XIV
L'ira, signor, di tal caligine empie
l'animo altrui, se si dà in preda a l'ira,
ché pieno di furore, pien di voglie empie,
solo a far danno a chi egli ha in odio, mira;
e se ben, col suo sforzo non adempie
in quattro prove, o 'n sei quel che desira,
nondimen resta nel furor sì involto
ch'a nuocergli via più sempre egli è volto.
E fe' ne fa Giunon, che visto in prova
che di far danno a Alcide indarno tenta,
e che il proporgli imprese aspre non giova,
perché rimanga la sua vita spenta,
nondimen, sì ingombrata si ritrova
da l'ira, che la cruccia e la tormenta,
che, priva di discorso e di consiglio,
vuol ch'Euristeo, Ercol, mandi anco a periglio.
Già ne la Capadocia al Termodonte
furo crudeli e dispietate donne,
a le battaglie così avezze e pronte,
ch'erano di valore alte colonne;
queste d'invitto cor, d'altiera fronte,
non torcean fuso in feminili gonne,
ma armate a piastra ed a minuta maglia,
moveano a lor vicini aspra battaglia.
Tal, che scorrendo in questa e 'n quella parte,
a chi lor s'opponea, poneano il giogo
che il lor valore usavan con tant'arte,
che 'n guerra parean lampadi di fogo,
il seme lor dicean venir da Marte,
e questo si credea per ogni logo,
poscia che tutte piene di despitto,
mostravansi ad ognun d'animo invitto.
Queste, non so da qual furor sospinte,
deliberaro più che tigri fiere,
dar morte a lor consorti e fur sì vinte
da questo scelerato, empio volere,
che tutte, a un tratto, a l'iniqua opra accinte,
in oblio posto d'esser lor mogliere,
con cruda mano uccisero i mariti
ch'eran stati con lor gran tempo uniti.
– "Misere donne, qual furor vi mosse
a così fiera e orribil crudeltate?
Come non vi tremaro i polsi e l'osse,
pria che le man vi aveste insanguinate?
Non credo che sì orrendo caso fosse
udito al mondo, ne l'età passate,
felice il nostro secol che non ave
essempio così fier, caso così grave!" –
Morti i mariti statuiron tutte
non si giungere ad uom più mai, per legge,
né cessar prima che fusser distrutte
l'ostili squadre, qual da lupe gregge,
or, poscia che si furo in un ridutte
tutta la torma per sua duce chegge
la più vecchia di loro e arditamente
assalto danno a la vicina gente.
E di que' miser fer sì crudo strazio,
tanti ferri nel sangue ostil fur tinti,
che il lor fiero desio rimase sazio
per la spietata strage di que' vinti;
ma visto poi, che per picciolo spazio,
i nomi lor serian con esse estinti,
se non si provedean di generare
chi avesse la lor stirpe a conservare.
Si diero ad accoppiar con le vicine
genti e mutaro i lor primi consigli,
s'ingravidaro e parturiro alfine,
e i maschi diero a' quei di ch'eran figli;
tenner tra lor le donne pellegrine
per averle compagne ne' perigli,
e tosto ch'eran nate, con la fiamma
ardeano a tutte lor la destra mamma.
E se n'andò di tempo in tempo questa
stirpe crescendo e tutta intenta a guerra,
a la vicina gente era molesta,
vincendo or questa ed or quell'altra terra;
tal ch'era la virtù lor manifesta
tra ciò che l'ocean circonda e serra,
onde Giunone fe' ch'Euristeo vide
che, potea aver qui gran travaglio, Alcide.
Perché dapoi che superato egli ebbe
la cerva, il porco e le crudeli augelle,
tanto sdegno nel core a Giunon crebbe
per l'opre d'Ercol gloriose e belle,
che, perché veder pur morto il vorrebbe,
seco diliberò mandarlo a quelle
donne che insuperabili eran sute
ed in Europa e 'n Asia temute.
E indusse Euristeo a dirgli: – I' vo' che vada
a l'Amazone e tolga a la reina
dal fianco il balteo, ove ella tien la spada;
la spada ch'è via più d'ogn'altra fina,
e s'avien che di man sua tu non cada;
ritorna a me, dopo sì alta rapina,
che son passati già molt'anni ch'io,
di cingerme ne il fianco, ho gran desio. –
Ercole, poi ch'ebbe il comandamento
di andare a quella gloriosa impresa,
a ciò via più ch'ad altra cosa, intento,
si die a spedir per vendicar l'offesa,
che fer le crude donne a tradimento
a lor mariti, che troppo gli pesa
vedere il viril sesso a quel servire,
il qual nato era sol per ubidire.
Mentre si pone il buono Alcide in punto
per gire a porre il giogo a Temisira,
da lo spron de la gloria il core è punto
a questo e a quel ch'ad opre illustri aspira;
questi e quei brama, esser con lui congiunto,
a soppor tutta quella turba dira,
la qual, via più d'ogn'altra cosa, vile
appresso lei, tenea il sesso virile.
