VII

By Giovanni Pegolotti

Giusta querela spongo, padre santo,

dinanti a' piedi tuoi, perché mi lece

dolere e lamentar da ciascun canto.

Cristo, figliuol d'Iddio, pastor ti fece

unico della Chiesa universale

dei suoi cristiani, e dietti ogni suo vece

che chi legassi in terra perpetuale

fosse il legame, e anche chi sciogliessi

soluto fosse; e questo in bene e male.

Dietti le chiavi sue, ché le volgessi

in favor sol de' giusti, non per certo

ad essaltare i suoi rebelli espressi.

Quest'è ch'io dico, e che si vede aperto,

che tu consenti che gli error ariani

sismatici infedei ricevan merto

delle fatiche di noi cristiani,

che te seguimo col santo collegio

a confondere i lor modi non sani.

Ora mi par che 'l guadagnato pregio

della vittoria sia donato a' vinti,

in onta dei collegiani e gran dispregio.

Così di corte omai ci hanno sospinti,

faccendo insieme una arïana setta,

e chi nol vede ha gli occhi ciechi e tinti.

Questa gente nel mondo maladetta,

quand'han veduto Ario vinto e tristo,

fint'hanno di seguir la fé prefetta;

e i servi tuoi, della Chiesa e di Cristo,

delusi son no men che abandonati,

poco gauldendo il doloroso acquisto.

No' siam vilipenduti e maltratati,

e i' son un di que' che mi cordoglio

degli animi al presente tanto ingrati.

Veggio gli error arian dentro dal soglio

del tuo segreto estallo entrare e uscire

colle teste alte e temerario orgoglio.

Ma noi, servi fedei, possiam ben dire

che l'uscio ci è percosso pello petto.

«State costà; non vi vogliamo aprire!»

Ond'io vorrei che co' medesmo efetto

le cose si doveson far duo volte,

per usar senno all'altrui difetto.