XIII

By Antonio di Meglio

Guarda ben ti dich'io, guarda ben, guarda:

non aver vista tarda,

ch'a colpo di bombarda — arme val poco.

Dimolta carne è a fuoco,

e veggio posti a giuoco — molti bari.

A' prodichi e agli avari

lacciuoli tesi a' danar — veggo infiniti.

Fannosi i vili arditi

per veder disuniti — i buon compagni.

L'onte, gli sdegni e i lagni

vien per partir guadagni — alla leonina;

e sempre da rapina

è nata ogni ruina — e ogni lutto.

Perde 'l tutto pel tutto

spesso chi tutto 'l frutto — per sé vuole.

Or sai tu che mi duole

perder tempo e parole — ove vuol fatti.

Deh, facciàn chiari e patti

e vedra' poi i matti — gastigare.

Ben sare' bel ghignare,

se chi crede ingannare — è preso a 'nganno.

A que' che 'nganno fanno,

quando a lor torna il danno, — è cosa giusta.

Puledro man robusta

spron duri o aspra frusta — mai fé buono.

Campana sanza suono

e balen senza tuono — non ci assordi.

O tu, che tutto mordi,

a' lupi esser sì 'ngordi — è già nociuto.

Sta' pur ben proveduto,

pur ch'io nol dica a muto — ch'ode e parla.

Perde tempo in chiamarla

la rana, chi vuol trarla — del pantano.

O buon tempio di Giano,

chi porrà mai la mano — a riserrarti?

Sai chi sta mal? Gli sparti

senza sossidio o arti —. E fuor del prato

chi per porta è cacciato

rade volte è tornato — per le mura.

Però l'altrui sciagura

ti stringa a miglior cura — e temi Iddio.

Lo sfrenato disio

del far dell'altrui mio — dispiace al cielo.

A molti indarno belo,

ma me muove buon zelo — e pura fede.

E sai tu chi mi crede?

Chi per pruova s'avede — ch'egli è vero.

Abito bianco o nero

non faria fra Riniero — esser perfetto,

ch'ammendare il difetto

e viver ben corretto — è quel che vale.

Sai anco chi sta male?

Chi 'nghiotte senza sale — ogni vivanda.

Chi il gusto t'addimanda,

esaudirlo comanda — ogni dovere.

Noi ci faren valere,

se spenderen l'aver — con aguaglianza,

ché 'l perder con chi avanza

fé vana una speranza — imperatoria

a tutti minatoria,

que' che cercasson gloria — contra' buoni.

«Com'un santo ragioni,

ma troppo e susorron — malvagi truovo».

Io pur per ben mi muovo

a darti di qua uovo — e di là erba.

La cosa che t'è acerba

lasciala e 'l dolce serba, — s'io n'ho punto.

Ma spesso col dolce unto

il sorco è stato giunto — al cibo amaro.

Deh, chi non ha sé caro

non è buono a riparo — o ben d'altrui.

I' parlo e non so a cui;

con meco e con colui — è mal bestiame.

Il perder tempo in dame

e stare in varie trame — è atto folle.

Chi disvol ciò che volle

non credere a suo bolle — o suo suggelli.

Guarda come favelli,

ché peggio che i coltelli — è 'n bocca riso.

Cuor turbo e chiaro viso

diabolico, a mio aviso, — si può dire.

Del ben far non pentire,

ma guarti del servire — a uomo ingrato.

Le sdegno ha già privato

d'aver persone e stato — molti e molti.

Però guai alli stolti,

che gli amici s'han tolti — per lor colpa!

Perde anima, ossa e polpa

chi de' suo falli incolpa — cielo o stelle.

Giuoco è da baccatelle

l'andar pure alle belle — con chi sguizza.

Deh, non mi far più stizza!

Se 'l tempo s'adirizza, — tu 'l vedrai.

«Non vedrò». Sì, farai.

«Non tel credo, ché mai — ti vidi giusto».

Qual cieco meni il frusto

e ben che parli giusto — a molti spiace.

Folle non è chi tace;

il saggio pur suggiace — alla ragione.

Studia nel Pecorone

chi tiene oppenion — d'esser quel saggio.

Ma sai chi ci ha vantaggio?

Chi sa in ogni viaggio — ir piano e ratto.

O quanti el dì n'accatto

che dieron dopo al fatto — buon consiglio!

Mai vidi io nel periglio

padre lasciare il figlio — senza scorta;

poi, al partir la torta,

ognun serrò la porta — del palagio.

Or ben, pure a bell'agio,

ché l'esser sì randagio — nuoce spesso.

«Tu di' vero, il confesso».

Ma quantunque più tesso — più vien trama.

Sempre teme chi ama

e duolsi che ria fama — vada attorno.

Deh, destati o musorno,

ché chi non cura scorno — e coccoveggia

mettil co' ciechi in greggia!

Chi tien ch'altri non veggia — il suo difetto,

giustizia in fatto e 'n detto

dà lo stato perfetto — e sanza tema.

E là dov'ella strema,

ogni virtù vi scema — e cresce vizio.

Non loda ben Fabbrizio

chi poi all'esercizio — tien con Crasso.

Deh, cerchiàn per ispasso

per quel che Roma è in basso, — al colmo essendo.

«Ben bene aval t'intendo».

Vo' dir che mal vivendo — mal s'arriva,

e questa è ragion viva

che 'l mal dal mal deriva — e ben da bene.

O matti da catene,

il fin de' mali e pene — è de' ben merti!

Per sommo ben m'accerti

ch'ai buoni e saggi e sperti — istia il governo;

sarebbe stato eterno,

a tutt'altri superno — un cotal modo,

ché sol con questo lodo

tireresti al tuo nodo — i circustanti.

Come, essendo ben santi,

il nome de' Raspanti — è di spavento?

Odi tu quel ch'io tento?

«I' l'odo, veggo e sento, — ma che giova?»

Prima si pensa e truova

e quel che non si pruova — non rïesce.

Tu se' un nuovo pesce.

Or bene a chi rincresce — non ascolti

miei detti ben raccolti.

Ho speranza ch'a molti — util faranno:

chi mal gli accoglierà se n'abbi 'l danno.