VIII
Non è cosa più grave a cor gentile
che vedersi per rea sorte sopposto
ad uomo ignobil per natura e vile,
ch'a nobil alma mai sempre sia opposto
ch'ancor che sia, per sua natura, umile
spirto ben nato e sol s'abbia proposto
voler sempre mostrarsi a ognun cortese,
pur par ch'a tal servir troppo gli pese.
Ché non può l'uomo in cui nobiltà regna,
vedersi a chi n'è senza, esser soggetto
e star per tal, ch'i virtuosi sdegna,
sempre in dispregio e mai sempre negletto;
e par talor ch'a tal termine vegna,
e tal duol a ragion gli ingombri il petto,
ch'esca di sé medesmo per lo sdegno,
ch'egli ha a vedersi sopra un ch'è n'è indegno.
E che cosa non sia che l'uom più grave
ch'esser soggetto a chi servir devrebbe,
dal forte Alcide, al par d'ognuno grave,
il mondo chiara esperienza n'ebbe,
perch'egli, ch'ogni caso acerbo e grave
mai sempre vinse, onde in gran pregio crebbe
vincer ciò non poté, ma restò vitto
dal duolo acerbo e dal crudel dispetto.
Il quale in modo tal gli occupò il core,
gli intorniò sì la sua sì saggia mente
che 'n tutto uscì de l'intelletto fuore,
(e l'istoria che qui seguo, non mente);
quando vide che Giove inferiore
il volse a Euristeo fare, uom da niente,
sì ch'astretto ubbidir fusse a colui
che di ragion devea servire a lui.
S'era il gran nome d'Ercole già sparso
in ogni terra de la Grecia in guisa,
ch'ad ognuno un miracol era parso
la superbia de i rei veder conquisa;
Euristeo, che da l'odio e da l'ira arso
aveva il cor di trovar via divisa
onde il valor d'Ercol si spenga e il nome
che non sia al mondo mai chi il prezze o il nome.
Qual lupa dal desio del mangiar vinta,
che cerchi di saziare il ventre a pieno
né cosa trovi, onde rimanga estinta
la cupidigia, per la qual vien meno,
quanto riman più la sua brama vinta,
tanto la rabbia più cresce e il veneno;
tal venne Euristeo contra il forte Alcide,
poi che maggiore d'ogni periglio il vide.
Ché gli parea che sì fuor di misura
senno e valore il buono Alcide avesse,
che non fusse tra noi cosa sì dura
che il suo fiero desir compir potesse,
ch'ancora che scorresse ogni aventura,
vedeva prima le sue voglie oppresse,
che lui potesse porre a tal periglio,
che gli venisse men forza e consiglio.
Ma mentre Euristeo, or quella cosa, or questa
si volge a danno d'Ercol, per la mente,
Giunon, la quale odio mortal molesta
per l'ira che nel cor le bolle ardente,
se stessa al mal del suo figliastro desta
ed ave tutte le sue voglie intente
a mandar mostro sì orribile in terra,
ch'Ercole vinca e il faccia andar sotterra.
E perché Giove avea messo per pegno
del valor d'Ercole il leon Teumeso,
nel cielo e più di qualunque altro segno
di vivace splendor l'aveva acceso,
pensò per isfogar l'ira e lo sdegno,
ch'ugual dolor dal ciel gli fusse reso,
acciò ch'ond'egli aveva avuto pregio,
avesse morte, o ver sommo dispregio.
E nutrir fe' nel cerchio de la luna,
sì orribile leon, sì spaventoso,
che non fu mai veduta fiera alcuna,
d'aspetto più crudel, più minaccioso;
e poi nel tempo che l'aer s'imbruna,
e prende ogni animal dolce riposo,
tra Micene e la selva di Nemea,
mandò in terra (dal ciel) la bestia rea.
E cadde quell'orribile leone,
cui simil non fu visto un'altra volta
a pié del monte nomato Tritone,
ove d'arbor la selva era più folta;
l'animale ivi avea grata magione
in parte sicurissima ed occolta,
ove senza timor stava sicuro
da ogni fier caso e da ogni assalto duro.
E qualor indi il fiero usciva danno,
incredibil facea d'ogn'intorno,
tal ch'avea il core ognun pieno d'affanno
ne la notte temea meno che il giorno;
Euristeo allor che d'Argo era tiranno,
perch'indi morte Ercole avesse, o scorno,
gli fece dir ch'andar a lui devesse
che gli imporria quel che volea ch'ei fesse.
Giunone aveva tra le rie e moleste
cure che il cor le traffigeano forte,
molto piacer ch'Euristeo a fiere infeste
Ercol, mandasse, a rischio de la morte,
parendole, che quando quelle e queste
bestie da lui fussero o prese, o morte,
il duol ch'Ercol sentia de l'ubbidire,
la fesse in parte nel dolor gioire.
