XIX

By Giambattista Giraldi Cinzio

Quanti malvagi son signore, e quanti

uomini di natura sì crudele,

che, per veder star un sempre ne' pianti

e mandar sino al cielo agre querele,

dimostrandosi amici, usano tanti

inganni e sì l'amar celan col mele,

ché mostrando di dare amico ospizio,

menan l'ospite dritto al precipizio.

Però che promettendo e mari e monti,

cercan ch'altri al dir lor dian piena fede,

e con allegre e ben serene fronti,

apprestan la ruina a chi lor crede;

so che non fa mestier ch'io ve ne conti,

per acquistare a quel ch'io dico fede,

perché n'appaion tanti in ogni loco

ché quanto dir saprei, seria al ver poco.

Ben dico questo che né rio serpente,

né orso, né leon, né tigre irata,

né d'altra cruda fiera orribil dente,

tra le parti più alpestre in selva nata,

nuoce quanto fa un'alma frodolente,

ché sotto fe' la fraude abbia celata

e sotto un chiaro viso, abbia il cor fosco,

e mostrandoci il mel, ci appresti il tosco.

Però che mille e mille vie l'uomo ave

di potere, o con forza, o con ingegno

e vincere e fuggir fiera ch'ei pave

e farla star, qual cagnolino, al segno,

ma la via di fuggir queste alme prave,

in cui la fraude ave il maggior suo regno,

trovata non si è ancor, né troverassi

(per quanto io stimo) in questi lochi bassi.

Ché sono questi mostri così vari,

che la natura lor, l'uom non discerne,

però c'hanno nel cor tanti contrari

che non si puote esperienza averne,

proteo non credo che così si vari

come varian costor le frodi interne

e tal fu quel che, col prometter paci,

col viso lieto mi tradì e co i baci.

E tal ritrovò ch'era Diomede,

il quale aveva ne la Tracia impero

allora, ch'a lui volse Ercole il piede

per far pentirlo del proceder fiero,

e tal del mal'oprar gli die mercede,

ch'egli, ch'andò de l'ingannare altiero

e simulando amor, diede altrui morte,

fin di lui degno ebbe ne la sua corte.

Ch'Euristeo vago sol di travagliare

quanto poteva più, il figlio di Giove,

a sé, da Tebe ad Argo, il fe' chiamare

e gli disse: – Vedute le tue prove

i' vo' mandarti in Tracia a soggiogare

un re di cui non è il più crudo altrove:

questi gli ospiti prende e gli dà poi,

morti che sono, in cibo a i corsier suoi!

Poiché il tuo valor dunque sì t'affida,

vo' che tu vada là ove ha questi il seggio,

e s'avien forse ch'egli non ti uccida,

(come grave il pericolo esser veggio)

voglio che tu dia morte a l'omicida,

acciò che non faccia egli al mondo peggio,

poscia che ponga a' suoi corsieri i freni,

e teco tutti ad Argo gli mi meni. –

D'Argo si parte il gran figlio di Giove

sol per quello essequir che gli fu imposto

e verso la Tessaglia i passi move,

ché d'ire in Tracia a' pié s'avea proposto;

ma ne l'andare a le superbe prove,

sendosi già il solar lume nascosto,

tenendo Admeto in quelle parti il regno,

di posarsi con lui fece disegno.

Ma ritrovò tutta la corte a nero

coperta e piena d'incredibil lutto,

cosa che fu fuor d'ogni suo pensiero,

ma poscia che si vide là condutto,

la cagion dimandò ch'a duol sì fiero

avea il miser signor allor condutto,

al quale un famigliar rispose: – Mai

non fu in terra cagion di tanti guai!

Era già al mio signore il dì prescritto,

in cui devea far l'ultima partita,

onde ne stava doloroso e afflitto,

d'ora in ora aspettando uscir di vita:

ed ecco, da l'oracol gli fu ditto

che s'era sua persona sì gradita

ad alcun che per lui morir volesse,

sicur di non morire allor sì stesse.