Teseo, ch'ad Ercol per sangue era astretto,
e il regimento aveva allor d'Atene,
scieglie, tra suoi, qualunque è più perfetto,
ed in soccorso del parente viene:
Iuba feroce, con drapello eletto,
lascia del fiume Alpeo le care arene,
il forte Ormita vien da Salamiva,
Ida da Orico e Foco da Cortina.
Da Creta, terra consecrata a Giove,
eletta gente seco mena Emone;
Emone, ch'avea dato a chiare prove
segno di sé nel martiale agone,
quanto alcuno altro mai facesse altrove
che il suo valor mostrasse al paragone,
costui sol per la patria l'arme prese
e contra un stuolo armato la difese.
Tal che 'n fuga n'andaro i suoi nemici,
tanto l'impeto lor forte sostenne
da Pisa, che d'Olimpo è a le radici,
armato col fratello Ircetto venne;
Ircetto, a cui diede le pope altrici,
una leonessa che 'n vita il mantenne,
allor che fu da la sua madre esposto,
in loco, da ogni albergo uman discosto.
Venne da la Tessaglia Artemidoro
con mille armati d'arco e di saette,
di ricchezza desio non può in costoro,
ma par che il guerreggiar lor sol dilette;
non per acquistar copia di tesoro,
ché alcun di loro in ciò cura non mette,
ma solamente per andare egregi,
ovunque il vero onor molto si pregi.
Ercole, intanto, di Beozia scielte
avea le genti a la battaglia destre,
sol perché fusser da radici svelte,
quelle donne ch'avean l'animo alpestre;
né giovassero lor lunate pelte,
né le secure aver ne le man destre,
né spada, né arco, né cavallo, od asta,
perché non fusse la lor turba guasta.
E avendo inteso ch'apparecchio grande
per dargli in quella guerra alto soccorso,
si facea per la Grecia, in varie bande,
per gire a porre a quelle donne il morso,
sollecita ch'ognuno o venga, o mande
quanto più puote con veloce corso;
e poiché giunti furo in nove navi,
gli accolse ed aspettò i venti soavi.
La ria Giunon, che non vedeva l'ora
ch'Ercole andasse al periglioso assalto,
tosto ch'uscì nel ciel la bella aurora,
serenò l'aria e fe' mandar ne l'alto
ad Eolo vento grato, ond'uscir fora
del porto i legni e entrar nel falso smalto,
date le vele a i venti, allegri tutti,
senza temer di minacciosi flutti.
Costeggiando Sciato s'inviaro
al mar cui mutò il nome il tristo Egeo;
lasciata a destra Tenedo n'andaro
a l'onde ne le quali elle caddeo,
e Chersonesso a man manca lasciaro
entrando ne lo stretto, ove fin reo
ebbe Leandro, amante ad Ero fido,
mentre a Sesto passar volse da Abido.
Usciti fuor de l'estuosa foce
che rade volte a naviganti è destra,
entrò ne l'ampio mare Ercol veloce
e la Misia minor lasciò a man destra;
entrò nel Bosfor con allegra voce,
senza temer d'aver sorte sinestra;
Bosforo detto, poiché fu Argo vitto,
e indi la bella lo passò in Egitto.
E le fur, sovra il Nilo, alzati altari
e porti preghi ed arsi mirre e incensi,
e fu riposta tra più singolari
numi, cui l'uman stuol voti dispensi,
di Giunon le giovar gli sdegni amari
e che avesse gli spirti al mal suo accensi,
che per ciò, venne così chiara dea
che invidia, insin nel ciel, Giunon le avea.
Dal Bosforo passaro a le Ciane,
isole formidabili nel mare;
mobili sono e spesso son lontane,
spesso con tal furor, vansi a incontrare
che salvar nave non pon forze umane
da l'impeto lor fier, se nel passare,
s'urtan tra l'onde impetuose insieme,
onde ne suona il lito e il mar ne freme.
Giunon, che pur vorria ch'Ercole andasse
per mano de l'Amazone, a rio fine,
le tenne aperte perch'indi passasse,
senza temer da lor danni, o ruine,
perché credea che s'Ercole arrivasse,
con prospero viaggio, a quel confine,
devere ivi veder vendetta piena
de l'onta che sostenne da Alcumena.
Passaro dunque, con sicur camino,
de le fiere Ciane il fier concorso,
ed indi, se n'andaro al mare Eusino,
con prospera fortuna e lieto corso;
lasciaro a destra il bel campo Bitino
e (tutt'ora fendendo al mare il dorso)
giunsero al lito de Mariandini,
loco fido e sicuro a' pellegrini.
Ov'Ercol fu dal re Dascilo accolto,
congiunto a lui per amicizia antica,
con così lieto e sì benigno volto
che mostrò chiara la sua mente amica;
e sendo il sol già a l'occidente volto,
per cominciar di là nova fatica,
quella notte stette ivi Ercole e poi
il viaggio seguì con tutti i suoi.