Ad Ercol dunque commandare si mosse
Euristeo, per Giunon, che lo spingea;
Ercol, che conoscea quanto gli fosse
inferior chi in tal guisa il premea,
ad ira, a sdegno così si commosse,
ch'a pena ritrovar loco potea,
e se gli fusse Euristeo stato appresso
gli avrebbe il capo, infino a i denti, fesso.
Come quando con debole potenza,
Euro fa mover tremolando l'onde,
e poi spirando con maggior violenza,
le volve sottosoprale confonde
sì che il letto del mar par che sia senza
acqua e col salso suo le stelle inonde;
così Ercol si conturba, poiché vede
che, come servo fusse, Euristeo il chiede.
E cruccioso rispose ch'Ercole gire
non sapeva ad alcun minor di lui,
e se facea che gisse a sfogare l'ire,
il farebbe aveder de gli error sui;
però se non volea tosto morire,
volgesse il core a comandare altrui,
perché se stava in quella frenesia,
l'andrebbe egli a guarir de la pazzia.
Non si adira così serpe calcata,
né can percosso sì di rabbia s'empie,
né vitella, cui l'estro abbia toccata
nel fianco, ne la schiena e ne le tempie
come Giunone a simile ambasciata,
accolse tutte in un le sue voglie empie,
e gli fece ridir se non andava,
che veder gli faria quanto egli errava.
Visto di quel crudel Ercol l'orgoglio
e che tanta insolenza in lui soggiorna
disse tra sé: – Non son'io quel che soglio
domar gli altieri e fiaccar lor le corna?
E se quel son come soffrire or voglio
costui che sì orgoglioso anco ritorna
a comandarmi e il mio valor non teme,
ch'ogni fier mostro, ogni tiranno preme?
Però non fia giamai ch'io non dimostri
qual saprò far di questo iniquo scempio,
perché di loco, in loco, a tempi nostri,
a gl'insolenti passi in chiaro essempio,
e faccian, dopo me, fede gli inchiostri,
che le sue spoglie avrò portate al tempio,
perché né ora, né poi, si trovi alcuno
sì altier, contra uom di pregio e sì importuno. –
Con queste ed altre simili parole,
se stesso Alcide valoroso incende
a termini di Spagna, intanto, il sole
ne l'ocean, col carro aurato, scende;
egli ch'al primo albor levar si vuole,
per gir a castigar chi sì l'offende,
a riposar si dà, sì che conduce
il sol co'raggi suoi la nova luce.
Qual'uomo cui tocchingravose cure
che se si pon ben per posar nel letto
e per far tregua con le gravi e dure
angoscie che gli han tolto ogni diletto,
trovar requie non puote e s'avien pure
che gli entri il sonno, da qualch'ora in petto
sì travagliato e sì inquieto dorme
che il premon mille spaventose forme.
Tal Ercol, benché chiusi gli abbia gli occhi
il sonno, un poco inanzi al giorno, sente
doglia che par che più che prima il tocchi,
e gli travagli più che pria la mente
e faccia che sì d'ira il cor trabocchi,
ch'a superarlo egli non sia possente
e pargli avere Euristeo ne le forze
e che di dargli morte pur si sforze.
Poscia gli par che mentre col nodoso
tronco schiacciar cerca a quel reo la testa,
uno scenda dal ciel che il valoroso
braccio gli tenga e gridi:"Resta, resta!
E dica: – Io non vo' che sii sdegnoso
contra costui, né opri la man funesta
perché vuol Giove ch'egli ti comandi
e come a grado gli è qua e là ti mandi.
E ché come a maggior tu gli soggiaccia
perché è così ne' fatti eterni fermo,
e però è di mestier che si confaccia
col cielo il tuo voler.Ben io t'affermo
che il sommo padre vuol che ciò tu faccia
per farti eterno, di caduco e infermo;
poiché i mostri seranno da te domi,
che ti comanderà costui che domi.
Qual'uom che si ritrovi in dubbia strada
e la veda divisa in parti molte,
né sappia qual di loro al loco cada,
al quale egli ha tutte le voglie volte
non sa qual lasciar debba, od a qual vada,
o s'a destra, o a sinistra il passo volte;
tale allora rimase il forte Alcide,
poiché, quanto detto ho, dormendo vide.
Egli si desta allora e nel girare
desto che fu per la sua stanza i lumi,
da la finestra un raggio uscir gli pare,
qual sogliono lasciar gli eterni numi;
quando con lo splendor loro, scacciare
voglion quest'ombre, quale il vento i fumi,
e dopo un lungo imaginar gli parve
che Giove fusse quei ch'allor gli apparve.
E rimembrando quella visione
che gli avea in dubbio ogni pensier ridutto,
or di assalire Euristeo si dispone,
sì che resti da lui morto, o distrutto;
ora al suo grave sdegno il freno pone
al divino voler conforme in tutto,
poscia muta desir, né sa che farsi
in tante parti ha tutti i pensier sparsi.
