VIII

By Antonio di Meglio

Andrà pur sempre mai co' venti aversi

mio tempestato legno,

carco di pianto, di sospiri e duoli,

sanz'albero o timon, co' remi spersi,

sanz'alcun fido segno,

turbato contro a me le stelle e' poli.

O faretrato arcier, che alto voli

co' tuoi pungenti strali,

piegando or questo or quel, come ti piace,

dara'me tu mai pace?

non sarai tu mai sazio de' miei mali?

fia in te per me pietate spenta e morta?

Tu ne' ripidi scogli aspri e mortali,

anzi bene infernali,

conducermi se' capo, guida e scorta;

tu per via torta — m'hai ridotto in parte

che a scampo non ho forza, ingegno o arte.

Le continüe mie dolenti voci,

già tanto tempo invano

sparse a chiamare a te, signor, soccorso,

in terribili stridi, aspri e feroci,

fuor d'ogni suono umano

converse sono; e nullo ho più ricorso

se non Morte pregar ch'affretti il corso

di sì misera vita,

che mi converte in paventoso mostro,

perché del signor nostro,

o veri amanti, mai fede schernita

non fu quanto la mia, né sì perfetta.

E Morte contro a me pare adolcita,

ma ella è incrudelita,

ché, contro a mio voler, più tempo aspetta:

nullo è in dispetta — e più penosa sorte,

ch'a cui fa vita amara dolce morte.

E ben ch'io sia privato di speranza

del mai trovar salute

non vo' però perir qual vile in campo,

ma per disperazion pigliar baldanza,

ché 'n battaglie perdute

già vinti acquistâr gloria, se non scampo.

Dunque, o mia dea, per cui nel ghiaccio avampo

e nelle fiamme tremo

gelido più che qual più fredda neve,

questa mia pena greve,

per cui morir m'agrada e viver temo,

siemi da te, che puoi, per grazia tolta.

Deh, mercé, deh, pietate in tanto estremo!

Tu d'infimo suppremo

sola puoi farmi, onde, per dio, ascolta

mia fede molta, — ch'al fervente servo

il buon giusto signor mai non fu acervo.

Se ti se' data a contemplare in tutto

il sommo Giove eterno

per farti a lui con l'opere conforme,

deh, qual operazion di maggior frutto

che scampar dallo inferno

me, che rüino alle dannate torme?

Deh, piacciati ridurmi al seguir l'orme

delli tuoi santi piedi,

che fanno ciò che priemon già beato!

E qual maggior peccato

che, potendo salvar chi perder vedi,

per crudeltà lasciarlo in abandono

de il prossimo, qual te d'amar concedi,

se a quel gran Signor credi,

che' ciel dà per precetto santo e buono?

E non ragiono — qui d'Amor lascivo,

ché tua santa onestate in me l'ha privo.

Adunque, ahi lasso a me, da qual ragione

se' tu stata costretta

mostrarti contro a me così turbata?

ché 'l nostro Redentor non sol dispone

che non facciàn vendetta,

ma che' nimici amiam ci ha legge data.

Come dunque odierai, essendo amata?

Pensa che contra fai

al cielo, a moral vivere e a natura

e a santa scrittura,

che con tal divozion seguendo vai

che fai maravigliar chi ti produsse.

Deh, se contro a dover mi lascerai

perire in tanti guai,

non creder, né pensar che onor ti fusse!

Così chi 'ndusse — te contro a me tale,

pruovi a vendetta de' miei tanti un male.

Né creder, né pensar ch'a Dio dispiaccia

che gli occhi splendienti

e 'l bel tuo viso angelico si miri.

La folle e grossa opinion discaccia:

deridon gl'intendenti,

ch'esso per tal cagion con noi s'adiri

però ch'ei cria negli uman disiri

che le sue cose belle

ci piaccino e, piacendo, disïamo,

e che noi le miriamo

con onesto cercar posseder quelle

e far lor del piacerti grate e liete.

Or come adunque le tue sante stelle

vuoi far da me ribelle,

se 'l dover vuol ch'elle — mi sien quiete?

Ohimè, la sete — di Tantalo è mia,

ché sempre ha presso il ben che 'l suo mal cria.

Da ogni parte omai certa esser puoi

ch'ogni ragion difende

me, cui sommerge sol crudel Fortuna,

che prende forza da li sdegni tuoi,

con che tanto m'offende

che pena sopra pena ognor m'aduna.

Deh, non pensar che sia sotto la luna

chi d'impietà ti lodi,

se non chi invidia porti all'altrui bene,

ché sai se 'l si conviene!

Deh, rompi omai di pertinacia e nodi,

ch'ogni mio mal può tôrmi un sol tuo sguardo!

E, come hai preso a far, di Dio ti godi,

ché me con questi modi

tirerai teco al ciel, dov'esser ardo.

Ma non sia tardo — il chiesto aiuto onesto,

ché doppio è il don ch'è dato grato e presto.

Ricordati la pura e vera fede

che fin ne' tenneri anni

ti portai sempre e non può venir meno.

Abbi mercé, se vuoi trovar mercede;

guardati dalli inganni

d'ipocresia, che passa ogni veleno:

il mondo è di fallacia e fraude pieno,

e tai son detti santi

che 'l fin gli apruova peggio che' demoni.

Deh, credi a me che' buoni

sono i veri e fedeli e puri amanti,

de' quali un sopra ogni altro esser m'appello!

Né credo che tu creda ch'io millanti,

né per boria mi vanti,

ma perché 'l ver soccorra al mio flagello.

Se non, rebello — io son, ché in aspro assedio

non truovo accordo e non ho più rimedio.

Alma gentil real, s'andrai, qual dei,

ben ripensando a questo

ver ch'i' ti narro, appien, com'io disio,

le lagrime, e tormenti e' sospir miei

si partiranno, e presto

stato felice fia più d'altri il mio.

Or tu, canzon, a piè del sommo Iddio

priega umil reverente

che i devoti mie giusti onesti prieghi

essaudir non mi nieghi

quella che può far lieta e star dolente

il cor del servo suo, tutto a lei dato,

né per pena o martìr sen duole o pente.

E, s'ella al ver consente,

mi rivedrai più che colui beato,

cui grande stato — e buon perduto artista

e sperso e fuor di speme lo racquista.