VII

By Antonio Fileremo Fregoso

– Per me si va ne la Città piacente.

Per me si va fra singular piacere.

Per me si va fra la amorosa gente.

Dal gran Motore de le eterne sfere

io fui creata, ben che in primamente

da lo infinito eterno suo sapere

in grembo a Caos il mio gran signore

fu retrovato e è chiamato Amore.

Per quel tutte le cose fur create,

che hanno vita mortale in questo mondo.

Lasciate ogni tristezza, o voi che intrate –.

Queste parole de un color iocondo

sopra la porta di la gran cittate

de or vidi scritte in un marmoreo tondo.

E le mura d'intorno eran sì belle,

che ritrovar non so simile a quelle.

Di pietra verde lucida murata

era d'intorno la città regale.

Da alcuni arcier la porta era guardata

fanciulli, e l'arco in man teneano e il strale,

a ciò che gente dentro bandegiata

non intrasse per far qualche gran male,

cioè la Mala-lingua e Mal-pensiero,

che dice e pensa mal senza esser vero,

Fraudi, False-lusinghe e Finto-riso,

Parole stravestite di dolcezza,

da ingannare ogni core a l'improviso,

la Invidia de altrui ben dolersi avezza,

lo Odio larvato sotto amico viso,

e la Stultizia bestia da cavezza,

e dimolti altri assai, sì come intesi,

che nei bandi de Amor sono compresi.

Tenendomi per man la giovenetta,

passammo dentro la città preclara,

né domandato fu di la boletta,

però che in fronte io la portava chiara,

che da ciascuno poteva esser letta:

quando perdei la libertà mia cara

e preso fui dal magno capitano,

Fede la scrisse allor con la sua mano.

Dentro passando senza più contesa,

a caso come vòlse la Fortuna,

qual quando vuol favor dà ad ogni impresa,

come vòlse ella, i' me incontrai con una

amicissima mia, di virtù accesa

in questa nostra età quanto altra alcuna,

fra le altre rara e di bellezza insolita,

chiamata da ciascun la bella Ippolita.

Ammirativa mi guardava, io lei.

– Non so se io sogna, tu mi par pur desso –.

Poi mi diceva: – Mai pensato arei

di reincontrarti, o Filerèmo, adesso.

Deh dimmi, come qui venuto sei?

Qual stella in ciel benigna me ha concesso

ch'io te abbi retrovato in questo loco?

Ben gran camino hai fatto in tempo poco –.

E io a lei: – Dirvi chi fu Mirina

superflüo mi pare e che fu serva

(voi lo sapete) di la gran regina

di castità, qual l'ha mutata in cerva

e piena di furor con gran ruina

scacciata fuori di la sua caterva.

E a caso doi mei cani l'han trovata

e in caccia posti, sempre seguitata –.

Disse ella: – Non dir più, ché el tutto ho inteso.

Menata è in la città la Cerva bianca,

non son sei giorni ancor, senza aver leso

pur un sol pel, vero è che era assai stanca,

e l'uno e l'altro cane è stato preso.

Tenela come in man l'avesti franca;

e i toi cagnoli arai (crede a me) certo.

Non te incresca lo affanno che hai sofferto –.

Con quella carità qual debbe e vuole

essere in amicizia onesta e vera,

insieme ragionando assai parole,

la bella donna se inviò primera.

Io la seguiva stupido, qual suole

un rozzo montanaro in su la fera,

che per la magna copia de le cose,

fa viste nel guardar maravigliose.

Per tutte le boteche io vidi Amori,

artefici ammirandi e naturali,

che per signal di l'arte sua di fuori

tenevan de ogni specie de animali:

orsi, tigri, leon superbi e tori

e d'ogni sorte ancor di quei ch'han l'ali,

per mostra che dil seme in casa avevano

e vivi a ogni piacer suo ne facevano.

E suoni e balli in mezzo de ogni via

e canti ne le piazze eran per tutto:

la gran città tutta era melodia.

Così fra feste e giochi i' fui condutto

da la eccellente bella guida mia

dove di mercadanti era il redutto,

come a Milano il ricco suo Broletto,

a simile esercizio loco eletto.

Non di sete, di lana o di cottoni

fra lor si ragionava o di baratti;

elegie di amor, stramotti e suoni

eran gli avisi soi e soi contratti.

