VI

By Giambattista Vico

Il candor luminoso

de l'alma stirpe, che di rai celesti

a le muse vestìo gli alti natali

onde s'odon chiamar figlie di Giove,

di Giove il re degli uomini e de' dèi,

e là sovra le stelle

si salutan sorelle

e da Perseo e da Bacco

e da' Bellorofonti e dagli Alcidi;

tal fresca origin diva

destò ne' lor ben generosi petti

pensier tutti magnanimi e sublimi,

schivi di laude ornar virtù volgari,

ma celebrar sol opre e chiare e grandi

con tai divine imagini e sì vaste

che imitarle dispera umano stile.

Perché applicâro ogni alto studio e cura

d'intesser i bei lor lavori eterni,

di sé formando ampia immortal corona,

cui fa splendido centro il dio del lume

che a le cose mortai numera gli anni

e de' spirti immortali eterna i nomi,

al suon di quella lira,

che dolce accorda in melodia celeste

i vari error de le rotanti sfere,

ed in bell'armonia

quant'eran prima dissonanti e fèri,

tanto poi mansueti e ben concordi

fe' risonar gli uman costumi in terra.

Quindi gli eterni lumi,

ove la terra è ricoverta d'ombre,

or senza nome allumerien l'Olimpo:

anzi l'istesso Febo sconosciuto

or roteria la sua gran lampa al mondo;

Febo, che 'n forza da le sagge muse

ai dèi dispensa e lume e vita in cielo.

Ond'infra l'alta sfera,

che pigra corre il mietitor degli anni,

sol pel rispetto e per pietà di figlio

ha posto il suo regal inclito seggio,

pien d'apollinea luce, il sommo Giove

per lunghi spazi sopra agli altri dèi;

perché primo insegnò temer gli dèi

a' fèri empi giganti,

a' quai le prime sue divine leggi

col fulmin scrisse e l'intimò col tuono.

Sotto lui Marte gira,

che ne le crude guerre e sanguinose,

dentro zuffe, terror, stragi e spaventi,

la rabbia regge e 'l rio furor de l'armi.

E presso al truce poi Vener fiameggia

con sua ridente alma serena luce,

che, co' suoi vaghi vezzi, atti leggiadri,

piegonne a gentilezze il ferreo mondo.

Mercurio tutto indi di sol vestito,

celeste araldo, dètta a' vincitori

di terminar da uomini le guerre

e conservar con giuste leggi i vinti.

La più pressa di tutti a noi Diana

gira tra l'ombre tacita e secreta,

che con schive e sdegnose

sue maniere ritrose

ella pur ne destò l'amor umano,

ch'attese a celebrar cittadi e regni,

restando a solitudini diserte

i Pani ignudi e i satiri sfacciati.

E nel sommo del cielo eterno tempio,

ch'erge le vòlte d'immortal zaffiro,

queste pittrici dive

con terren'ombre e co' celesti lumi

dipinsero i primier famosi eroi,

che del cammin del sole oltra i confini

portâro con le lor grand'opre eccelse

su l'ali della gloria il greco nome.

Anzi sovra il sublime

Campidoglio del mondo,

di cui son spettatori uomini e dèi,

per mano de le muse

le insegne de le lor stupende imprese

in eterni trofei veggiam sospese.

Là del leon la spoglia,

che la selva nemea distrusse ed arse,

tuttavia, quando la s'indossa il sole,

secca i torrenti e le campagne asseta.

E colà dove pende

de la Gorgone il teschio:

col terribile aspetto e spaventoso

tuttavia sembra d'impetrar le stelle,

quas'indi per stupor sieno in ciel fisse.

E là dove la nave,

che traggittò di Ponto a' greci lidi

il vello d'òr, ch'a la feroce amante

costò gran scelleragini e vergogna,

verso l'eternità lenta veleggia.

Poiché gli eroi famosi e i lor trofei

con corso egual al sole

camminan stanchi una sì lunga via,

ch'oltra il cui fin non più cammina il tempo.