E gli disse ciò Febo, perché il fato

e le compagne al fato inique Parche,

con un lungo pregare avea piegato,

ad essere a dar morte al mio re parche,

che, volendosi Apollo mostrar grato

del beneficio (cosa ch'oggi par che

facciano pochi) ch'ebbe dal signore

quando, lasciato il ciel, fu a lui pastore.

Avea ottenuto che s'alcun trovava

che volesse per lui di vita uscire,

sì che il fato esseguisse la sua prava

legge, col fare altrui, per lui, morire,

non speme pur, ma sicurtà gli dava

ch'allora non avria i suoi dì a finire;

inteso questo, si diede il re nostro

la fe' a provar ch'i suoi gli avevan mostro.

Questi e quegli che, dianzi aveva detto

chi si faria fiaccar le polpe e l'osse,

e trarre il proprio cor fuori del petto,

perché morendo lui, salvo il re fosse,

bisognando or di ciò veder l'effetto,

non pur per lo suo re a morir si mosse,

ma disse ch'era da persona sora

il cercar che per lei questi, o quei mora.

Trova la madre e il padre anco contrari

a' suoi pensier, come vi aveva i servi,

ché de la vita ad ambi i dì sì cari

sono, ch'acciò che il lor figlio si servi,

non vogliono di vita esser sì avari,

perché il fatal decreto si conservi;

aspetta il re, con lagrimevoli occhi,

che 'n lui l'ultimo stral la morte scocchi.

La bella Alceste, sua fidata moglie,

che non vuol senza lui rimaner viva,

visto Admeto aspettar l'ultime doglie,

né alcun voler morir perch'egli viva,

perché di vita lui morte non spoglie

e del suo maggior ben resti ella priva,

s'offre a morir, con cor costante e forte,

perché rimanga vivo il suo consorte.

Fede, che d'ogni fede esser può specchio,

a cui giamai non ebbe il mondo pare,

cerchisi pure il novo e il tempo vecchio

ed i più fermi amor le fe' più rare,

quanto in sì egregio fatto più mi specchio,

tanto mi par più illustre e singolare,

e parmi ch'a fe' tale a sì alto zelo,

dar debba eterno testimonio il cielo.

Lunga tra Alceste e il re fu la contesa,

perché non gisse l'un per l'altro al fine;

dicea il re: – Che mi giova oimé che resa

mi fia la vita e che la tua decline?

Così non vo' la vita mia difesa

e se il ciel vuol di me pur far rapine,

veder voglio finire anzi la mia,

che veder che la tua finita sia!

Aver più non porei pace, né bene,

se il mio fiero destin mi ti togliesse,

ché vivo il viver tuo sol mi mantiene,

né più mi viverei se si spegnesse,

tu la mia vita sei, tu la mia spene,

a mio sostegno il ciel te sola elesse,

e senza te, la vita via più dura

Alceste, mi seria che morte oscura.

E qual serebbe il mio viver, se morto

vedessi te? – soggiunse allora Alceste –

Qual'avrei più speranza di conforto

tra le mortali, orribili tempeste,

se te, che mi mantieni in sicur porto,

mi togliesser le Parche al tuo fin preste?

Caro marito mio, poco direi,

a dir, ch'i giorni acerbi e tristi avrei!

Però che non mi può bastar la voce

a raccontarti qual mia vita fora,

tanto grave e il dolor, tanto feroce

che mi traffige l'alma e che m'accora

pensando che, destin crudo ed atroce,

me viva, tragga te di vita fora:

te, non pur caro a me, ma che sei l'alma

di questa fragil mia terrena salma.

Moia sì Alceste e resti il suo marito

vivo ed in lui l'anima sua si goda

e a questo far te, cruda morte, invito,

e prego che da te il mio pregar s'oda,

se il mio cor fia dal tuo strale ferito,

non t'acquistasti mai più degna loda,

serva prego ad Alceste il suo fedele

e sazia, uccisa me, il destin crudele.

Intanto Apollo avea a le Parche offerta

invece del marito, la mogliera,

visto ch'ella di cor, con voce aperta,

dice voler morir perch'ei non pera;

poiché la cosa ebber le Parche certa,

subito, con la man cruda e severa

Lachesi, presa la sua falce adonca,

de la vita d'Alceste il filo tronca.