Qui non convien che di altro si ragioni,

se non degli amorosi eccellenti atti.

Qui sol si compran cori de gli amanti,

con bei costumi e placidi sembianti.

– In qual città moneta tal si spende –,

dicea la bella Ippolita, – o Fregoso,

sì come qui, che un fido cor si vende

per uno atto gentile e virtüoso? –.

Ad altra mercanzia qui non si attende,

se non esser fra gli altri il più famoso,

e qui più ricca è quella e più estimata,

che ha più nobil costumi e più agraziata.

Poi che di quei leggiadri mercadanti

la bella piazza i' vidi a mio piacere,

indi partimmo con la dama inanti.

Così andando e ardendo di vedere

(sì come è usanza) i lochi più prestanti,

ché per natura ognun desia sapere,

uno edificio eccelso io vidi, il quale

era di la città il magno ospitale.

Vago di novità con la mia scorta

a questo santo ospizio i' gionsi presto,

la giovenetta mia compagna accorta

lassando in piazza, il che mi fu molesto.

Così arrivando a la infelice porta

ne ricolse con atto assai modesto

Speranza dil gran loco curatrice,

conforto de ogni amante ch'è infelice.

Dove gli infermi stanno essendo intrati,

vidi in una gran sala intorno intorno

di bel verde sandàl letti apparati,

e dentro amanti gli facean sogiorno

non sani, da sue ninfe abandonati,

spettando resanar col suo retorno.

De gli amalati si sentian per tutto

suspir, lamenti e amoroso lutto.

Da l'altra banda mi mostrava ancora

i letti tutti accortinati a bruna,

dove gli amanti infermi fan dimora,

quali han tanto nemica la Fortuna

che non gli vuol prestare un poco de ora

da poter ragionare in parte alcuna

con la sua cara amica, e stan sì male

che la infirmità sua quasi è mortale.

A questi apresso, infermi d'altra sorte,

in letti di taneto circondati,

vidi giacer con barbe e faze smorte,

come de ogni salute disperati,

però che la immatura e empia morte

de la unica sua diva gli ha privati;

né più remedio ha la sua estrema doglia,

mentre il suo spirto arà terrena spoglia.

In questo amplo ospitale un gran vecchione

era medico sol, Tempo chiamato.

E ditto ne fu poi da assai persone,

che alcun meglior di lui non fu trovato

nel mondo mai in ogni gran passione,

quantunque il caso fusse disperato.

E nel curar, persona è assai discreta

perché medica sol con la dïeta.

Speranza nel gran loco era infermera,

ché la vivanda gli vedea portare

per nutricarli la matina e sera.

Dolce promesse in cibo gli suol dare

ma gli amalati in questa ultima schiera

per modo alcun non ne potean gustare,

anzi gli era in orrore un simil pasto,

ché 'l stomaco il gran mal gli aveva guasto.

Sollicitava la mia bella guida

il dipartirse dal predetto loco.

– Melancolico è il stare in tante strida –,

diceva, – andiamo dove è festa e gioco,

ché 'l dimorar più qui par che me occida –.

E però lì fermarmi potei poco,

né vedere altro, poi ch'io mi partiva

seguendo quella chiara stella viva.

Di pietà ancora pieno avendo il core,

fatti vicini a la eccellente corte

di lo ammirando e natural signore,

qual tanto aviva quanto occide morte,

già vedevamo un gran fratel de Amore

con mille arcieri intorno in su le porte

dil gran palaggio eccelso e trionfale,

con face in mano ardente e l'arco e il strale.

– Ahimè, donna gentil, che turba è questa? –,

io dissi ad ella, – e come intrarem mai,

che tal gente a l'intrar non ci sia infesta? –.

E ella a me respose: – Vederai

che arma di lor non ci sarà molesta.

E come ben costor cognoscerai,

la sua amicizia piaceratti tanto

che gli darai nel mondo eterno vanto.

Questo si chiama Amor preservativo,

che conserva de Amor l'immenso regno

con il suo sacro ardor potente e vivo.

Questo è de ogni animal vero sostegno,

ché non è alcun sì vile e de ardir privo

che non glie dia ardir, potere e ingegno

a nutrire e servare i figli cari,

come esempli ogni dì si vedon chiari.