Da sì sublime stato,

che 'n lavori celesti entro le stelle

spaziavan le lor menti divine,

sceser quaggiù le sante suore in terra;

non già per consecrare ampie virtudi

che conferîro de' gran beni al mondo,

ma più per condennar robusti vizi

che strepito facean di gloria e vanto.

Ed Omero, di tutti altri poeti

per merto e per età principe e padre,

cantò con chiara alta sonora tromba

i violati ospizi dal troiano,

quando armâr d'ira il risentito Achille

e di frodi infiammâr le faci greche,

ond'in cener cadeo Ilio distrutto;

e quanto mai senno e valor fermâro

al ben accorto e tollerante Ulisse

gli error del mar irato, e più del mare

le Calipsi, le Circi e le sirene,

per punire in un dì ben mille offese

fatte al suo onor da' dissoluti proci,

ghiotti, infingardi, giucatori e vani

assediator de la pudica moglie.

Però le caste dèe, pudiche e sante,

ravvolgendo in sozzure i puri spirti,

indebolîro il generoso e maschio

ingegno che sortîr dal padre Giove.

E con mostrose maschere caprine

salîr su i plaustri; e quelle che mai sempre

bevute avean le sacre linfe e pure,

quali salian dal limpido Ippocrene,

di vin bagnate con ridevol motti

notâr di vizi i re, gli eroi, gli dèi.

Indi osâr comparire in su le scene

ed esporre i conviti empi e nefandi

di fatti in brani pargoletti figli,

pòrti in vivande agl'infelici padri;

talché, per non veder le infami mense,

ritorse indietro il suo cammino il Sole.

Da tai scelleratezze atre esecrande,

benché per detestarle e farne orrore,

a le vergini dive

pur profanati indi i pietosi petti,

degenerâro alfine in reo costume;

e, burle atroci a la virtute ordendo,

a' santissimi Socrati tramâro

le sempre piante ed onorate morti.

Così quelle che prima

per felice natura eran portate

cantar sole virtù divine e grandi,

col volger tempo e col cangiar costume

fûro per legge teatral costrette

sotto finte persone

e con civili motti ed innocenti

de la vita insegnar privati ufizi.

E quella lira alfine,

ond'Apollo tessé inni agli dèi,

che recatasi in seno il forte Achille

cantava i fatti di più grandi eroi,

si diede a celebrare

in Ismo ed in Elea

il lottatore vincitor del giuoco,

o con l'ardenti rote

chi del volante cocchio

schivò la meta e non v'infranse l'asse;

e tali innalzò al ciel entro gli dèi.

Ciò soltanto restava (e pur avvenne)

che le caste donzelle,

fatte d'Amor ancelle,

tributasser cantando

a bellezza mortale onor divini,

e loro rassembrasse a' numi eguale

chi di Lesbia contempli il divin volto,

che d'ogni qualità mortal disciolto,

per lui n'abbia anco a vil scettro regale

le lor alte, immortali opre d'ingegno.

Perché si divolgâro

le loro alte immortali opre d'ingegno,

né in Pindo né in Parnaso

ebber più templi e regni e propie terre,

ma profane e private

andâro da per tutto egre e raminghe

l'alte figlie di Giove,

e ne le regie corti,

a caldi prieghi di ben vista pace

util vie più di gloriosa guerra,

radi e brievi ricovri elle trovâro;

il perché ne saran chiari mai sempre

e gli Augusti e gli Alfonsi ed i Leoni,

e i prenzi ne vivran tutte l'etadi,

e Roveri ed Estensi e Medicèi.

Or se le somme laudi, onde si ornâro

a prischi tempi giusti i sommi numi,

le magnanime donne e i forti eroi,

or son maniere di laudar volgari,

quai maschere talor senza subbietto

di Diane, di Veneri e di Alcidi;

che pur di voi mi resta dir, gran donna,

TORRE d'alta onestà, d'alto savere,

cui modestia cortese orna i costumi,

cui gravità gentil gli atti compone,

cui dottrina e pietà veste i pensieri

e forma il favellar leggiadro e saggio?

Che 'n questa età di raffinati gusti,

o gran Marina, voi ne rassembrate

sabina donna in attiche maniere.

Queste son vostre laudi e propie e vere.