Il promontoro di Carambe a tergo
lasciano e veggon, con schiumosi gir,
ali che fa gonfiare al mare il tergo,
e indi poco lontan biancheggiar l'iri;
così van vicinandosi a l'albergo,
al qual drizzati avean tutti i desiri:
veggono il Termodonte che, scorrendo
va, con le schiumose onde, il mar fendendo.
Menalippe l'impero allor godea
di Temisira e a la sua antica usanza,
di donne al fiume gran guardia tenea
de le più ardite e di maggior possanza;
ora, intendendo ch'Ercole devea
venire a dare assalto a la sua stanza,
doppia le guardie e tutta si apparecchia
a mantener l'autorità sua vecchia.
E quanto intende Ercol di maggior lena,
e non minore ingegno aver, che forza
e ch'egli seco il fior di Grecia mena,
tanto più le sue forze ella rinforza,
né aspettò mai, dopo travaglio e pena,
dopo lungo alternar di poggia e d'orza,
vento secondo travagliata barea,
quanto ella lui, che il mar vicino varca.
Le par che se restar può vincitrice
di questa guerra e porre Alcide al fondo,
che tra lo stuolo uman, la più felice
di lei giamai non si trovasse al mondo,
prega Bellona a' suoi desir fautrice,
e Marte a l'ardir suo tanto secondo
ch'Ercol per lei, co' suoi compagni infesti,
o preso, o morto in questa impresa resti.
Ercole, intanto, al Termodonte arriva,
ma prima ch'entri ne le nemiche acque
e ponga il pié su l'Amazonia riva,
mandare inanzi un suo messo gli piacque
ch'a Menalippe dicesse ch'a viva
forza (in lui tal d'averlo desio nacque)
volea levare il balteo, se forse ella
non volea darlo e a lui sopporsi ancella.
E che meglio era ch'ella gliele desse,
senza provar la sua possente mano,
ché ne la guerra, a rischio si ponesse;
tratta da orgoglio e da appetito insano,
perché volea ch'ella sicura stesse,
di tentar ciò che tenterebbe invano,
per non restar perdente e se ne chere,
fe' la porà da le sue imprese avere.
Qual chi cosa oda, ond'egli se ne scherne,
e non la creda più che sole e sogni,
né cerca, per chiarirsi, fede averne,
perché il van dicitor se ne vergogni;
tal Menalippe, ch'a le parti inferne
di mandar Ercol, par che solo agogni,
stette tacita quel tutto ad udire
ch'Ercol le fe' per lo suo nonzio, dire.
Udita ch'ebbe l'ambasciata, rise,
e con ridente faccia gli rispose
che, Marte in lei tanto valor non mise,
né così bella impresa le prepose,
perch'ella, che le forze avea conquise
di ognun, che insino allora a lei s'oppose,
si avesse a render, per timore, a un greco,
cui fatto avea, troppo arroganza, cieco.
Ma che sperava fargli veder chiaro,
che impareria di perder seco allora
e che, non meno de la vita, caro
l'era uscir seco a la battaglia fora,
perché quanto era il suo valor più raro,
tanto maggior, se la vincesse, fora
la sua vittoria e però avea gran brama
col vincerlo, aggrandir l'alta sua fama.
Soggiunse poi, ch'al suo signor tornasse
e gli dicesse che ponesse in punto
le genti sue, poscia ch'a lei mandasse,
ch'ella.ad uscir, non tarderebbe punto,
perché, con l'arme in mano, egli provasse
quanto gli costeria l'esser là giunto;
si partì il messo, pieno di stupore
e portò l'ambasciata al suo signore.
Qual uom, che cose via maggiori intende
che non aveva egli tra sé compreso,
quanto quelle ritrova più stupende,
tanto sta più con l'animo sospeso,
tale a quella risposta Ercol si rende,
poi c'ha l'ardir di Menalippe inteso
e gli par ch'ella sia, tra donn, un lume
di virtù rara e di viril costume.
Dunque, intesa dal messo la risposta,
a dare, a la sua gente ordine, attese
e lodò Euristeo, che gli avea proposta
la più bella di tutte le alte imprese;
or, poiché la sua gente ebbe disposta
e pronta la conobbe a le contese,
prese egli il destro e die il sinistro corno
a Teseo e attese l'apparir del giorno.
Menalippe, ch'avea desio conforme
a quel d'Alcide, in questa parte, pose
con molta cura in punto le sue torme,
e tutte, in belle squadre le dispose;
a pena, in tutta notte, un'ora dorme
e aspetta che il canestro de le rose
versi l'aurora in oriente e faccia
l'aer seren con la sua lieta faccia.
E così tosto che il dì novo apparse,
de la città fe' una sua donna uscire
ed ad Ercol fe' dir: – Poiché gli parse
con lei volere a la tenzon venire,
ch'ella avea statuito di provarse
seco ed in loco a la battaglia gire,
ché parimente l'uno l'altro assaglia
e mostri ognun quel che ne l'arme vaglia! –
E ché lontan due stradi, giacea un campo
largo e munito in guisa di steccato,
atto a capir qualunque grosso campo,
perch'era dieci miglia in ogni lato,
ch'ivi anderebbe, ivi porriasi a campo,
quando il loco da lui fusse accettato
e ch'ivi seco il balteo porterebbe,
e se vinta restasse, egli l'avrebbe.
