[VIII]
Febo salito già a mezzo il cielo
con più dritto occhio ne mira e raccorta
l'ombre de' corpi che gli si fan velo;
e Zeffiro soave ne conforta
di lui fuggire e l'ombre seguitare
fin che da lui men calda ne sia pórta
la luce sua, che nell'umido mare
ora si pasce, e in terra pigliando
il cibo quale a sua deità pare.
E ogni fiera ascosa, ruminando
quel c'ha pasciuto nel giovane sole,
tien le caverne, lui vecchio aspettando.
Fra l'erbe si nascondon le viole
per lo venuto caldo, e gli altri fiori
mostran, bassati, quanto lor ne dole.
Nessun pastore è or rimaso fori
ne' campi aperti con le sue capelle,
ma sotto l'ombre mitigan gli ardori.
Taccion le selve e tace ciò che in quelle
suol far romore; e ciò che fu palese
al basso Febo, or è nascoso in elle.
Le reti ora parventi son distese,
e gli archi, per lo caldo risoluti,
porger non possono or le gravi offese.
Né son sì forti aguale i ferri aguti
delli volanti stral' fatti ferventi
da' caldi raggi allor sopravenuti.
E ciascheduna cosa i blandimenti
ora dell'ombre cerca; ma tu sola,
Lia, trascorri per l'aure cocenti;
e, trascorrendo, alli occhi miei s'imbola
la vista della tua chiara bellezza,
che sol di sé ognor più mi dà gola.
Deh, lascia omai delli monti l'altezza,
non infestar le selve e te con loro:
vieni al riposo della tua lassezza.
Discendi a questi campi con quel coro
piacevole che, teco in compagnia,
suol sempre far grazioso dimoro.
Vedi qui l'acque, vedi qui l'ombria
e' campi erbosi sanza alcun difetto
fuor solamente che tu in essi sia.
Adunque vieni; e l'usato diletto
prendi come tu suoli, e gli occhi miei
lieti rifà col tuo giocondo aspetto.
Perdona a' tuoi affanni, a' qua' vorrei
più tosto esser compagno che salire
a far maggiore il numero de' dèi.
Perdona all'arco e a' can, che seguire
più non ti possono, e omai discendi
a questi prati, o caro mio disire.
Qui dilettevoli ore a trar contendi,
e 'l dilicato corpo, all'ombre grate
lieta posando, sopra l'erbe stendi.
Qui, come suol', cantando, altre fiate,
ne vieni omai: perché dimori tanto
di render te all'ombre disiate?
Le tue bellezze, degne d'ogni canto,
non possono esser tocche col mio metro
non degno a ciò; ma pur dirònne alquanto.
Tu se' lucente e chiara più che 'l vetro,
e assa' dolce più ch'uva matura
nel cor ti sento, ov'io sempre t'impetro;
e sì come la palma inver l'altura
si stende, così tu, vie più vezzosa
che 'l giovinetto agnel nella pastura;
e se' più cara assai e graziosa
che le fredde acque a' corpi faticati
o che le fiamme a' freddi o ch'altra cosa;
e' tuo' cape' più volte ho simigliati
di Cerere alle paglie secche e bionde,
dintorno crespi, al tuo capo legati;
e le tue parti ciascuna risponde
sì bene al tutto, e 'l tutto alle tue parti,
se non m'inganna quel che si nasconde,
che per sommo disio sempre ammirarti
di grazia chiederei al sommo Giove
di star, sol ch'io non credessi noiarti.
Dunque, se quella dea ti guida e move,
di cui tu già cantasti, vieni omai:
non è quest'ora a te essere altrove.
Fa salve le bellezze che tu hai,
che dal calor diurno offese sono
ogni ora più che tu più isterai.
Vienne: io serbo a te giocondo dono,
ché io ho colti fiori in abondanza,
agli occhi bei, d'odor soave e buono.
E, sì come suole esser mia usanza,
le ciriege ti serbo; e già per poco
non si riscaldan per la tua stanza.
Con queste bianche e rosse come foco
ti serbo gelse, mandorle e susine,
fravole e bozzacchioni in questo loco,
belle peruzze e fichi sanza fine,
e di tortole ho preso una nidata,
le più belle del mondo, piccoline,
con le qua' tu potrai longa fiata
prender sollazzo; e ho due leprettini,
pur testé tolti alla madre piagata
dall'arco mio; e son sì monnosini
che meritâr perdon, veggendoli io.
E ho con lor tre cerbi piccolini
che, nelle reti entrati, con disio
per te li presi; e ho molte altre cose,
le qua' ti serbo, donna del cor mio,
pur che tu scenda tosto alle pietose
ombre, lasciando le selve, alle quali
non ti falla il tornar, quando noiose
non fien le fiamme a seguir gli animali.