Qual quando al maggio Borea od Austro fiede
le campagne e ondeggiar fanno le biade,
ora a questo la messe, ora a quel ciede
ed or da questo, or da quel canto cade;
tal Ercole ora far quivi si vede,
poiché non ha se stesso in libertade,
par talor che il voler suo al ciel proponga,
poi ch'al destin talor tutto il sopponga.
Spesso dice tra sé: – Come debbo io
la voglia mia sì a la costui sopporre,
ché penda dal suo tutto il voler mio?
Sì che me lascia a me medesmo torre?
Poi dice: – E se così disposto ha Dio,
come mi posso al suo volere opporre?
Non son, non son le forze nostre tali,
che possan contrastare a l'immortali. –
Crede talor che per sfogar l'antiqua
ira, l'antico sdegno e il crudo affanno,
la matrigna terribile ed iniqua,
gli possa aver nel sonno fatto inganno;
ed in tal modo e per questa via obliqua,
il voglia far soggetto a quel tiranno,
e voluto aspettar abbia che dorma,
per ingannarlo sotto finta forma.
E dice: – Creder non voglio io che Giove
di me suo figlio, quantunque mortale,
sì poca cura tenga che gli giove,
ch'io sia soggetto ad un tiranno tale,
di cui non so s'alcun più vil si trove,
o meno al sangue e al mio valore uguale;
ché se di Giove tal fusse il consiglio
quasi io mi sdegnerei d'essergli figlio. –
Così dicendo se n'andò a Parnaso
ove risponder già Febo soleva,
per saper se gli è forse apparso a caso
quanto ha visto, o se pur Giove voleva
ch'egli in arbitrio altrui fusse rimaso;
il che sì duro a creder gli pareva,
ché per certo teneva di devere
risposta, al suo desir conforme, avere.
Giacea una grotta appresso di quel monte
di soletaria riverenza piena,
ove sorgea un altare e scorrea un fonte,
castaglia detto, con ben larga vena,
Febo ivi quelle cose facea conte
ch'erano chiare al sommo Giove a pena,
onde ognun che la giva aveva certe
tutte le cose a l'uman stuolo incerte.
Giunto là Alcide, ginocchion si pose,
ove a Febo sorgea il maggiore altare,
e con cor divotissimo gli espose
la cagion che l'avea a lui fatto andare
dicendo: – O Febo, tu che le nascose
cose a noi scopri e fai l'oscure chiare,
dimmi, se Giove in ciel forse ha disposto
ch'io, figlio suo, ad Euristeo sia sopposto.
Dimmi, ti prego, così manifesto
che io non rimanga in questo dubbio involto,
dubbio che me a me stesso fa molesto,
e farà sempre insin che non m'è sciolto;
così mai nubiloso velo infesto
non copra il chiaro tuo sereno volto
e cadan tanti tori a' tuoi altari,
ché dal gran Giove in giù, non abbi pari. –
Detto ciò, il figlio d'Alcumena tacque
e quel ch'Apollo rispondeva, attese;
tremò l'altar sì fer turbide l'acque
quando a lui Febo tal risposta rese:
tu, cui tanto ubidire a Euristeo spiacque
ch'altra cosa non hai che più ti pese,
sappi che Giove vuol che tu ubidisca
Euristeo e contra lui mai non ardisca.
Ma il guiderdon sì grande fia ed il merto
de le fatiche che t'imporrà questi,
che d'ire al ciel ti fia il camino aperto,
né ad altro modo mai vi giungeresti,
sì che poiché il ver'hai chiaro e scoperto
non è che più dubbio pensier t'infesti,
ma te ne vada a l'opre gloriose,
poiché Giove così nel ciel dispose.
E perché la vittoria agevolmente
aver tu possa in ogni caso duro,
ed i mostri, da l'orto, a l'occidente
vincer possi e da l'Austro al pigro Arturo
ti dono questo forte arco e possente
e questi acuti strali e ti assicuro
che mentre avrai questi, o il tuo tronco in mano
ognuno contra te s'armerà invano.
Qual'uom che per terren dubbioso vada,
se mentre cerca la spedita via
per sua mala ventura pur gli accada
che 'n qualche fosso, o'n qualche buca dia
maledice quel loco e quella strada,
e se che verso là, volto si sia,
e più tosto vorria non sì esser mosso
che vedersi caduto in fondo al fosso.
Tal Ercol poiché da Febo inteso ebbe
quel che d'intender mai non si credea,
di aver trovato il ver si gli rincrebbe,
e sì essere a Febo ito gli dolea,
ché tanto l'ira in lui, tanto il duol crebbe,
ché più che pria di grave sdegno ardea;
e tornò a Tebe, di tal dolor pieno
che l'intelletto alfin gli venne meno.
Spesso dicea: – Come esser puote mai
che mi abbia il padre in così poca stima,
che, perch'io viva sempre in pene e 'n guai,
voglia ch'Euristeo empio m'affliga e opprima?
Oimé, se per costui, cui sì spregiai,
il sommo Giove me sì poco estima,
nato fusse egli del gran padre mio
e de l'Argivo Stenelo nato io.