Poscia che intese l'ambasciata Alcide,
egli andare a vedere il loco volse
e poi ch'acconcio a quella impresa il vide,
di accettar la sua offerta si risolse;
diede a tutte le squadre le sue guide
e al destinato loco i passi volse,
e a Menalippe mandò a dir ch'aveva
accettato il partito e l'attendeva.
Intanto, avendo inteso Menalippe
che, nove capitani a le sue squadre,
Ercol preposto avea, scelse Filippe,
ch'avuto avea la cruda Ortrera madre;
costei seguì la valorosa Adippe
che sola fu, tra tutte le leggiadre,
non meno ardita che possente e bella,
e dietro a lei venne la vaga Aella.
Così lieve nel corso era costei
e i passi movea con tanta fretta
che, baldanzosamente, i' giurerei,
che men veloce va d'arco saetta,
nulla potea vano desire in lei,
né quel ch'a l'altre donne si diletta,
né lo scudo, per dar segno del core,
con capo di leon, tenea il terrore.
Presto a costei, vien l'animosa Arteme,
ardita più d'ogn'altra cacciatrice,
più d'ogn'altra avea in odio il viril seme;
costei ch'ave su l'elmo una fenice,
che 'n campo azurro uno M. e un N. preme
con breve che dicea: – Sol questo lice,
dal collo le pendea, con bel lavoro,
per morir nasco e per la vita i' moro! –
Non lontana da questa era Celeno,
la qual di gigantessa avea persona
a lei non entrò mai pietà nel seno,
per quel ch'oggi di lei la fama suona,
una ceraste, gonfia di veneno,
aveva in capo, sovra una corona,
cui sovrastava, in nere letre, una breve:
"Chi vittoria aver vuol, tal esser deve!"
La schiera di costei seguia Termessa,
in cui non ebbe mai loco paura,
ma si mostrava esser Bellona espressa;
al viso, a i movimenti, a la statura,
nel petto avea dipinto una leonessa,
di acerba e di terribile figura
ch'un sol teneva ne la destra branca
ed un fulmine ardente ne la manca.
Poco lontana, a lei Febe venia,
con orribile aspetto e minaccioso,
simile a chi vendetta far desia,
nemica di quiete e di riposo;
su l'elmo aveva un'aquila aspra e ria,
tra le corna di un cervo pauroso,
il quale aveva, ne la fronte, scritto:
"Il suo fine ha ciascun dal ciel prescritto".
Ippolite gentil l'era vicina,
con bionda chioma in verde cuffia accolta,
nel regno ella era appresso a la reina,
per la virtù, per la sua forza molta;
ella teneva in capo una fucina,
da ondoso fumo e nera fiamma involta,
con vulcan, ch'avea il pié su una tenaglia
e teneva il martello a l'anguinaglia.
Se col guardo, pien d'ira e di minaccia,
costei si dimostrava in vista oscura,
mai Diana non fu più fiera in caccia
che fea tremare ogn'anima sicura,
ma se mirava altrui con lieta faccia,
non fu mai più piacevole figura
e tanto mite si scopria benigna,
quanto irata parea cruda e maligna.
Qual si videro già nel circo a Roma,
leoni andar contra pantiere e tigri,
e quelli rabbuffar la fulva chioma,
quest'altre i dorsi gialli e 'n parte nigri
tal color che de' greci hanno la soma
contra le donne van veloci e impigri,
ed elle contra lor, con tale ardire,
che fanno, insin nel ciel, Marte stupire.
Tra questa e quella gente entra Bellona
e fa (la tromba postasi a la bocca),
che il bellicoso carme intorno suona,
sì che desio di sangue ognuno tocca:
chi ha in punto l'asta ed il corridor sprona,
chi l'arco tende e le saette scocca,
chi dardo, chi secur, chi spada impugna,
e ognun, quanto più può, mesce la pugna.
Menalippe ed Alcide si affrontaro,
questi ha la mazza e quella ha la secure:
elle è a cavallo e Alcide è a' pié ma, a paro
con lei, va e pensa che tra l'ombre oscure
per lui debba ir, con fin crudo ed amaro,
benché ardire e valor sì l'assicure,
con Ippolite Teseo l'arme move
e fa del suo valor stupende prove.
A le man venner tutti gli altri a sorte,
con audacia infinita e forze estreme,
parer non vuol questi di quel men forte,
né il nemico l'un men che l'altro preme,
de l'inferno Plutone apre le porte
ché di aggrandire il regno suo tien speme,
poscia che vede, che l'ira qui bolle,
per far del sangue uman la terra molle.
Tra Alcide e Menalippe andò la cosa
così del pari che non fu veduta
ch'ella fusse di lui men valorosa,
né a offender, né a parar meno aveduta,
pareva ella una tigre aspra e orgogliosa
ch'avesse la sua sobole perduta
e contra l'uom, che gliel'avesse tolta,
terribile si fusse irata volta.