Quale il giacinto resta, che da verga

schiantato sia, sì che non cada al piede,

che, ancor che mezzo rotto più non s'erga,

in lui di vivo alquanto anco si vede,

finché vento del tutto nol disperga,

e il sole, o avida man ne faccia prede,

tal resta, prima che del tutto mora,

troncato il fil, la gentil donna allora.

Ch'a quel fier colpo, smorta in un momento,

ne le braccia del suo marito venne,

ma pria che fusse in tutto il fiato spento,

fissi a l'amata faccia gli occhi tenne

e disse: – Io so che resti mal contento,

poiché l'anima mia batte le penne

per andar fuor di questo carcer frale

ed adimpire il tuo destin fatale.

Ma se mia fe' può in te quel ch'ella deve,

prego ch'abbi di me tanta mercede

che tu non voglia che il tuo duol m'aggreve,

se il fato a morir ben per te mi chiede,

dolce m'è questa morte, Admeto e lieve,

poiché tu sei de la mia vita erede,

però sol vo' che viva se ne reste

ne la memoria tua, mai sempre Alceste! –

Alfin di queste voci gli occhi chiuse

la bella donna e il nostro re dolente

far non puote che il fato non accuse,

chiamandolo rapace ed inclemente,

ed il duol la ragion sì gli confuse

che, tratto il ferro fuor, volse repente

mandare il suo tra gli amorosi spirti,

con la sua donna, a star tra verdi mirti.

E non giovava che fusse per lui

Alceste morta, che si dava morte

e senza re lasciava tutti nui,

per seguir la fedel cara consorte,

se molti non movevansi de' sui,

e al pugnal non avesser le man porte,

ma cadde ben sì d'ogni senso privo

che gran fatica fu a tornarlo vivo.

Ma non sì tosto in sé fece ritorno

che disse: – Oimé chi mi ha impedito ch'io

non sia caduto morto in questo giorno,

colei seguendo ch'era ogni ben mio? –

Gli furo tutti i famigliari intorno,

sì che del cor gli tolser quel desio,

e il persuaser tutti a darsi requie,

ed a la moglie apparecchiar l'essequie.

E questa è la cagion che non di rubri

panni, né d'or vegga la corte ornata,

ma d'oscuri coperta e di lugubri

vestita tutta la real brigata,

e con noi piangeriano orsi e colubri

e qualunque altra fiera più spietata,

se vedessero il duol che il re tormenta,

poiché la cara sua mogliera è spenta.

Ercole, intesa la cagion del duolo,

di caso così stran molto si dolse

e disse che non fu tra l'uman stuolo

fede ferma, qual questa, che disciolse

il fato iniquo, od il girar del polo

ch'al mal di questo re tutto si volse

e viva statui che ritornasse

Alceste e che tal fe' perseverasse.

Errando adunque intorno l'alma sciolta

a la bara, ove morta era la donna,

col pensier mille cose Ercol rivolta,

per giungerla a la sua lasciata gonna,

mentre a tornare in vita il pensier volta

costei che fu di fe' ferma colonna,

ecco ch'egli venir vede un'armata

da Pluto, a tor dal vel l'alma slegata.

Vista Ercol di costor la nera torma,

terribil si, sì strana di figura

che non fu mai più spaventevol forma,

in ciò che fe' d'orribil la natura,

egli segue di lor subito l'orma

e pon di avere il capitano cura

e ne' capei, con man gli dà di piglio,

turbato in vista con altiero ciglio.

Non vanno l'api così tosto in rotta

se Filomena in aria il lor re assale,

come in scompiglio andò a la nera grotta,

l'impaurita e ria turba infernale;

Ercole il capitan di quella frotta

minaccia, se non giunge al suo mortale

quell'anima, il farà tal pena avere

che tristo se n'avrà sempre a dolere.

Qual chi nel battagliar perde la forza

e sì riman ne lo steccato vinto,

di pregare il nemico suo si sforza,

quanto più può, per non restarne estinto,

tal questi, poscia che si vide in forza

d'Ercol, di pallidezza il viso tinto,

umil si sta e demesso e tutto trema

e il prega che col tronco egli nol prema.