E è sua face in noi tanto potente

che se donna gentile un cor degno ama,

non teme morte e alcun dolor non sente,

per conservar l'onor di quella dama,

quantunque ogni martìr veda presente,

tanto gli giova de acquistargli fama.

Questo di la gran guardia è capitano;

intriam, ché chi Amor serve, è sempre umano –.

Io stava pien di maraviglia estrema,

ché mi pareva sopranaturale

sentir donna parlar di sì alto tema;

però fra me diceva: – O sacro strale

di Amor, quale hai virtù così suprema,

che fai divino lo ingegno mortale,

come or vedo in la Ippolita la prova,

che quasi una Dïotima par nova –.

Ne la ampla piazza dil palaggio eterno

per mezzo intrassem de la guardia invitta,

che ha in sé tanta modestia e tal governo,

che una trista parola non fu ditta.

Ma come mai narrato il gaudio interno,

e la ammirazïon come mai scritta

sarà da me, di quel ch'io vidi allora,

ché a repensarlo io me confondo ancora?

Era il cortil dil bel castel rotondo

con portici e colonne intorno intorno,

che non fu visto mai il più iocondo.

Quelle colonne quale il fan sì adorno,

hanno virtù che fa l'omo fecondo,

e lucen sì che par sempre di giorno;

di Paneros mirabil gemma tutte

(che vuol dir tutto Amor) sono costrutte.

Il magno principal mur castellano

edificato è de una Encardia pietra,

che simile mai forse al mur tebano

non ne mosse Anfïon con la sua cetra.

E perché il nome suo vi faccia piano,

piena di cori ognuno lo interpètra.

Di Acate poi per tutto è il pavimento,

che solicito fa chi è pigro e lento.

In mezzo la ampla piazza un fonte chiaro

da una imagine stilla in un gran vaso

de un lucido cristal tanto preclaro,

che Castalïo forse là in Parnaso

invidia arebbe avuto al fonte raro.

Certo non mi sarei mai persuaso

virtù in acqua trovar tanto potente,

come in quella dil fonte sì eccellente.

La onda soave, anzi divin liquore,

Nepentes si domanda da ciascuno:

a cui ne beve, scaccia fuor dil core

ogni mestizia e pensier tristo e bruno.

A Ulisse, che pel mondo in tanto errore

peregrinò, come saper può ognuno,

Elena greca fuor dil petto mesto

ogni ansia cura licenziò con questo.

Poi che dil dolce umor quanto a me piacque

bevuto ebbi e lavato mani e volto

da ogni pensier molesto, poi ch'io nacque,

non mi sentei così libero e sciolto.

Intorno a queste chiare e fatale acque

era infinito numero raccolto

di dame, ché nel gran castel iocondo

era de ogni nazion di tutto il mondo.

Quale per ber, qual per portarne via

eran con vasi intorno radunate.

Dissemi allor la bella scorta mia:

– Quante trovar si suoleno ingannate,

che 'l spargeranno in mezzo de la via,

ché tal grazie dal ciel raro son date,

poterne sempre avere al suo piacere

e darne a i cari amici soi a bere –.

Partiti dal bel fonte onde io bevei,

sotto a le logge al mur vidi suspesi

li glorïosi spogli e gran trofei,

per quali chiaramente allor compresi

esser vinti de Amore omini e dei

e già nel trionfo suo menati presi.

Di Giove il fulmen vidi paventoso,

che par menaci ancor così fumoso;

l'arco di Febo e la faretra gli era;

la celata di Marte e il scudo immenso,

che non vedesti mai cosa più fiera:

ancora orrore io n'ho, quando repenso

a quella foggia inusitata e altiera;

di Nettuno il tridente gli è suspenso;

e di Mercurio il caduceo e le arpe

gli erano affisse e le sue alate scarpe.

Seguiva poi il bel tirso di Bacco;

di Ercule forte senza parangone

la clava con la quale occise Cacco

vidi e la pelle dil nemeo leone.

Io era quasi dil guardar già stracco,

anzi pur vinto da la ammirazione,

quando mi accorsi doi star lì in disparte,

l'arme superbe a contemplar di Marte.

Vedendo di doi l'un con tal diletto

mirar le orrende essuvie, io dissi allora:

– Questo è ne l'arte militare eletto,

ché ognun dil suo esercizio se innamora –,

ch'io non lo avea ben visto ne lo aspetto,

come poi vidi chiaramente ancora.