Ad Euristeo potrà Alcide ubidire,
e rimanere in questo opproprio vivo?
Oimé, ch'io voglio, oimé prima morire
ché mai de l'onor mio vedermi privo
e che mai mi si possa in faccia dire,
che questi a me, che bene oprar non schivo,
comandare ha potuto e fatto farmi
quel che disonor può e eterna infamia darmi.
Mandami a domar, Giove, i fieri mostri,
mandami a sostenere ogni fatica,
fammi passare a gli infernali chiostri,
a la stanza de l'ombre, a noi nemica,
più tosto mai ch'a dito alcun mi mostri,
più tosto mai, che nel mondo si dica,
che il tuo figliuol sia stato sì dapoco,
che divenuto sia d'Euristeo gioco.
E se ciò voglion pur l'eterne menti,
né voglia il padre mio mutar proposto;
dolor, tu che finir puo' i miei tormenti
e tormi de l'angoscia in che son posto,
fa che l'anima mia si solva in venti,
sì che a tiranno tal non sia sopposto,
che via men grave mi serà la morte,
che vivermi in sì dura e acerba sorte.
Ch'ancor che dica Febo che immortale
far mi debba lo star sotto costui,
più tosto rimaner mi vo' mortale
ch'esser non mi veder quel che già fui;
se per sì fatto mezzo, al ciel si sale,
voglio più tosto andare a i regni bui,
con fama, con onor, con chiaro pregio,
ch'esser primo nel ciel, con tal dispregio.
Vinto essendo Ercol da sì fatta ambascia,
prender cibo non può, né prender sonno,
e attende che de l'alma sua la fascia
rompa il dolor che fatto è di lui donno;
la moglie e il socer far cosa non lascia,
ch'atta sia a consolarlo, ma non ponno
con quanto sanno usare ingegno ed arte,
quetar del suo dolor menoma parte.
Qual maninconico uom che 'n rio pensiero
fermo si sia, sì ch'ogni cosa fugga,
ch'altri usi più mostrargli il meglio e il vero
perché il duolo e l'ambascia non lo strugga:
né pur si voglia torre al dolor fiero,
ma sempre a più dolersi egli rifugga,
tal l'infelice Alcide venuto era,
né orecchio al socer dava, o a la mugliera.
Scrive, signor, tra Greci Diodoro,
ch'or ho preso per duce in questa istoria,
che d'Ercole i dolor sì gravi foro,
che perdeo il senno in tutto e la memoria,
e che Giunon, sin dal celeste coro,
sol per aver di lui piena vittoria,
vedere il volse dal furor sì oppresso
che quanto esser ne può in uom, fusse in esso.
Perch'ella per certissimo si tenne,
che non patiria Giove che morisse
Ercol di doglia e però in pensier venne,
che 'n guisa fuor di sé medesmo uscisse
che per lo dolor aspro che sostenne;
a tal miseria e a stato tal venisse,
che se strazio di lui non facea a pieno,
in gran parte il desio saziasse almeno.
Dunque chiamò sdegnosa a le superne
parti Megera con turbata voce,
la qual lasciò tosto le parti inferne,
le parti, ove a le nere ombre nuoce:
vista che Giunon l'ebbe, le sue interne
pene le disse e il suo dolore atroce,
e poiché l'ebbe dette molte cose,
quel che volea da lei, così l'espose:
– Vattene a Tebe al figlio d'Alcumena,
il qual tanto odio, quanto ora intes'hai,
ch'ora sommerso in angosciosa pena
per soverchio dolor, ritroverai;
e fa che sia di tanto furor piena
la mente sua, quant'io sempre l'odiai
tal che per opra tua uccider s'avacci
la moglie, i figli e sé (se si può ) stracci. –
Tacque Giunon poi ch'ebbe questo detto
e attese quel che rispondea Megera,
la qual ira e furor tutta in aspetto
disse che pronta e apparecchiata ell'era
a dare a quel ch'ella chiedeva, effetto,
sì tosto che imbrunir vedrà la sera;
disse Giunon che 'n guisa si portasse
ché il rumor, sin nel cielo, a lei n'andasse.
Chinò la testa l'empia furia e i draghi
le si arricciaro sovra il capo tutti,
e si mostraro ad uno, ad uno vaghi
di destar, col velen, doglie aspre e lutti;
ella, perché Giunon di lei s'appaghi
e siano a fine i suoi desir condutti,
la forma più terribile s'elesse
che mai, per por furor, furia prendesse.
Terribil fu, quando Atamante assalse
Tisifone ed Aletto spaventosa
allor che contra amata irata salse;
e col veleno suo la fe' rabbiosa,
sì che di sangue sol, d'ira le calse,
perché fusse Lavinia a turno sposa,
ma l'una e l'altra pareria benigna
a rispetto di questa, or sì maligna.
L'ondeggiava su il collo e su la testa
un numero infinito di serpenti,
pallida avea la fronte, arsiccia e mesta,
e gli occhi cavi e più che faci ardenti,
la faccia tutta livida e funesta,
la bocca verde e qual carbone i denti,
e fuor mandava fiato da le labbia
ch'era tutto furore e tutto rabbia.
