

Or fino il crin, la fronte un bel diamante

pareva eban le ciglia e gli occhi stelle,

le guancie neve, che purpura ammante,

rubin le labbra, a maraviglia belle,

il mento, a cui non fu simile innante,

l collo, il petto e le bianche mammelle,

vero seggio d'amor, la facean tale,

che celeste pareva e non mortale.

Che de gli umer dirò, che de le braccia?

Che de le coscie a cui non son simili?

Che cosa troverò che si confaccia

a l'altre parti sue rare e gentili?

Cosa non è, ch'a mortal'occhio piaccia,

che non l'avesse tra le cose vili,

qualunque contemplasse quelle membra,

che fan che sol sé e nessun'altra, sembra.

Se Palla la bellezza di costei

vista avesse e Giunone e Ciferea,

quando le mandò il re de gli alti dei

a chi giudicio far di lor devea,

il pregio dato avrian tutte tre a lei,

benché non fusse, come ella eran dea,

che non avrian voluto, in tal tenzone

nel giudicio venire al paragone.

Costei, cred'io, s'imaginò Tiziano,

quando la bella Venere dipinse

col bello Adon, ch'aveva i cani a mano;

e caldi preghi a lui porger la finse,

sì che dir gli pareva in atto umano

per quello amor che a darmiti mi strinse,

poi ch'ire in caccia vuoi, ti prego Adone,

che cinghiale non cerchi, orso, o leone.

Ché ciò che fece mai natura ed arte,

con quanta usar seppero industria e cura,

la dotta mano espresse in ogni parte

di quella incomparabile figura;

tal che dal quinto ciel poteva Marte

scendere ad abbracciar l'alta pittura,

stimando questa più vaga di quella

che ogn'altra dea, nel ciel, facea men bella.

Però ad Ercol Licora entra sì in core

che gli par che ad un tempo arda ed agghiacci;

e con occulta man, lui leghi amore

mentre egli scioglie lei da i duri lacci;

ma ragione al desio superiore,

vuol che il folle pensier da sé discacci,

perché non macchi così bella impresa

voglia di foco disonesto accesa.

Come infermo che innanzi ha cosa eletta

ch'al desio aggrada e a la salute è ria,

in dubbio sta se a quel che il senso alletta

debba appigliarsi, o a quel ch'util gli sia,

e alfin fuggendo quel che sol diletta

a seguire il miglior l'animo invia;

così Ercol, se la donna ben gli piace,

fa che il desire a la ragion soggiace.

Sciolta che il padre e Alcide ebber Licora,

fu la bella persona rivestita

con quella veste ch'ella aveva allora

che fu su il fiume da Laman rapita,

ch'appesa a l'arbor stata era da l'ora:

ché il crudo Sauro, per torle la vita,

nuda l'avea, come nacque, spogliata,

e 'n segno di trofeo, su il pin lasciata.

Qual agnella che piena di terrore

fugga dal lupo fier ne le campagne,

se ne corre veloce al suo pastore

perché con l'altra greggia ei l'accompagne;

tal la bella Licora, poi che fuore

esser si vide de le man grifagne,

onde morte temea, di trista ed egra,

se n'andò al padre suo contenta e allegra.

Poi tutti s'inviaro al fiume insieme

per uscir fuor di quel loco silvestre,

perché par ch'a Licora anco il cor treme,

finché non è fuor de la stanza alpestre

ne l'andare, un leon odon che freme

sì che tremar fa la region terrestre;

il piede Ercole udendolo, rattenne,

e di quel che già uccise gli sovenne.

Ma seguitando poscia il lor viaggio

su il ponte che copriva l'Erimanto,

videro un fier leone aspro e selvaggio,

il quale aveva una donzella a canto

che con parole gli aggiungea coraggio,

e il suo immenso valore accrescea tanto,

ché contra mille armati avea contesa,

che la strada del ponte aveano presa.

Questi erano color che tenea al ponte

il crudel che di sangue uman vivea,

e facevano oltraggi e mortali onte

a chi a quel loco il suo camin volgea;

vist'Ercole la donna che con fronte

altiera, quel leon così accendea

maraviglia ebbe, ch'a feminil voce

ubidisse animal tanto feroce.

Ma sapendo che questi erano quei

che per Sauro predoni eran su il fiume,

deliberò ch'alcuno di que' rei

non avesse a fruire il vital lume;

e senza altro saper chi sia colei

che fa che i ladri quel leon consume,

il suo terribil tronco irato afferra

e move a que' malvagi acerba guerra.