E approssimato al degno capitano

il salutai e gli toccai la mano.

Disse il signore: – E qual propizio fato

te ha qui condutto? o qual secondo vento

a l'intrar questo loco te ha aspirato?

Oh, quanto di vederte io son contento,

e quanto il favellar teco me è grato!

Io stava a contemplar queste arme intento

e con esse escusava il nostro errore,

vedendo un tanto dio vinto da Amore –.

E io resposi: – Amor che è sì gran dio,

credo possa assai più che voi non dite,

o caro e eccellente signor mio.

A gli elementi, che hanno eterna lite,

comanda e quelle poner fa in oblio

e stare in pace con sue forze unite;

e di questa concordia poi succede

la vita in ogni vivo che si vede.

Sì che, signor, non vi maravigliate,

si ha vinto i dei e a gli umani impera,

se poi supera voi alcune fiate,

né aitar vi può vostra feroce schiera –.

Allor mi fece molte gran brazzate,

poi ch'io ebbi detto, e se saper vòi chi era,

di La Palissa il gran Signor si chiama

Iacobo, che ha ne l'arme tanta fama.

Dopo queste parole al suo compagno

la man toccar mi fece e salutare,

e poi suggionse: – Un singular guadagno

sappi, Fregoso, ch'io ti faccio or fare

de la amicizia d'un famoso e magno,

qual credo che abbi udito recordare.

Questo è quel degno Amante de la Rosa,

che scrisse già sì ben l'Arte amorosa –.

– Ancor di questa dolce compagnia

e di questa amicizia –, io dissi allora,

– nascerne fama eterna a voi potria,

se 'l ciel non mi festina a l'ultima ora –.

Dir volea più, ma che la guida mia

cognobbi non voler far più dimora,

il che nel volto suo chiaro compresi,

e però da ambidoi licenza presi.

A l'ampla sala dove ha posto Amore

il regal seggio essendo approssimati,

io mi sentei cangiar sì di colore,

come fan quelli in villa sempre stati:

se nel cospetto poi de alcun signore

vengano, a tal spettacol non usati,

il sangue per coprir la lor vergogna

gli scorre al volto dove più bisogna.

Grata-accoglienza di lo augusto loco

portinara era, a ciò Pensier-molesto

non intrasse a sturbar sue feste e gioco.

Vedendone, con atto umìle e onesto

ne aperse, e intrando, venni in viso un foco,

ché trono alcuno mai simile a questo

non avea visto, e nel stupor summerso

io stava sbigotito in tutto e perso.

De lo atrio immenso in capo, il tribunale

era di gemme e de oro sì lucente

che ingegno uman non ne farà mai tale;

e sotto passegiava molta gente,

che in viso certo non parea mortale.

Pensa se ammirativa avea la mente.

Sopra il palco tre sedie eran sì belle

che radïavan come proprie stelle.

Fissi mei occhi io non potea tenere

intento a contemplar sì gran chiarezza;

come l'augel di Giove suole avere,

desiava a mia vista tal fortezza;

a la fin pur io cominciai vedere,

poi che in la luce ebbi mia luce avezza.

E compresi nel chiaro e gran splendore

Voluttà in mezzo a Citerea e Amore.

Voluttà in mezzo de ambidoi sedeva,

e una matrona veneranda molto

tutti tre in grembo a sé gli reccoglieva.

Poi vidi Amor specchiarse nel bel volto

de una, il cui viso come il sol luceva,

che in dolce fiamma il cor gli aveva avolto:

Bellezza ha nome, e Pasitea con quella

scherzava e l'una e l'altra sua sorella.

Era sì veneranda la figura

di la matrona che pel sacro aspetto

a dimandar di lei con molta cura

ad alcun circostanti i' fui costretto.

E resposto mi fu: – Questa è Natura,

magna matre de ognun, nel cui cospetto

sempre gli è Amor con la sua calda face,

Venere e Voluttà, che tanto piace –.

Di varie stelle e animali adorno

il manto suo il tribunal copriva;

gente da poi per tutto intorno intorno

stavano ad onorar quella alma diva:

non ebbi mai il più felice giorno.

E la presenza sua sì me nutriva,

sì da i spiriti sciolto il terreno velo

era ch'io parea ratto al terzio cielo.