Ne la man destra aveva una infernale
face di Tasso, accesa in Flegetonte,
ne la manca un serpente rio e mortale
ch'aveva l'orror scritto ne la fronte,
un altro al collo, a cui non ebbe uguale
tutto il Cocito e tutto l'Aceronte
che le teneva il capo tra le mamme,
vibrando con tre lingue, or sangue, or fiamme.
Seguitavan costei l'ira e il furore,
quella di foco avea la faccia e questi
tutto sdegnoso si mostrava fuore
con viso acerbo e minacciosi gesti,
per man la pallidezza avea il timore,
cui seguiva il dolor con atti mesti
e l'invidia, del danno altrui allegra,
seco avea il pianto involto in vesta negra.
Era ne l'ora ch'a la notte il giorno
dà loco e tutto il nostro aer s'imbruna,
quando le stanze d'Ercol tocche forno
da costei, ch'ogni mal contra gli aduna;
si fece nero il vago viso adorno
(come fusse l'eclisse) de la luna;
e le stelle, che chiare erano e pure,
al costei comparir, si fero oscure.
S'era Ercole, nel duol fiero e possente,
(lasso dal gran travaglio) adormentato,
né men nel sonno avea piena la mente
de l'angoscia, che il cor gli avea ingombrato;
quando Megera, iniqua e frodolente,
gli si corcò come mogliera a lato,
e con ambe le braccia a sé lo strinse
e il drago, ch'avea in mano al cor gli spinse.
Il quale andò strisciando, a poco, a poco,
per ogni membro d'Ercole infelice,
empiendol tutto di velen, di foco,
da far venir dolente ogni felice
non che il miser, dal duol, da l'ira fioco,
cui cosa udir, cosa veder non lice
che non sia tutta affanno e tutta doglia
conforme al duol che di morir l'invoglia.
Ella la bocca piena di veneno
a la sua giunse e gli spirò nel petto
fiato, onde di furor tal restò pieno
che venne tutto rabbia, ira e dispetto;
girò la face poi come un baleno
per lo suol, per le mura e per lo tetto,
tal che dal sommo insino al pavimento,
ogni cosa era orrore, era spavento.
Dal manco lato avea pieno un vasello
de la schiuma mortal di Cerber rio
che mescolato era col tristo e fello
velen d'Echidna e col profondo oblio,
l'angoscia e il martir giunto era con quello,
e l'errore e il peccato e il van desio
ch'avea con fresco sangue insieme accolti
per por gli uomini in furia e fargli stolti.
Poiché non l'era a fare altro rimaso
il veneno, ch'a lato ella avea aperse
e versò a dosso ad Ercol tutto il vaso
e di quel succo ogni suo membro asperse,
e poscia ch'ella s'ebbe persuaso
che non devesse più mai riaverse
disse: – Giunon, compito è il tuo desire,
maggior furore in uom non può venire.
Poscia che quanto ho detto ebbe finito,
vittoriosa se n'andò di fuore
e se ne ritornò lieta a Cocito;
lasciati ivi però l'ira e il furore,
l'invidia allegra ed il timor smarrito,
la pallidezza, il pianto ed il dolore,
che 'n così strana e sì orribil pazzia
gli tenesser continua compagnia.
Ercole cominciò nel sonno istesso,
porre in opra il furor con vana imago:
ora pareagli avere un toro appresso,
or squarciare un leone ed ora un drago,
or riprendeva nel furor se stesso
che fusse di far danno poco vago;
e però quanto più sangue versasse
a più versarne, più non s'infiammasse.
La bella Aurora già ne l'oriente
spargea le rose, i gigli e le viole
e richiamava a l'opre sue la gente
rimenando a mortali il giorno e il sole,
quando il sonno lasciò d'Ercol la mente
come augel, che smarrito se ne vole:
ond'Ercol, dal furor che il premea, desto
via più che mai, fu a in pié levarsi presto.
Qual quando è acceso d'ogni intorno il foco
in chiusa stanza sì che non può uscire
il denso fumo, indi per alcun loco,
s'avien che l'uscio alcun vada ad aprire;
non dirò in poco spazio, o'n tempo poco,
ma in un momento in quanto occhio si gire
con furor tale il fumo indi trabocca
che se ne sente empir gli occhi e la bocca.
Tal Ercol desto, poich'en giro volse
gli occhi, il furor che ne la stanza sparse
con la face Megera in core accolse,
sì che d'ira maggior di subito arse,
e al mal'oprar tutte le forze volse,
com'uom, ch'al mal tutto sentì infiammarse,
e fe' cose sì strane e così orrende
che mettono anco orrore a chi le intende.
In man prese gli strali e il valido arco
che gli aveva, a Parnaso, Apollo dato
e 'n men che non l'ho detto, l'ebbe carco,
e saettò la stanza in ogni lato;
poi prese de la mazza il grave incarco
e contra il muro e il pavimento irato
cominciò come chi vuol far vendetta
a ferirlo, qual dianzi di saetta.
