X
Che insolito in me sento e raro e novo,
onde in quest'egro afflitto,
ch'al fondo mi premea, mortale incarco,
più che spedita mai volar si vide
aquila altera o scitica saetta,
fendo le nubi e m'ergo
su le superbe, stolide, feroci,
empie cime di Pelio, Ossa ed Olimpo?
Ecco di sfera in sfera,
di pianeta in pianeta e d'astro in astro,
il più puro del ciel squarcio e sorvolo.
Deh! come già l'argivo legno occhiuto,
Perseo, le spoglie del famoso Alcide,
e ogni altro che fissò la greca gloria
a l'etra de' suo' eroi chiaro trofeo,
mi fugge sotto e cade,
s'impicciolisce, si dilegua e sgombra!
Oh quanto corto, oh quanto
col suo lungo aguzzar l'occhio ne' vetri
è quel che ne le stelle Urania osserva!
Poiché quanto le fredde
sono minor de la gran fascia ardente,
tanto maggior de la gran fascia ardente
sparsa vegg'io d'inaccessibil luce
zona che cinge e tiene avvolto il mondo,
ov'a note di ben saldo diamante
alto vi leggo sculti i grand'imperi;
i quai ben da una parte
tutti insieme attenuti
latini e greci e assiri e medi e persi,
con magnanimo sforzo
ciascun tenta e s'adopra a sé di trarre
tutto l'orbe de' popoli e de' regni;
ma da la parte opposta
tutti col suo forte soave cenno
pei vasti campi de l'immenso abisso
gli si strascina dietro il sommo Giove.
Del divin cenno e nume
a condur la grand'opra
sono menti e virtù ministre elette;
a le quali fremendo
dura necessità presta ubidisce,
e con necessitade
ben cento e mille Enceladi e Tifei,
di vizi vinti, debellati e domi,
con cervici di bronzo e ferrei petti,
con braccia e piante di ben duro acciaio,
tra lo strido e 'l fragor d'aspre catene
gemono in eseguire il gran comando.
Oh il mio pur troppo infermo occhio mortale!
che là nel basso mondo,
per ravvisare il vero
che nascondono in sé le cose umane,
tutte scevere e sole
tu le scorgevi, e sì scevere e sole
l'umane cose nascondèanti il vero,
e ti dolea, con grave
sdegno gentil de la ragion delusa,
veder misero il giusto e 'l reo felice.
Vedi ora, vedi, come
quelli che ti pareano e laidi e brutti,
o dal fato scoppiati
over dal caso usciti orrendi mostri,
rapportati tra loro e ben intesi
quai ti presentan ora
di bellissimi obbietti eterne forme.
Su la grand'Asia il capo
la superba Babelle alza e torreggia,
perché dipoi per Alessandro il Magno
a la greca sapienza in Dario inchini.
La perfida, feroce, alta Cartago,
ch'ambiziosa affetta
su l'impero del mar quello del mondo,
dal fulmin de la guerra inclito Scipio
veduta appena e tòcca,
consegrata cadeo
a la virtù romana, arsa e distrutta.
Di sua felicitade ebbra ed insana,
donna de le provincie,
infuria ne' capricci e ne' piaceri
sfacciatamente dissoluta Roma,
che per ornar di marmi e bronzi e d'oro
parve insultare a la natura il fasto;
com'a meraviglioso
splendid'ampio covile
di tante crude, immani, orrende fiere,
da l'aquilon gelato
scendon barbare genti a darle il foco,
perché, quando a sì rei fini infelici
pur condussero il mondo
e la sapienza e la potenza umana,
contro a le quai nimiche il vero Iddio
sostenne la celeste
con prove di miracoli e martìri,
quivi fermasse il regno
sua veritade eterna,
la qual a un bene immenso ed immortale
gli oracoli dettasse ai ver-credenti.
Questa somma e sovrana
gloria di Roma ond'è l'Italia in pregio,
che di questa di cui oggi nel mondo
ne' mestieri di Marte e di Minerva
non vede il sol più valorosa parte,
i primi regi col possente Augusto
v'adorano divori il gran triregno;
da minaccevol turbo
di fiera guerra, in punto ch'a lei manca
del catolico gregge il gran pastore,
posta in forse, di sé forte paventa.
Quivi al grand'uopo e al paragon di tutti
gli altri almi, incliti padri, ognun de' quali
fôra degno pastor di tanto gregge,
il gran Clemente s'alza al sagro soglio.
Tanto grand'uopo e paragon fan prova
quanta virtù inalzovvi il gran Clemente.