Poi la Ippolita bella non lontano

da quel predetto loco mi mostrava

Concordia, che doi cor teneva in mano,

quali con stretto nodo ambi legava.

E un giovenetto poi con viso umano

vidi, che assai vicino a quella stava:

uno annelletto e face in man teneva.

– Quello è Imeneo –, la Ippolita diceva.

Apresso a questo con suo sguardo pio

gli era una leggiadretta damigella,

che ognuno esser suo amico avea desio

e volontieri se accostava a quella;

Gran Maestra era in corte al parer mio,

di Vener tesorera ognun l'appella,

Commodità la giovenetta vaga,

che i fidi amanti con breve ore paga.

E Zefiro gentil pittor de Amore

la bella donna mi mostrava ancora,

con le ale drieto, varie di colore;

e a canto gli era la sua amante Flora,

che tesseva ghirlande de ogni fiore.

Questo a pingere il mondo esce poi fuora

portato da gran venti genitali,

quali Amor crea quando move le ali.

Un garzonetto in viso rubicondo

in la gran sala passegiava al basso,

che non vedesti mai il più iocondo,

con face in mano e era alquanto grasso.

Amor questo ministro per il mondo

spesse fïate suol mandare a spasso,

però che è dio di balli e di conviti

e visita le spose con mariti.

Comus si chiama il giovenetto lieto;

piacegli molto il nostro carnevale;

far lume con sua face è consüeto

in nozze per le camere e per sale.

Sempre ha di fanciulletti un stuolo drieto,

chi fa moresca, chi sgambetta e sale

battendo il suon con ambedue le mani

concave e con sonagli e gesti strani.

E in queste dolce e amorose feste

(come da la mia guida io me informai)

lo amante ne la amata si traveste,

il che non vidi in altro loco mai;

né adoprare altre larve san che queste,

e tale usanza mi piaceva assai.

Ma mentre che costui fisso mirava,

nel loco adorno un cortegiano intrava.

Disse la guida mia di virtù accesa:

– Ecco, Fregoso, il cacciator garzone,

dal qual la Cerva in caccia è stata presa.

Questo è quel vago e quel formoso Adone.

Ben credo che abbi la sua fama intesa,

che sparsa è ormai per tutte le persone.

Questo è di Vener bella il favorito,

però da ognuno il vedi reverito.

Toi fidi cagnoletti ha questo ancora,

però se seco favellar ti piace,

accostiamosi a lui senza dimora –.

O vile, o ignavo, i' non fui tanto audace,

che avesse ardire di parlargli allora:

stava qual poverel che mira e tace,

né ardisce chieder quel che gli bisogna,

ché in lui desio combatte e la vergogna.

Pur a la fine tanto animo io presi,

che i mei cari cagnoli addimandai

in seguir quella fiera tanto accesi

e di la Cerva il tutto gli narrai,

tanti perigli e tanti passi spesi.

E mia procuratrice ivi lassai

la bella donna, qual reebbe il tutto,

unde ebbe fine il mio amoroso lutto.

Ma perché edificato è il magno loco

di Pirite, che è pietra di natura,

che chi la tocca scalda come il foco,

e avendo io de accendermi paura,

in la sala potei fermarmi poco;

e però fuora uscei da le alte mura

per altra porta in una bella via,

la quale ognuno al sacro templo invia.

Mentre ch'io caminava al templo altiero

lieto, ma senza compagnia veruna,

per quel netto, securo e bel sentiero,

sì come volse il cielo e mia Fortuna,

Ragion, che per il mal regno di Antero

mi avea condutto senza offesa alcuna,

inanti a gli occhi mei vidi apparere,

dil che ne presi singular piacere.

Noi eravamo dentro la cittate,

però che 'l loco già non è di fuore,

ma non gli eran le case sì serrate,

ché quivi sono i bei giardin de Amore.

E a ciò che 'l tutto chiaro ben sapiate,

di quei sono ortolane le tre Ore,

quale il seme de le erbe e de arbori hanno

e abondante di questo il mondo fanno.

Di loro non saprei ben dirvi il nome,

ma sua insegna farovi manifesta:

la prima per ornar sue belle chiome

porta di rose una ghirlanda in testa,

l'altra di spiche, l'altra di uve e pome;

e de oro un cerchio in man per gioco e festa

ognuna gira, e alcuni poi ditto hanno

denotar questo il circuir de l'anno.