Il capitan di quella cruda gente

che si vede assalir con doppio assalto

né meno del leon vede possente

Ercol, che tra loro entra a sì gran salto

di ritrovarsi in quel loco si pente,

né sa come fuggire, ove fare alto,

né impauriti son meno di lui

tutti que' ladri e malandrini sui.

Come quando Euro una gran selva scuote

e fa gli arbor tremar dal pié a la cima,

la greggia de' conigli che non puote

non temer che ruina ivi l'opprima,

fugge veloce a le sue tane note;

e ognuna d'esse cerca esser la prima

che si agguati e si ponga sì in sicuro

che non abbia a temer d'assalto duro.

Così la gente pallida e smarrita

visto il ferir de la nodosa mazza,

e 'l furor del leon che l'ha assalita,

esser vorrebbe in ben spaziosa piazza

per potersi salvare almen la vita

se vi lasciasse ben spada e corazza;

e d'indi si vorria torre e fuggire

ma via non trova di potere uscire.

Qual se due pardi di generosi e franchi

assaglion damme sparse in verde prato,

lor vanno ora dinanzi ed ora a i fianchi,

sì che assalite son da ciascun lato;

né via ritrova come si rifranchi

alcuna da l'assalto che l'è dato;

tal queste genti a star constrette sono

ivi, senza sperar fuga, o perdono.

Si vede, mossa da nobile sdegno,

fremendo dar la generosa belva

di forza, di valore e d'ira segno,

non men che soglia ne la folta selva,

quando fa strazio, senza alcun ritegno

di qualunque animale ivi s'inselva;

e quanto più né fere e più né strazia

tanto ne riman men l'ira sua sazia.

Ercole gira il suo fulmineo tronco

e percuote ora questo ed ora quello:

a quel la mano, a questo il braccio è tronco

in bocca a questa e a quel cade il cervello;

questi a mezzo partito è come un gionco,

là volan dieci teste in un drapello

e ad ogni colpo che contra lor caccia,

si veggono ire al ciel man, piedi e braccia.

E quantunque la morte sia una sola,

ivi si vede in mille modi varia

che secondo che qua e là Alcide vola

uccidendo la gente a lui contraria,

secondo che il leon la vita invola

a questo e a quello e i gravi colpi varia,

si veggon tra le genti rotte e peste,

tanta faccie di morti agre e funeste.

Ribomba il ciel de l'orribili grida

di chi cerca fuggire e di chi giace

ch'ognun mercede, ad alta voce, grida

contra il furor di chi gli ancide e sface;

e di salvarsi ognun così diffida

dal forte Alcide e dal leone audace

che, perché alcun di lor più non gli affronte

giù nel fiume si gittano dal ponte.

E volendo fuggir la morte, vanno

a certa morte i miseri infelici

che non più sicurezza di vita hanno

da l'onde, ch'abbian da due ta nemici;

così, un fuggendo, entran ne l'altro danno,

né provan de gli dei men l'ire ultrici,

da quali, quanto più tardan le pene,

tanto maggior poscia il supplicio viene.

Poscia che fur que' malandrin ne l'acque

de l'Erimanto e un pezzo in giro andaro

in poco tempo aspro spettacol nacque

che tutti in varie vie vi si affogaro;

e da la turba che su il ponte giacque,

le piaghe sangue in tal copia versaro

nel fiume, che fu dubbio se nel sangue

restò, o ne l'acqua quella gente essangue.

Morto il fier Sauro e morti gli assassini,

quei d'Elide, di Latri e quei di Pisa,

e gli altri, ch'a quel fiume eran vicini,

de quai stat'era una gran parte uccisa,

tenendo degno Ercol d'onor divini,

visto Sauro e la sua gente conquisa,

vaghi di dar di grat'animo essempio,

gli alzar, dopo le rese grazie, un tempio.

Ed il nome di Sauro al monte diero

che stanza del crudele esser soleva,

Ercol, che il leon vide già sì altiero

mentre egli di que' rei strazio faceva,

mansueto venuto esser di fiero

sì che con la donzella si godeva

de la vittoria e ne scherzava umile

con lei, qual col patron cane gentile.

Maraviglioso chiese alla donzella,

qual fusse la cagion che mansueto

andasse quel leon fiero con ella,

ch'animal per natura è sì inquieto;

la giovanetta, con gentil favella,

con viso grato e con sembiante lieto,

gli disse quello che vi ho da contare,

tosto che con voi torni a ragionare.