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By Giambattista Vico

Che insolito in me sento e raro e novo,

onde in quest'egro afflitto,

ch'al fondo mi premea, mortale incarco,

più che spedita mai volar si vide

aquila altera o scitica saetta,

fendo le nubi e m'ergo

su le superbe, stolide, feroci,

empie cime di Pelio, Ossa ed Olimpo?

Ecco di sfera in sfera,

di pianeta in pianeta e d'astro in astro,

il più puro del ciel squarcio e sorvolo.

Deh! come già l'argivo legno occhiuto,

Perseo, le spoglie del famoso Alcide,

e ogni altro che fissò la greca gloria

a l'etra de' suo' eroi chiaro trofeo,

mi fugge sotto e cade,

s'impicciolisce, si dilegua e sgombra!

Oh quanto corto, oh quanto

col suo lungo aguzzar l'occhio ne' vetri

è quel che ne le stelle Urania osserva!

Poiché quanto le fredde

sono minor de la gran fascia ardente,

tanto maggior de la gran fascia ardente

sparsa vegg'io d'inaccessibil luce

zona che cinge e tiene avvolto il mondo,

ov'a note di ben saldo diamante

alto vi leggo sculti i grand'imperi;

i quai ben da una parte

tutti insieme attenuti

latini e greci e assiri e medi e persi,

con magnanimo sforzo

ciascun tenta e s'adopra a sé di trarre

tutto l'orbe de' popoli e de' regni;

ma da la parte opposta

tutti col suo forte soave cenno

pei vasti campi de l'immenso abisso

gli si strascina dietro il sommo Giove.

Del divin cenno e nume

a condur la grand'opra

sono menti e virtù ministre elette;

a le quali fremendo

dura necessità presta ubidisce,

e con necessitade

ben cento e mille Enceladi e Tifei,

di vizi vinti, debellati e domi,

con cervici di bronzo e ferrei petti,

con braccia e piante di ben duro acciaio,

tra lo strido e 'l fragor d'aspre catene

gemono in eseguire il gran comando.

Oh il mio pur troppo infermo occhio mortale!

che là nel basso mondo,

per ravvisare il vero

che nascondono in sé le cose umane,

tutte scevere e sole

tu le scorgevi, e sì scevere e sole

l'umane cose nascondèanti il vero,

e ti dolea, con grave

sdegno gentil de la ragion delusa,

veder misero il giusto e 'l reo felice.

Vedi ora, vedi, come

quelli che ti pareano e laidi e brutti,

o dal fato scoppiati

over dal caso usciti orrendi mostri,

rapportati tra loro e ben intesi

quai ti presentan ora

di bellissimi obbietti eterne forme.

Su la grand'Asia il capo

la superba Babelle alza e torreggia,

perché dipoi per Alessandro il Magno

a la greca sapienza in Dario inchini.

La perfida, feroce, alta Cartago,

ch'ambiziosa affetta

su l'impero del mar quello del mondo,

dal fulmin de la guerra inclito Scipio

veduta appena e tòcca,

consegrata cadeo

a la virtù romana, arsa e distrutta.

Di sua felicitade ebbra ed insana,

donna de le provincie,

infuria ne' capricci e ne' piaceri

sfacciatamente dissoluta Roma,

che per ornar di marmi e bronzi e d'oro

parve insultare a la natura il fasto;

com'a meraviglioso

splendid'ampio covile

di tante crude, immani, orrende fiere,

da l'aquilon gelato

scendon barbare genti a darle il foco,

perché, quando a sì rei fini infelici

pur condussero il mondo

e la sapienza e la potenza umana,

contro a le quai nimiche il vero Iddio

sostenne la celeste

con prove di miracoli e martìri,

quivi fermasse il regno

sua veritade eterna,

la qual a un bene immenso ed immortale

gli oracoli dettasse ai ver-credenti.

Questa somma e sovrana

gloria di Roma ond'è l'Italia in pregio,

che di questa di cui oggi nel mondo

ne' mestieri di Marte e di Minerva

non vede il sol più valorosa parte,

i primi regi col possente Augusto

v'adorano divori il gran triregno;

da minaccevol turbo

di fiera guerra, in punto ch'a lei manca

del catolico gregge il gran pastore,

posta in forse, di sé forte paventa.

Quivi al grand'uopo e al paragon di tutti

gli altri almi, incliti padri, ognun de' quali

fôra degno pastor di tanto gregge,

il gran Clemente s'alza al sagro soglio.

Tanto grand'uopo e paragon fan prova

quanta virtù inalzovvi il gran Clemente.