Ché guardatosi a torno e non veggendo
le fiere cui credea aver dato morte
mentre dormiva, con un grido orrendo
disse: – Ove son le bestie da me morte?
Io son rubato per quel ch'io comprendo
da le genti che stanno in questa corte,
ma ne farò (s'io vivo) straccio tanto
che non si darà alcun del furto vanto. –
Megara, la infelice, ch'avea volto
tutto il pensiero al suo consorte afflitto,
udito il grido che la offese molto,
ratta a lui se n'andò per camin dritto,
ma così tosto che gli vide il volto,
nel quale era il furor vivo descritto:
gli si tolse d'orror piena, dinanzi,
e andò a la stanza ond'era uscita dianzi.
Qual pura verginella che da l'erba
vada sciegliendo fior per la foresta,
se mentre va de i colti fior superba
ed il campo, col pié vago, calpesta,
vede serpe apparir cruda ed acerba
a fuggire indi più che il vento e presta;
tal Megara, temendo de la morte,
si dié ratta a fuggir dal suo consorte.
Ma mal si fugge quel che il ciel destina,
quando l'influsso rio ci è così appresso
ch'al nostro male allor così ne inclina,
ché non può mortal forza opporsi ad esso;
quindi non giovò punto a la meschina,
visto il furore, ond'Ercole era oppresso,
da lui fuggirsi, per torsi a la dura
morte che l'apportava ria ventura.
Qual veltro che seguito abbia la damma,
per lungo spazio in uno erboso piano
ch'a seguitarla tanto più s'infiamma,
quanto si vede più seguirla invano;
né prima del desio spegne la fiamma
con cui la va seguendo a mano, a mano,
che la conduce al loco, ove i figli ave
ed a loro ed a lei dà morte grave.
Tal Ercole infelice la sua moglie,
la moglie che l'avea più che sé caro,
seguì pieno di crude e acerbe voglie
e a la sua stanza insieme ambi arrivaro;
Megara in braccio ambi i suoi figli accoglie
e cerca fare a lor di sé riparo
contra il crudele e forsennato padre,
ch'i figli non conosce, né la madre.
Tosto ch'Ercol ciò vide irato e fiero
a gridar cominciò: – Dammi la preda,
dammi la preda mia, ch'io la ti chero,
che lacerata a mia voglia la veda,
dalami ti dico io, né far pensiero
ch'altri io voglia giamai che la posseda. –
E ciò dicendo, in tanto orror la involse,
ch'a la moglie infelice ogni ardir tolse.
E le caddero i figli da le braccia,
i quai le man porgeano al padre crudo,
al padre a cui la moglie i piedi abbraccia,
facendo a i figli di se stessa, scudo,
e chiede, lagrimando, che gli piaccia
non esser sì d'ogni pietade nudo
ch'ad una cruda fiera sì si assembri
ch'i miseri fanciulli e squarci e smembri.
Ercol, che non più cura le preghiere,
che curi l'onde impetuose il lito,
l'arco scarca ed un figlio de' suoi fere
che carpon, dentro l'uscio, era fuggito:
l'altro, poiché pietà non spera avere,
in braccio a la sua madre se n'era ito,
per gli piedi piglia egli e il ruota a un sasso
in guisa che riman di vita casso.
Qual leon che lontana da gli armenti
la giuvenca trovata abbia ed il figlio,
poiché de l'un sì ha insanguinati i denti,
per ucciderla a l'altra dà di piglio;
tal Ercol, poiché i duo figli ebbe spenti,
del sangue de la madre fe' vermiglio
il tronco, ond'egli la percosse in guisa,
ch'appresso i figli suoi rimase uccisa.
Morti ambi i figli e morta la mogliera,
Ercol del sangue lor bagnato e brutto,
a gridar cominciò: – Morta è la fiera
che mi avea tolto de la caccia il frutto!
A te, Giunon, si deve questa altiera
spoglia e si deve questo acquisto tutto. –
E detto ciò levò il capo dal collo
a la mogliera e verso il ciel gittollo.
E poscia vi gittò le braccia e i piedi
e tutto il corpo suo di parte, in parte
gridando tuttavia: – Giunon, tu vedi
qual de la caccia mia ti faccio parte.
Fe' il medesmo d'i figli e disse: – Chiedi,
se vuoi forse, ch'io vada in altra parte
a far rapina di qualch'aspra belva
che pasca in monte, in bosco, in prato, o'n selva.
E detto ciò si girò tutto in volta,
preso a due mani il suo nodoso legno,
con quel valor, con quella forza molta
che non puote asseguir lingua, né ingegno,
nel muro e ne le travi de la stolta
sua mente, ovunque già lasciava segno,
e atterrando colonne e porte insieme,
credea di condur fiere a l'ore streme.