Alcide sembra un fier leone irato
che con un'orsa sia venuto a guerra
e l'assaglia or da questo, or da quel lato;
acciò che morta se ne cada a terra,
non puote però aver sì destro il fato,
ché se bene mortai colpi disserra
e mostri nel ferir molto coraggio,
possa aver contra lei picciol vantaggio.
Co'capitani son ne la battaglia
i soldati di questa e quella parte,
ed il valor de l'un ben l'altro agguaglia,
usando parimente ardire ed arte;
Arteme vede ch'Ida apre e sbaraglia
una squadra d'Amazone in disparte,
indi si move, per gire a trovarlo,
e morto immantinente cader farlo.
Entra ne l'ostil torma e non sta a bada,
e fa di sua persona opre stupende,
ch'ovunque la secur tagliente cada,
spezza, rompe, apre, fora e tronca e fende
e sentir face, come punga e rada
ovunque, fulminando, il ferro scende,
d'un riverso cader fa Alno e Sagunta,
d'un dritto Linco e Samo d'una punta.
Resta ivi senza un braccio il fier Maleo
e la sinistra man va in terra a Siso,
col ventre aperto cade Corineo,
ed il capo ha dal collo Arcon diviso,
per mezzo il petto fesso Anto cadeo,
e restò, di un fendente, Irpino ucciso,
ed oltra questi, tanti de la plebe,
che si vide venir la sua scure bebe.
Non mena tal furore il mare irato,
quando Euro il fiede, al tempo de la bruma,
e 'n guisa il mesce, col terribil fiato,
ch'alzarlo insino al ciel par che presuma,
qual mena Arteme, in questo ed in quel lato
mentre lo stuol nemico apre e consuma,
né sembra in questa ciuffa alma mortale,
ma in corpo uman crudel furia infernale.
Visto il valor de la nobil persona
che con sì grande ardir, gli uomini snerva,
fu da molti creduta esser Bellona,
la tenner Diana altri, altri Minerva;
mentre diversamente ognun ragiona,
ella via più che mai fiera e proterva
la tagliente bipenne a cerco mena
e quanti incontra, tanti ancide e svena.
Seguon le donne la lor fida duce
e ognuna cerca più de l'altra fare;
miser che il fato contra lor conduce,
ch'ad ognun forza è morto in terra andare,
fanno ivi a tanti abbandonar la luce
che vermiglia la già verd'erba pare,
e non è parte ne l'erboso piano,
la qual molle non sia dal sangue umano.
Ida, ch'entrato è ne la densa folta
e la donnesca torma irato offende,
gli occhi a la strage, a la ruina volta
ché vede fare a Arteme e ben comprende
ch'ogni speranza di salute, è tolta
a suoi, se la difesa egli non prende;
onde, rompendo teste e gambe e braccia,
tra la torma d'Arteme altier si caccia.
Come se ne la Tracia il fiero Marte
scende, col ferro in man, da l'alte stelle,
e fa dal corpo andar le membra sparte,
sì ch'è pietà e miracolo a vedelle,
tal le donne ivi Ida col brando parte
e strazio fa di quelle meschinelle,
che tutte quelle, che passando fere,
o morte, o tronche face ivi cadere.
D'una punta passò il fianco ad Orbella,
tolse la man dal braccio ad Orizira,
fesse la testa a Olinta e fe' cadella,
e appresso a lei cader fece Timira,
cacciò la spada sotto la mammella
alla feroce Odaxa e pieno d'ira
la bella Doto di un fendente uccise
ed il capo dal collo a Gia divise.
Come quando in fiorita alma campagna
raccolto è insieme un numero di starne,
se tra loro entra l'aquila grifagna,
per volersi saziar de la lor carne,
tutto lo stuolo insieme s'accompagna,
e securo indi il pié cerca di trarne,
tal si sarian viste le donne fare,
se non le venia Arteme ad aiutare.
Entra costei là ove il fier Ida scorre,
e per la densa turba a trovar vallo;
Ida che vede Arteme, ch'a lui corre
incontinente a lei volge il cavallo,
ella si ferma, come salda torre,
e l'assale e si pensa, senza fallo,
farlo pentir di avere in un momento
de le sue donne uccise più di cento.
Né pensa meno tra il tartareo coro
Ida mandarla, pien di sdegno acerbo,
sì tosto, dunque, che vicin si foro,
col brando in man, col cor fiero e superbo,
si andaro a ritrovar ciascun di loro,
con quella forza e con quel forte nerbo,
ch'a guerra venir sogliono due serpi,
uscite irate de' spinosi sterpi.
Rimbomba al risonar de i colpi fieri
l'acre e par che il loco intorno freme
e mostran ben, che mai due altri più fieri
non vennero a le mani in guerra insieme,
pronti a menar le man, pronti i corsieri
a premere, a girar, con forze estreme,
e or con gli spron fargli levare in alto,
come il meglio ricerca de l'assalto.
