XI
Eccelsa patria mia, però che amore
di te mi stringe tanto
che non saprei dir quanto,
sforzar parlando mi conviene il core,
sì ripien d'ansietade e di dolore
per l'infortunî toi,
che non so qual m'annoi
più: vivere o morir per cotal pena,
la qual, se forse oltra il dover mi mena
al dimostrarmi audace
pel parlare efficace,
mi scusi l'affezion, cagion del duolo.
Madre mia cara, qual ch'io sia figliuolo,
deh, dimmi: onde procede
che 'l tirannico pede
scalpiti i membri tuoi con tal baldanza,
fermando i tuoi malivoli speranza
della summersione
di tua reputazione,
che Italia trïunfar solea già tutta?
E la gran providenzia sì distrutta
ch'esser ne' tuoi car figli
solea, con tai consigli
che a più potente assai mise già il freno?
È quel corale amor venuto meno
che avevi al nome degno,
che nell'azzurro segno
ancor si porta con lettere d'oro?
Fatti avarizia o invidia il suo tesoro
ascondere al bisogno?
Omè, ch'io mi vergogno
a 'mmaginar dove il tuo nome casca,
se adivien che tal discordia nasca
per giusta o ria calunia,
che serri la pecunia
de' tuoi car civi, or che versar bisogna!
Non dottor che Parigi abbi o Bologna,
o quali studî sai,
senz' essa daran mai
buono a salvar tua libertà consiglio.
Deh, non pensino i tuoi simil periglio
portar che gli altri vinti,
ma morti o fuor sospinti
di te, senza sperar mai più ritorno!
Non ti dico, oltra il danno, il grande scorno
de' gridi. O Gnaffi o Lapi,
volete ora esser capi
del governo d'Italia e guidatori?
Usurier, soddomiti e traditori,
saria il parlar più onesto.
E bastasse pur questo,
senza l'offesa delle proprie mani!
Le giunte lepri dai bramosi cani
senton minore strazio.
Stanco saria, non sazio
ciascun d'oprar nelli tuoi danno e scherno.
Qual ti mostra or più amor, volger quaderno
vedresti in un momento,
e mostrarsi contento
del mal, ch'altri che' tuoi non posson farti,
con, sol per garreggiare, abbandonarti.
Di che non piaccia a Dio
che caso tanto rio,
omè, t'avegna per la sua pietade!
Ma certo in via maggiore avversitade
vid'io tuoi figli arditi,
senza richiesta, uniti
venir persone ed oro a profererti,
facendo come quelli ch'eran certi
che, sottoposti altrui,
il loro era di cui
vinti gli avesse, e suore e figli e spose.
L'antica madre, che di sé ti puose,
già non t'empié di vili,
ma d'arditi e virili,
perché operassi quel che lei, in sua vece.
Le magnanime prove ch'ella fece
a conservar sua gloria,
deh, ridutti a memoria
li grandi estremi che per ciò sostenne!
Brenno, Pirro, Annibale o a chi venne
più fier per tôr lor stato,
mai gli fu adomandato
concordia, in qual fu mai maggiore stretta;
né ingiuria mai passò senza vendetta.
Ahi, magnanima madre,
quante opre alte e leggiadre
usasti in ciò, che mai tempo le spegne!
Con quai trïunfi sue vittrici insegne
ornârla saper puoi,
fin ch'ebbe uniti i suoi
nell'affezion di sua gloria ed onore;
né giammai si trovò aver nel core
della avarizia il vizio.
Curio, Attilio e Fabrizio
ne rendon fé, con mille di tai sorte.
Quanto, per lei salvar, curasson morte,
Curzio, Orazio o Torquato
o Muzio adomandato
esser ne può, con numero infinito.
Ma, come fu da lei l'amor partito,
el proprio lor fondâro;
quanto poi l'abbassâro,
a quel che se ne vede oggi si creda,
ché stata è d'ogni ragazzo preda
che séguito abbia avuto,
ed è proprio dovuto
che capiti così chi schifa il vero,
e vuole a sé mostrar che 'l bianco è nero.
Per dio, intendianci inseme!
O glorïoso seme
sceso di madre tanto eccelsa e chiara,
spécchiati in essa e pei suoi essempli appara
pigliar buon, rio lasciando,
con sempre essaminando
per quali opre si scendi o si sormonti.
Il tirannico sangue dei Visconti
dal primo, mezzo e sezzo
t'è per antico vezzo
sempre stato coral nimico e fero,
e pare a lui che a tua cagion l'impero
gli sia di mano uscito;
or pensa a qual partito
saresti sottomessa a cotal sangue.
Voltinsi i visi fieri al malvagio angue,
o car buon cittadini;
noi siam pur Fiorentini,
liber Toscani, in 'Talia specchio e lume!
Resurga il giusto sdegno per costume
avuto sempre a tempo,
né più s'aspetti tempo,
perché nel più tardar tutto è il periglio.
Spieghisi omai il trïunfante Giglio
contra l'orgoglio altero
d'esto tiranno fero
e de' seguaci, a te fatti or ribelli.
E a questi tirannetti conticelli,
se mai il nostro torna,
fiacchinsi sì le corna
che non ti possin più cozzar già mai!
O felice tu, Siena, la qual gli hai
spenti in modo tale
che non ti fan più male,
c'hai disfatti i lor nidi, i quai ti tieni!
Agl'indomiti e bravi sproni e freni
si vuole; voi m'intendete:
e, se voi nol farete
nel campo fia nutrirvi la gramigna;
vuolsi spegner li bruchi per la vigna.
Né altro or più vo' dire,
se non con quel morire
Caton fuggì la servitù v'ammenti.
E vedrete se gli ori o li arienti
si vogliono or negare,
o pur le teste alzare,
o ristrigner le spalle, o stare a bada,
o dir: «Se ella debba andar mal, vada!»,
o dir vili atti e tristi,
di pigrizia e duol misti,
da sbigottir chi gli ode o chi gli vede.
Non par consigli di Romani erede,
non da lancia o da scudo;
e quel che mi par crudo
e di che più mi duole e più n'adonto
è veder far de' veri amici conto
qual de' non cognosciuti,
ma 'n sorta aqual tenuti,
che l'altro numer d'ogni schiuma ha tolto,
con volger lor le spalle e non più il volto,
o dir loro: «Ognun vuole
pelarci», o tai parole
che Iddio si sa com' ora accaggion bene.
Qual se fusse obligato a chiunque vène
del suo proprio a salvarne,
doversi scelta farne,
e quelli ancor con modi a parlar grati.
Deh, car buon cittadin, siate or pregati
che 'l mio dir non sia invano!
E infine conchiudiàno
che s'abbia a buon ripar presto riguardo,
perché nulla varrebbe il penter tardo.