XIII
Guarda ben ti dich'io, guarda ben, guarda:
non aver vista tarda,
ch'a colpo di bombarda — arme val poco.
Dimolta carne è a fuoco,
e veggio posti a giuoco — molti bari.
A' prodichi e agli avari
lacciuoli tesi a' danar — veggo infiniti.
Fannosi i vili arditi
per veder disuniti — i buon compagni.
L'onte, gli sdegni e i lagni
vien per partir guadagni — alla leonina;
e sempre da rapina
è nata ogni ruina — e ogni lutto.
Perde 'l tutto pel tutto
spesso chi tutto 'l frutto — per sé vuole.
Or sai tu che mi duole
perder tempo e parole — ove vuol fatti.
Deh, facciàn chiari e patti
e vedra' poi i matti — gastigare.
Ben sare' bel ghignare,
se chi crede ingannare — è preso a 'nganno.
A que' che 'nganno fanno,
quando a lor torna il danno, — è cosa giusta.
Puledro man robusta
spron duri o aspra frusta — mai fé buono.
Campana sanza suono
e balen senza tuono — non ci assordi.
O tu, che tutto mordi,
a' lupi esser sì 'ngordi — è già nociuto.
Sta' pur ben proveduto,
pur ch'io nol dica a muto — ch'ode e parla.
Perde tempo in chiamarla
la rana, chi vuol trarla — del pantano.
O buon tempio di Giano,
chi porrà mai la mano — a riserrarti?
Sai chi sta mal? Gli sparti
senza sossidio o arti —. E fuor del prato
chi per porta è cacciato
rade volte è tornato — per le mura.
Però l'altrui sciagura
ti stringa a miglior cura — e temi Iddio.
Lo sfrenato disio
del far dell'altrui mio — dispiace al cielo.
A molti indarno belo,
ma me muove buon zelo — e pura fede.
E sai tu chi mi crede?
Chi per pruova s'avede — ch'egli è vero.
Abito bianco o nero
non faria fra Riniero — esser perfetto,
ch'ammendare il difetto
e viver ben corretto — è quel che vale.
Sai anco chi sta male?
Chi 'nghiotte senza sale — ogni vivanda.
Chi il gusto t'addimanda,
esaudirlo comanda — ogni dovere.
Noi ci faren valere,
se spenderen l'aver — con aguaglianza,
ché 'l perder con chi avanza
fé vana una speranza — imperatoria
a tutti minatoria,
que' che cercasson gloria — contra' buoni.
«Com'un santo ragioni,
ma troppo e susorron — malvagi truovo».
Io pur per ben mi muovo
a darti di qua uovo — e di là erba.
La cosa che t'è acerba
lasciala e 'l dolce serba, — s'io n'ho punto.
Ma spesso col dolce unto
il sorco è stato giunto — al cibo amaro.
Deh, chi non ha sé caro
non è buono a riparo — o ben d'altrui.
I' parlo e non so a cui;
con meco e con colui — è mal bestiame.
Il perder tempo in dame
e stare in varie trame — è atto folle.
Chi disvol ciò che volle
non credere a suo bolle — o suo suggelli.
Guarda come favelli,
ché peggio che i coltelli — è 'n bocca riso.
Cuor turbo e chiaro viso
diabolico, a mio aviso, — si può dire.
Del ben far non pentire,
ma guarti del servire — a uomo ingrato.
Le sdegno ha già privato
d'aver persone e stato — molti e molti.
Però guai alli stolti,
che gli amici s'han tolti — per lor colpa!
Perde anima, ossa e polpa
chi de' suo falli incolpa — cielo o stelle.
Giuoco è da baccatelle
l'andar pure alle belle — con chi sguizza.
Deh, non mi far più stizza!
Se 'l tempo s'adirizza, — tu 'l vedrai.
«Non vedrò». Sì, farai.
«Non tel credo, ché mai — ti vidi giusto».
Qual cieco meni il frusto
e ben che parli giusto — a molti spiace.
Folle non è chi tace;
il saggio pur suggiace — alla ragione.
Studia nel Pecorone
chi tiene oppenion — d'esser quel saggio.
Ma sai chi ci ha vantaggio?
Chi sa in ogni viaggio — ir piano e ratto.
O quanti el dì n'accatto
che dieron dopo al fatto — buon consiglio!
Mai vidi io nel periglio
padre lasciare il figlio — senza scorta;
poi, al partir la torta,
ognun serrò la porta — del palagio.
Or ben, pure a bell'agio,
ché l'esser sì randagio — nuoce spesso.
«Tu di' vero, il confesso».
Ma quantunque più tesso — più vien trama.
Sempre teme chi ama
e duolsi che ria fama — vada attorno.
Deh, destati o musorno,
ché chi non cura scorno — e coccoveggia
mettil co' ciechi in greggia!
Chi tien ch'altri non veggia — il suo difetto,
giustizia in fatto e 'n detto
dà lo stato perfetto — e sanza tema.
E là dov'ella strema,
ogni virtù vi scema — e cresce vizio.
Non loda ben Fabbrizio
chi poi all'esercizio — tien con Crasso.
Deh, cerchiàn per ispasso
per quel che Roma è in basso, — al colmo essendo.
«Ben bene aval t'intendo».
Vo' dir che mal vivendo — mal s'arriva,
e questa è ragion viva
che 'l mal dal mal deriva — e ben da bene.
O matti da catene,
il fin de' mali e pene — è de' ben merti!
Per sommo ben m'accerti
ch'ai buoni e saggi e sperti — istia il governo;
sarebbe stato eterno,
a tutt'altri superno — un cotal modo,
ché sol con questo lodo
tireresti al tuo nodo — i circustanti.
Come, essendo ben santi,
il nome de' Raspanti — è di spavento?
Odi tu quel ch'io tento?
«I' l'odo, veggo e sento, — ma che giova?»
Prima si pensa e truova
e quel che non si pruova — non rïesce.
Tu se' un nuovo pesce.
Or bene a chi rincresce — non ascolti
miei detti ben raccolti.
Ho speranza ch'a molti — util faranno:
chi mal gli accoglierà se n'abbi 'l danno.