Tra questi due la fiera aspra battaglia
ugualmente durò, per buona pezza,
che non ruppero lama, o schiodar maglia,
né cesse l'uno a l'altro di fortezza;
ora mentre Arteme, Ida urta e travaglia,
mentre giunge a l'ardir forza e destrezza,
Ida le diede un colpo su la fronte,
ch'a mezzo avria potuto aprire un monte.
Fesso il capo caddeo la verginella
su il terren duro e benché tutta sangue
giacesse su la polve, era anco bella,
quanto esser bella può femina essangue,
quale, su il mattutin, rosa novella,
caduta dal pedal, su l'erba langue,
tale era Arteme ed esser parea in vita
benché fusse da lei l'alma partita.
O qual su il rio star suol fiorita oliva
che svelta sia da le radici sue,
ch'ancor che giaccia de la virtù priva,
che pronta a darle già alimento fue,
se ne riman su la materna riva,
per un giorno continuo, o ver per due,
come prima era, con la chioma verde,
né fiori per giacer, né frondi perde.
Tal l'animosa donna, benché sciolta
l'alma fusse da lei, servò l'ardire
nel morto viso e la bellezza molta,
che 'n lei, mentre vivea, solea fiorire;
vistasi l'altre la lor duce tolta,
s'erano tutte volte per fuggire,
mandando al cielo dolorose grida,
del che tacito seco godeva Ida.
Ma non restò de la vittoria allegro
l'uccisor de la donna, lungo tempo,
perché Celeno il mandò a l'orco negro;
giunta in vendetta de l'amica a tempo,
altiera disse: – Bene Ida, m'allegro
che s'accorciato hai de la vita il tempo
a la compagna mia, te n'andrai seco,
a startene con lei nel regno cieco! –
Ed irata, non meno che si sia
pantiera, s'ella morti i figli vede
da fiero caso, o ver da sorte ria,
mentre era per lei fuor ita a far prede,
che rugge e freme in mezzo de la via
facendo del dolore immenso fede,
tal che risuona il bosco a le sue voci
e treman gli anima', benché feroci.
Mentre che l'occisor forte e robusto
scender volea, per tor l'arme ad Arteme,
Celeno gli levò il capo dal busto,
e gli interruppe la concetta speme,
qual si vede cadere arbor vetusto,
se Borea, o Noto con furore il preme,
tal ivi il miser se ne cade appresso
a colei, cu' egli aveva, il capo fesso.
Ciascun de gli altri la battaglia mesce
sol per vittoria del nemico avere:
l'odio e lo sdegno da ogni parte cresce,
e si vede qua e là gente cadere,
ne la mischia trovarsi a molti incresce,
molti del travagliar paion godere,
e la battaglia sì del par procede,
ché vantaggio nessun qua o là si vede.
Cadean di qua e di là cavalli e fanti
e di grida s'udia risonar l'aria,
or piene di furore, ora di pianti,
secondo ch'era la fortuna varia;
né perdevano i punti ne gli instanti
alcun di lor, per far che la contraria
parte restasse vinta e fusse tutta
a l'ultima ruina ivi condutta.
Ma, mentre questi erano insieme a ciuffa
Ercole e Menalippe mai lasciata
non avevan la lor prima baruffa,
a l'entrar de la guerra incominciata,
e così bene l'un l'altro rabbuffa,
sì questi e quella il suo vantaggio guata,
sì con ragion si torce e move e copre,
ché par che l'arme in van questi e quell'opre.
Ippolite il medesmo e Teseo face
e non lascian di tempo ir parte vuota,
pare ella intorno a lui cane sagace,
che l'aggire, l'incalce ed il percuota;
contra lei Teseo pare un pardo audace,
sì destro in ogni verso il brando ruota,
e maraviglia è che non siano rotte
già tutte l'arme a sì spietate botte.
Creder non voglio che Steroppe e Bronte
l'incude del gran fabro siciliano,
percotesser con man più gravi e pronte,
ch'adoprasser costor su lor la mano,
dannosi ora nel petto, or ne la fronte,
ed il rumore udir fanno lontano
e vedevansi uscir faville ardenti
a l'incontrar de i fier brandi taglienti.
Marte, che l'aspra pugna dal ciel vide
tra le donne e tra i greci, ebbe paura,
che di Giove figliuolo essendo Alcide,
non menasse le donne a sorte dura,
ché se ben forti vede le lor guide,
ne la guerra, però non si assicura,
che il sommo Giove non disponga alfine
ch'Ercol tutte l'Amazone ruine.
E però andò a trovar la sua Ciprigna,
con dolce ed amorevole sembiante,
l'accolse ella non men lieta e benigna,
ch'accolga donna il desiato amante,
che ratta al collo con le braccia il cigna,
per saziarne il desir avuto inante,
affetuosamente pria baciollo
e poi quel, che chiedesse, adimandollo.