A l'orror, al furore, a l'ira grande,
al gridar de la moglie e de i duo figli,
quei de la corte, per diverse bande,
vengon contra Ercol perché non scompigli
ognuno, e ognuno a l'orco rio non mande,
ma le voglie ciascun cangiò e i consigli,
tosto che vide quell'orribil volto,
nel qual tutto l'orror si vedea accolto.
Come talor la plebe ignobile esce
e sen va, ove fier toro altri ave in caccia,
se il toro in guisa la battaglia mesce
che i cacciator fuggire e i cani faccia,
e cerchi anch'egli uscire a ognuno incresce,
ivi trovarsi e si smarrisce in faccia,
e si veggon qua e là le genti sparse
che da empito sì fier cercan salvarse.
Così allora il furor d'Ercol paura
mise a ciascun (quantunque forte) in petto
e per la più spedita e più sicura
strada si cercò tor dal suo cospetto:
Creonte sol, che più viver non cura,
ch'a se stesso venuto era in dispetto
per la desperazion fatto sicuro,
d'Ercol non teme il viso, orrido e oscuro.
Ché tosto che il meschin la figlia vide
morta e morti i nipoti anco con lei,
deliberò finir per man d'Alcide,
l'infinito dolore e i giorni rei,
e però andò a le sue mani omicide
e disse: – Tu ch'a uccidere i tuoi sei
sì pronto, fa sentir la tua fierezza
a l'ostinata mia trista vecchiezza.
E poscia che veduto ho, con questi occhi,
l'orribile spettacolo e crudele,
di grazia tal di me pietà ti tocchi
ché vegga il fin de le mie gran querele;
deh fa che quel furore in me trabocchi
con cui mort'hai la tua moglie fedele
e morti que' figliuoli, oimé infelice
che svelto m'hanno il cor da la radice.
Versava un mar di lagrime Creonte,
mentre ad Ercol dicea queste parole:
egli con furiosa irata fronte,
non pur de le sue angoscie non si duole,
ma con un colpo da spezzare un monte,
il suocero infelice uccider vuole
ad alta voce verso il ciel gridando:
"Questa fiera, Giunone, anco a te mando".
Ma come impetuoso e fuor di senso,
no il socer, ma il vicin muro percosse
e colpo tal venne dal braccio immenso,
ch'a un fulmine infiammato assimigliosse;
se giungeva Creonie a pieno, i'penso
che gli fiaccava i nervi e rompea l'osse,
ma il sommo Giove, con pietoso ciglio,
mirato aveva già, dal cielo, il figlio.
Né volea che de' suoi fesse più strazio
ma che a gli officii primi egli tornasse
ed il senno, di cui per sì gran spazio,
stato era privo, a pieno ricovrasse;
e per questo non fece il furor sazio
verso Creonte e fu mestier ch'andasse
vano il colpo ch'avea contra lui volto
con immenso valor, con furor molto.
Scender dunque dal ciel fe' il gran motore
Pallade che di lui cura tenea,
che dolce sonno gli spirò nel core,
nel cor che rabbia immensa gli premea:
e poi l'asperse di nettarco umore
con cui'l venen lavò, del qual la rea
furia l'aveva in ogni parte tinto,
onde, desto che fu, il furor fu estinto.
Come uomo al quale occorra a l'improviso
cosa d'orrore e di pietade piena,
si stupisce e si turba tutto in viso,
ove la fronte avea prima serena,
così sendo il furor da lui diviso,
se ne rimane il figlio d'Alcumena,
visti i figliuoli morti e la mogliera
che sì fedele e sì amorevol gli era.
Maraviglioso stavasi e sospeso,
pien di dolor, pien d'incredibil cura,
né si poteva imaginar chi offeso
l'avesse, così fuor d'ogni misura,
mentre il vero da lui non è compreso,
mentre saper la verità procura,
vinto dal gran dolor che l'alma gli ange,
il miser del suo mal sospira e piange.
E vistosi Creonte inanzi mesto,
pien d'immenso dolor, d'acerbo affanno:
Deh – disse – suocer mio che caso è questo,
per cui tu sei sì tristo, io sì m'affanno?
Dimmi, ti prego, che di sì funesto,
di così grave e lagrimoso danno,
tal vendetta farò che serà in parte
consolato il dolor che il cor mi parte. –
Lagrimava e taceva il vecchio afflitto
che gli tenea il dolor chiusa la voce;
insta Ercol purché da lui gli sia ditto
qual sia stato l'autor del caso atroce.
Creonte disse alfin: – Di qual despitto
serai tu pieno e degno, di qual croce
parratti d'esser, quando intenderai
la misera cagion de' nostri guai.
Vendetta far di questi morti vuoi
contra te stesso far la ti conviene,
da la tua man son stati uccisi i tuoi,
ed hai me e te sol posto in queste pene!
Come conobbe avere uccisi i suoi
Ercole e che da lui tutto il mal viene,
se nol soccorea Pallade, tornava
al furor primo e come folle andava.
