XII

By Antonio di Meglio

Poi che lieta Fortuna e 'l ciel favente,

l'eterno Iddio benigno e grazioso

tanto a quest'alma patria esser si vede,

genuflesso, le man, gli occhi e la mente,

o popul fiorentin sì glorïoso,

liev'alto a Quello ond'ogni ben procede,

e delle grazie che lui ti concede

lodal per sempre, ringrazia e adora,

col core il nome suo grolificando,

te sempre dimostrando

grata de' benifici c'hai da lui,

veggendo il sormontar che fai ognora;

ch'ognindì più rinfiora

tuo gran potenza dominando altrui.

E se ben guardi cui,

stupefatto vedrai che tanto bene

non senza grazia e divin don ti viene.

O cittadin, di cotal madre figli,

ch'esser si vede a tutto 'l mondo specchio,

il mio fedel parlar, per dio, gustate,

degno ricordo al cansarvi e perigli.

Veduto che a' mie dì, ché non son vecchio,

centuplicar v'ho visti in degnitate,

guardando a' luoghi e le terre acquistate

in questo tempo, i' penso qual cagione

al domin vostro soggiacer le face,

o per guerre o per pace.

Sopra venuto chiaramente veggio,

nato dal proprio amor, divisïone,

che, per ambizione

di soprastare, a molti ha tolto il seggio,

del ben cadendo al peggio.

E quinci son le disvïate gregge

sommesse a chi più può o che me' regge.

S'i' dico il vero, il testimoni Arezzo,

le cui tante discordie sotto il giogo

vostro condussor, benché dolce e leve

stato li sia, ch'or gli è lenato il vezzo

ch'avea d'andare a sacco ognindì in luogo,

collo spander di sangue assai più greve.

Quivi apresso è Cortona, ch'a dir breve

Luigi il Gobbo da Casal ne diede

usando nel suo sangue tal magagna,

parte della Romagna

con gli Ubertini e così Lunigiana.

Solo per questo Pisa si possiede,

che si comprende e vede

quanto già glorïosa fu in Toscana

suo potenza lontana;

non pure intorno a sé sai quanto valse:

donna e regina fu dell'onde salse.

Po' ne' mie dì, per division far segno,

de' Gambacorti, Agnel, d'Appian, del Duca

dove condotti son dir non bisogna;

ma lasciàn de' tu' acquisti ognun sì degno,

se fai che 'n te giustizia sempre luca.

E pel contrario l'altrui gran vergogna

trattian. Di', non vid'io, tu 'l sai, Bologna

quattro volte in un dì voltare stato,

senza che prima e poi molte fïate

mutar suo facultate

ora in questo or in quel? L'han soggiogata

con numero infinito smozzicato.

Questo avien che 'l privato

forza contra ragion prende, o gli è data

da questo annicchilata

ogni qualunque patria più potente.

E guai a chi del mal tardi si pente!

Quanti regni, province, luoghi e terre

venuti sono all'ultimo esterminio

non per altra cagion che per discordia,

cui non poté mai forze d'altrui guerre

abbatter lor governo e lor dominio,

mentre ch'al comun ben fùr di concordia.

Di qui, per grazia e per misericordia

di voi medesmi, allegasi e ricordi

dell'alta Roma in che grandezza venne,

mentre caro si tenne

ne' suoi liber buon figli il ben comune

e non qual del privato poi s'ingordi.

Per dio, siate concordi

al tirar tutti uniti a una fune;

e l'altrui ree fortune

vi faccin lume al ben ch'i' dico attendere,

ché mai poi per gnun caso si può scendere.

Le predette discordie assiser Troia,

Tebe e Attene e di Sicilia el regno,

pianse Cartago la setta barchina;

e altre mille questa infernal noia,

per non trar al comun ben dritto al segno,

ha messo in basso e 'n ultima rüina.

Non fé quïeta patria Catellina,

Fimbria, Cinna, Cerbone o Mario o Silla

né li cesari o pompeian costumi,

che feron laghi e fiumi

del civil sangue per far sé maggiori,

né 'l potean far colla patria tranquilla.

Quest'è quel ch'annicchilla

ben comuni e privati e fa minori,

come gli uniti cori

del ben comune fortifican lo stato:

quel poi cresce e sicura il ben privato.

Seguasi l'orme del buon Lucio Bruto,

che pel publico ben duo figli a morte

giudicò, stando loro a fronte a fronte;

d'Orazio Cocles, che fu sol veduto,

per la patria salvar, combatter forte,

finché dietro da sé tagliar fé 'l ponte;

di Muzio o Curzio o buon Deci, che sponte

voltârsi a morte, per fare alta e grande

lor patria, o 'l buon Publicola o gli Spuri

de' larghi Emili e Curi,

de' trecento sei Fabi in una schiera,

di Mallio, che del figlio il sangue spande,

perché da tutte bande

fosse giustizia al ben comun lumiera;

di Regul, ch'aspra e fera

morte sostenne e non schifò il periglio,

per rendere alla patria san consiglio.

Quinti, Metelli e Dentati e Fabbrizi,

Flacchi, Vergini, Garuli e Camilli,

Caton, Corneli, Marcelli e Semproni

vi sieno assempio a discacciar que' vizi,

ch'abbatterien vostri liber vesilli,

tenendo al sormontar lor modi boni.

Spengasi il mormorar de' sussorroni,

per li quai si nutrisce ogni resia!

Chi d'amore e concordia tratta abbraccisi,

sospetto e odio iscaccisi,

non per grandigia all'un far l'altro offese,

poi non è sotto il ciel, né fu, né fia,

istato o signoria

tanto sicura o in più bel paese,

qual si vedrà palese

esser l'eccelsa mia patria Fiorenza,

non gnuna in miglior grado o più potenza.

— Pura fede alla patria e grande amore,

canzona, il tuo fattore

mosse con basso stile a tanta impresa;

il perché, se di ciò tu se' ripresa,

scusine il buon volere e dieti ardire

d'innanimar più desta patria i civi,

fuggendo i vizi e le virtù seguire,

le quai dopo il morire

fa gli uomeni per fama al mondo vivi.

Conchiudi ove arrivi

che 'l premiare de' buon, punir chi erra

pace, riposo e bene è d'ogni terra.