Egli le disse: – Ché non era in terra
gente che, più di quelle donne, amasse,
per esser elle fulmini di guerra,
non perché egli di loro una bramasse,
ma che temea vederle andar sotterra,
s'ella, col nume suo, non l'aiutasse,
e non fesse, ch'amor ponesse pace
tra gli aversari e lor, con la sua face. –
E veder quindi poi le fe' dal cielo
la cruda pugna e formidabil mischia,
ed il periglio, ond'avea il cor di gelo,
poiché il muliebre stuol tanto s'arrischia;
ella, piena di caldo e dolce zelo,
disse: – Farò che giamai non fu in Ischia
fiamma sì ardente, quanto quella fia
che farò porre, ove bisogno sia! –
Baciò lei Marte ed ella baciò lui,
piena di ardente e di amoroso affetto
e rinovossi il foco in ambidui;
tal, che lor più che mai, s'infiammò il petto,
Vener poscia andò al figlio e disse: – I' fui
sempre sicura che, senza disdetto,
tutto quello ch'a te, figlio, chiedessi,
per contentarmi far, sempre devessi.
Ma di quante insino or grazie ti chiesi,
de le quai sodisfatta esser bramassi,
nulla giamai di conseguir più intesi
di quella, che da te ora intenderassi;
vedi que' cori di furore accesi,
ch'anco non sono di ferirsi lassi,
(e quei di Grecia e quei di Temisira,
gli mostrò che 'n ciuffa eran pieni d'ira).
Uomini e donne sono insieme giunti,
a darsi morte, pieni di veneno,
vo' che da strali tuoi duo ne sian punti,
e acceso lor sì del tuo foco il seno,
che tutti gli odi sian tosto consunti,
che fia l'animo lor del foco pieno,
col qual non pur fai miti i cor più rei,
ma infiammi anco nel ciel tutti gli dei. –
Così disse ella e da le chiare stelle
Ippolite mostrogli e Teseo caldi,
in darsi irati botte sì aspre e felle,
che rotti ne seriano i marmi saldi:
Fa ch'ella – disse – le fatezze belle
viste di Teseo, tosto se ne scaldi,
ed egli poscia anco di lei s'infiamme,
quando contezza avrà de le sue fiamme.
Le chiese amor perché ella non elesse,
che ferisse il figliol d'Anfitrione,
acciò che maggior gloria egli n'avesse,
ferendo un, che tra forti è paragone;
Vener rispose che sicuro stesse,
che serbava a migliore occasione
tal vittoria e ch'allora assai facea,
se dava fine a quel ch'ella chiedea.
Promise a Vener di essequire il figlio
tutto quel ch'ella allor gli aveva chiesto;
scese dal ciel, là ov'era il gran scompiglio,
quanto egli fusse mai veloce e presto,
poscia a un aurato stral diede di piglio
e 'n corda il pose a l'alta impresa desto,
e attese che venisse il tempo e il loco,
di accendere ambidui di vivo foco.
Dopo lungo combatter sendo stanchi,
Ippolite riposo a Teseo chiese,
acciò che, ritornando poi più franchi,
conducessero a fin le lor contese;
intanto, perché nulla ad amor manchi
per asseguir quel ch'asseguire intese,
la visera con man Teseo si aperse
e il volto nudo a la nemica offerse.
Quantunque Teseo fusse di virile
animo ch'avesse la fierezza in viso,
non avea però così il gentile,
né il cortese da l'animo diviso,
ch'egli non fusse in un fiero ed umile,
e non scorgesse chi il mirava fiso,
ché chiuso avea nel generoso core
con molta cortesia molto valore.
Ne' vivi occhi di Teseo amor celato
non fu a ferir la bella donna tardo,
ma non fu allor da lui Teseo infiammato,
non perché egli gli avesse alcun riguardo,
ma perché non si avea l'elmo levato;
Ippolite dal viso e volto il guardo
verso il nemico sì che la sua luce,
ad infiammargli il cor, gli fusse duce.
Tosto ch'amor ferita Ippolite ebbe,
Vener, per dar miglior fine a l'impresa,
la bellezza di Teseo in modo accrebbe,
ch'una tigre di lui si saria accesa,
perdere appresso lui Bacco potrebbe
se di beltà tra lor fusse contesa,
pareva aver nel martial suo volto
tutto il bello e il gentil di Febo accolto.
Qual pien di solfo speglio, se percosso
vien da i raggi del sol, quando più splende,
in drappo opposto a lui, mentre egli è mosso,
in quanto occhio, si gira il foco accende;
tal, poiché il freddo gel l'è dal cor scosso,
Ippolite qual esca, il foco prende,
al contemplar di quelle luci ardenti
che poriano infiammar gli animi spenti.
Se sola ella mirava la bellezza,
le pareva vedere il Dio di Delo
che fusse tutto amor, tutto vaghezza
e tutto ardesse d'amoroso zelo,
ma, se mirava poi l'alta fierezza,
tenea per certo, che dal quinto cielo
fusse disceso il furibondo Marte,
sol per combatter seco, in quella parte.
Pur si risolse alfin, che mortal fosse,
ma a gli dei, quanto alcun'altr'uomo, caro,
e 'n guisa tutto il sangue le si mosse
che con lui guerra far l'era discaro;
poscia che Teseo il suo vigor riscosse,
si chiuse al viso il solito riparo,
e levato ogni indugio, ogni soggiorno,
a la tenzon lasciata fe' ritorno.