Rimase per un'ora intiera muto,
sì grave fu l'ambascia e sì possente;
Giunon, che non avria giamai creduto
che gli devesse ritornar la mente,
vistolo saggio e vistolo caduto
nel duolo, ove sì grave angoscia sente,
non volse rimaner di tormentarlo
e quanto più poté, dolente farlo.
Ché vistol che poria far resistenza
tale al dolor che non verria più stolto,
la vergogna mandò e la penitenza
che il tenessero in nova angoscia involto;
faceva quella ch'essendo in presenza
del suocer non ardiva alzare il volto,
questa, con la sua ferza, sì il premeva
ché di trovarsi vivo gli doleva.
Fiamma d'onor che l'incendeva tutto,
gli tenea la vergogna al core intorno
ed il teneva in angoscioso lutto
quell'altra che facea con lui soggiorno;
ond'era l'infelice a tal ridutto
dal dolor grave e da l'acerbo scorno,
che per fuggir la sua ambascia infinita,
veder bramava il fin de la sua vita.
E stato sovra sé un pezzo: – Col sangue
mio – disse – laverò questa vergogna
de i figli miei, de la mia moglie essangue,
contra me far vendetta, or mi bisogna.
E mentre fuor d'ogni misura, langue,
mentre la morte per suo bene, agogna,
ad un acuto stral diede di piglio,
che bagnato del sangue era del figlio.
E fermo di morir verso il suo petto
drizzò la punta del sanguigno strale.
Giunone, che di ciò prndea diletto,
acciò che fusse quel colpo mortale
spinse con la sua man lo stral, ma effetto
non ebbe il colpo, perché l'immortale
padre fe' che Minerva oppose al crudo
ferro, invisibilmente, il forte scudo.
E fe' ch'ella, in quel tempo, anco la doglia
al misero Creonte del cor tolse,
onde così cangiò pensiero e voglia,
che a consolare il genero si volse,
dicendo che sciocchezza è ch'egli voglia
del furor che Giunone in lui raccolse,
dare a sé pena, ma che incolpar debbe,
la dea, che contra lui tanta forza ebbe.
E che, come ha ciò fatto, ch'egli fine
ha posto al duol, ben ch'i suoi morti veggia,
cost'anco egli far dee, ch'a le divine
forze l'uman valor non si pareggia,
e ch'uopo è che si pieghi a le ruine
colui, che il cielo a le ruine piega;
però che poiché il nostro arbitrio è avinto,
forza è che vada l'uom là, ove egli è spinto.
E che, tra tutte le vittorie grandi,
ch'egli, mentre vivrà, possa unqua avere,
nessuna fia che più pregiato il mandi,
o il faccia più d'onor degno parere
che il veder ch'egli a se stesso comandi,
ed abbia sé medesmo in suo potere,
sì che non possa far Giunone ria,
che, qual prima di sé donno non sia.
E gli soggiunse che d'Ercol bisogno
or gli era, per levare Ercol di pena,
dicendo: – Io che son vecchio, mi vergogno,
che sia in te il duol, ch'a lamentar ti mena
e mi par che sia quasi come un sogno,
che per far de l'error vendetta piena,
cerchi sottrarti al duol con cruda morte,
cosa che mai non fu d'uom saggio e forte.
Dunque, perché tu quel che sei ti resti
e si veggia che sei di divin seme,
pon fine al duolo ed a i lamenti mesti,
che 'n van quell'uom si duole, invano geme,
cui il lagrimar profitto alcun non presti
e sciocco è chi esce fuor sì d'ogni speme,
e ponga il viver suo così in non cale,
che cerchi di morir, per minor male.
Mentre la figlia de l'eterno Giove
fa ch'ad Ercol così dice Creonte,
Ercol maraviglioso sta, né move
piede più, o man che s'egli fusse un monte,
né si può imaginare o come, od ove
il socer suo, dopo sì crudeli onte,
si fia così acquetato, che il conforti,
Megara avendo inanzi e i figli morti.
Poscia, dopo un pensier lungo, rispose
veggio ch'altra potenza, che mortale,
questa tranquillità nel cor ti pose,
perché ancor non squarciassi il mio mortale,
che se non operassero nascose
virtuti, i'veggio la mia colpa tale
che non pur confortar non mi devresti,
ma dolerti, che vivo mi vedesti.
Poi dunque ch'a maggior opra mi serba
qualche gran deitade e perciò vuole
che tregua, i'faccia con la doglia acerba,
fare ciò che può fare uom che si duole
per caso estremo, bene la superba
matrigna mia, che pure il mio cor cole,
prego ch'ogn'or mi s'è mostra nemica,
mi sia men dura almen, senon amica.
Detto ciò fer l'essequie apparecchiare
a i morti corpi e sepelirgli insieme,
con tutto quell'onor che si suol fare
a signor, che sia giunto a l'ore estreme;
poscia Ercol fermo di volere andare
al tiranno crudel che così il preme,
fe' dopo tanto duol, legge a se stesso,
come vi fia ne l'altro canto espresso.