Parlando insieme de diverse cose,

venimmo al templo su la costa amena,

quale ha le mura tanto luminose

che occhio mortale può mirarle a pena.

Però la gran matrona allor me impose,

per far la vista mia chiara e serena,

che a un fonte vivo i' me lavasse il volto,

da lo edificio non discosto molto.

Con l'acqua al viso fatta purgazione,

diceva la madonna: – Or vederai

dil templo e la cittate il parangone;

e veramente so che tu dirai

questo esser vero e quella fizïone.

Qui sta quel divo Amore al qual giurai

de consignarte e mi obligai per Fede:

questo è creato in la celeste sede –.

Tacerò la beltà dil sacro fano,

perché narrarla non sarei potente

per carestia dil parlare umano.

E quel che ad una impresa non si sente

degno, per certo è reputato insano

intrargli poi sì temerariamente;

e sarà assai più onore al magno loco

tacer sue laudi che laudarlo poco.

Bastavi sol saper che le alte mura

erano di Piropo fiammegiante

di quella eccelsa e ampla architettura;

e quando Apollo si alza da levante,

gli sparge dentro la sua luce pura,

e come uno altro sol par radïante.

Intrando in questo, intorno alzai le ciglia:

oh, quanto vidi allor gran maraviglia!

Intorno intorno a questo templo gli era,

come de la Regina eterna e immensa

a Loreto si vede molta cera

in chiesa per miracoli suspensa,

così le effigie quasi de ogni fiera,

anzi pur essa fiera ivi era appensa.

Stupido a la matrona addimandai:

– Che vuol dir questo? Fammi chiar, se 'l sai –.

– Questi furno già umani e trasmutati

in bruti poi per alcun suo diffetto,

e a questo sacro loco son votati

per reaver la sua forma e umano aspetto,

da la face de Amor siando purgati,

che ogni bestialità scazza del petto.

Per segno che lor preghi Amore ha inteso,

le essuvie de quei mostri han qui suspeso.

Questa face de Amor pura e immortale

se accende una alma, ha in sé virtù sì rara

che per volare al ciel gli presta le ale;

e così ben la purga e falla chiara,

che macchia alcuna in lei di terren male

non resta –, mi dicea mia scorta cara.

Desiai la Cerva allora in compagnia,

per ritornarla al stato bel de pria.

A mio diletto gli ammirandi voti

veduto che ebbi, per il santo coro

passai de i venerandi sacerdoti:

coronati eran de uno eterno aloro,

e cantava de amor inni devoti

alternamente il dotto concistoro:

più dolce melodia mai non ho udita

di voci e istrumenti a la mia vita.

Approssimati al principale altare,

in una chiara luce io vidi Amore,

né offesa fu mia vista nel mirare,

ché era purgata al fonte vivo fuore.

Ragion mi fece allora ingenochiare

supplice inante a quel divino ardore,

e volta a me diceva: – Ho satisfatto

al mio parere ad ogni nostro patto.

Ecco qua Amore in la sua eterna sede,

ecco te ho appresentato al suo cospetto,

qual di chiarezza ogni altra luce eccede.

Mandato ho le promisse mie ad effetto,

de le qual mi obbligai allor per Fede.

Questo è quel vero Amor sincero e netto,

al qual menarti sempre mai intesi,

quando scioglier ve feci, essendo presi.

Mira che da' bei fianchi non gli pende

faretra alcuna, e lo arco e stral pongente

in man non ha, perché nïuno offende.

In la man destra ha sol la face ardente,

con quale a la virtù la anima accende,

poi l'alza al ciel, tanto è suo ardor potente.

Quattro corone in la sinistra tiene,

che son premio a ciascun chi 'l serve bene –.

Quivi ministran sette donne ornate

al sacrificio per antiqua usanza.

Fede prima da un canto e Caritate

con la cara sorella sua Speranza;

da l'altra banda poi eran parate

Prudenza, Fortezza e Temperanza

e la Iustizia, e sempre stan d'intorno

al sacro Amore, e sempre par di giorno.

– Quando ha servito un fido servo bene,

una di queste quattro una corona

de le quattro che Amore in sua man tiene

per premio dil servire al fin gli dona.

Chi vuol servire a questo Amor, conviene

donargli il spirto donque e la persona –.

E altre cose mi diceva assai,

ma in quelle melodie me adormentai.