Qual uomo, cui sia d'improviso il lume
levato in tutto da accidente fiero,
di duol par che si strugga e si consume;
poiché il chiaro del dì gli è fatto nero,
tal Ippolite, fuor d'ogni costume,
tutta piena di turbido pensiero,
si duol di non poter veder quel viso,
ond'ave l'alma accesa e il cor conquiso.
Ma, a quel di Teseo avendo il pensier vario,
tocca che fu da l'amorosa face,
volea la donna che il duro aversario
più tosto adimandato avesse pace,
che con desire al suo desio contrario,
si fusse contra lei mostrato audace;
ma, poi ch'a la battaglia egli si acconcia,
non vuol perder di tempo anch'ella un'oncia.
Ben dal pensier di Teseo e il suo diverso,
ch'ove egli a darle morte solo intende,
e, ferendo or di dritto, or di riverso,
fa che la spada fulminando scende;
ella, qualor l'armata mano verso
chi lei percuote, per ferirlo, stende,
non gli mena né al petto, né a la faccia,
ma a loco ove men mal, che può, gli faccia.
Ché, quando un pur di due avenir devesse,
esser vorria più tosto ella ferita,
che Teseo, per sua man, morto cadesse;
Teseo, che più caro ha, che la sua vita,
e s'avenia che colpo egli le desse,
ond'ella avesse o braccio, o man stordita,
seco diceva: – A che percuoti quella
che, senza guerra, già ti è fatta ancella,
Contra cui più potuto ha uno tuo sguardo,
che non poté giamai lancia, né spada,
mestier non è che più tanto gagliardo,
in questa pugna, contra di lei vada,
o la ferisca più.senza riguardo,
perché ella, di tua man, morta sen cada,
che la tua grazia e la bellezza l'ave
tolta del core e l'una e l'altra chiave. –
Teseo pur tutta volta il brando gira
e cerca alfin venir de la tenzone,
e, tacito, tra sé spesso s'ammira,
ch'a ferirlo ella tal riguardo pone;
Teseo si inaspra, Ippolite sospira
e le pare, che l'alma l'abbandone,
veggendo ch'egli darle morte tenta,
ove toccarlo pure ella paventa.
E seco dice: – Oimé creder posso io,
che sì crudo tu sia, che se sapessi,
che te tra tutti sol bramo e desio,
tu colpi così crudi ora mi dessi?
Ma a che ti penso dispietato e rio,
come che dal tuo viso i' non avessi
visto, ch'amor seresti e cortesia,
se nota a te fusse la fiamma mia? –
Mentre che costor due, battaglia fanno
e tocca l'un l'amor, l'altro disdegno,
Alcide e Menalippe anco si danno
colpi aspri e ognun di lor pone l'ingegno
di dare a l'oste suo l'ultimo danno,
non avendo nel core altro disegno,
che mostrarsi al ferir sì ardito e forte,
che il suo nemico perda, o giunga a morte.
L'altra turba che 'n mischia, non sta a bada,
ma mostra a ognun quanto di valor abbia:
quel, l'asta adopra e quel la forte spada,
quel caccia acuto stral pieno di rabbia,
quell'altro cerca che il nemico cada,
per colpo di secure e irato arrabbia,
e face ognun ciò che si puote fare,
per poter del nemico trionfare.
Il sole, sì lontan da l'oriente,
s'era già fatto che, per attuffarsi
in grembo a Teti, ito era a l'occidente,
e i lucenti rai di là avea sparsi,
onde fin'ebbe la battaglia ardente,
ch'ognun si die a l'insegne a ritirarsi,
onde a Ippolite, Teseo volto, disse
che, ben seria che la tenzon finisse.
E seguì: – Tornerem poscia dimane
a finir la battaglia incominciata,
poiché la notte fa le botte vane,
che nessuna non va là, ove è drizzata. –
La donna di ferire allor rimane,
ma le duole il finir de la giornata,
che, benché fusse in guerra, avea diletto
poter mirare il suo amator diletto.
Se lecito le fusse stato a dire
quel che via più bramava ella di fare,
e tolto non gli avesse di scoprire
vergogna quel, ch'ella volea narrare,
risposto a Teseo avria che, per ferire
di spada, non bramava di tornare,
ma per esser a lui così congiunta,
che 'n vita non ne fusse unqua disgiunta.
Così la notte la battaglia sciolse,
e tra le donne e i greci fu firmato
che poi, ch'altrove il sol la luce volse,
e ch'a la guerra fin non era dato,
(cosa ch'a un campo e a l'altro molto dolse)
tosto, che il sol de' raggi coronato
menasse il giorno, col suo carro d'oro,
tornassero a finir la guerra loro.
Poscia, a luce di foco e di lumiere,
sepeliro ambi i morti loro e poi
tutte si dipartiro indi le schiere,
e fece ognun ritorno a'luochi suoi,
bramosi tutti quanti di vedere
uscire il sol tosto dai liti Eoi;
ma quale avesse il lor desire effetto,
vi fia, signore, al mio ritorno detto.