E trammutato in tutto da quel ch'era:

Vinca – disse – la forza tua maggiore,

che la forza di Aletto, o di Megera,

ch'a te non ha l'inferno ugual valore,

e poscia che ciò fai, perché non pera

costei, che si deveva al mio signore,

l'alma, che se ne va quivi disgiunta,

sia, fuor del naturale, al corpo giunta! –

Alfin di queste voci, Ercole scorse

l'alma di novo al suo mortale unirsi,

là onde Alceste da la bara sorse,

per devere anco al suo marito girsi,

ciò visto, Ercol lasciò il reo spirto, ei torse

il pié là onde uscito era, per partirsi,

e nel partir, mandò tal grido fuore

ch'eccetto Ercole, empì ciascun d'orrore.

Così talor s'umana anima offende

spirto infernale, al re del cielo infido,

tosto che scongiurato egli si rende,

e tornare astretto è al tartareo nido,

ciò tanto sdegno in lui, tant'ira accende,

e fuor il fa mandar sì orribil grido

che se ne sente il bombo in tutti i canti,

onde ne trema il core a i circonstanti.

Qual timida colomba, che fuggita

da l'unghia sia de lo sparvier rapace,

brama vedersi al suo compagno unita

e godersi con lui sicura pace,

tal, poi ch'Alceste ricovrò la vita,

né temeo più de l'orco il dente edace,

piena via più che mai, d'amore ardente,

voltò al marito suo l'accesa mente.

E conosciuto che stato era autore

Ercol del viver suo, tutta cortese,

si voltò verso lui, con umil core,

e maggior che poté grazie le rese;

Ercol, per trar di doglia Admeto fore

e 'n gaudio il duol voltar, che sì l'offese,

entrato allegro ne la real porta,

la mogliera gli die ch'ei piangea morta.

Non credo mai che Teseo tanto lieto

fusse, visto tornato il figlio vivo,

quanto restò l'adolorato Admeto,

vista viva la donna sua giulivo,

pensò ch'esser devesse tutto queto,

il viver suo, poiché non era privo

più di colei che il meglio avea di lui,

e ch'era il fin di tutti i pensier sui.

Le grazie rese ad Ercole fur tante

quante esprimer non può lingua, né stile,

e se fu mesta quella corte inante,

sì ch'altra non vi fu giamai simile,

fur le doglie allor volte in altre tante

gioie, vista la donna alta e gentile,

ove il fato l'avea prima disgiunta,

al marito di novo esser congiunta.

Ercole poscia, al suo viaggio intento,

montò in nave per gire in Chersonesso,

ed avendo al camin prospero vento,

vi giunse tosto e caminando appresso

a Lisimacchia, un uom pien di spavento

vide lungo a le mura, in vista oppresso

da grave duol e con gli occhi al ciel fissi,

dir: – Miser me, perché sino a qui vissi? –

La cagion del dolore era, ch'essendo

in Lisimacchia una gentil donzella,

di cortesi maniere e di stupendo

viso e via più di ogn'altra donna bella,

e due di lei de la cittade ardendo,

(Oronte questi e quei Linco s'appella)

cercava ognun, più che potea, di averla,

sol per poter senza rival goderla.

E mentre ognuno si tenea il più amato

ed a lei si credeva esser più caro,

si trovò Linco, al fine, disprezzato,

e non andare al suo rivale a paro,

vistolo a la donzella esser più grato,

d'ira arse e di disdegno tanto amaro,

e rimase di fier dolor sì pieno,

che il miser fu presso a venirne meno.

Chi per prova conosce che sia amore

e vivere in altrui più che 'n se stesso,

imaginar si può qual fu il dolore

ch'allora a Linco fu ne l'alma messo;

gli parve che gli fusse il miser core,

da mortal colpo a le radici, fesso,

e senon, che desio di vendicarsi,

il tenne, potea allor la morte darsi.

Onde poscia che vide che il rivale

andato era a la donna e si avea preso

il suo ben, trammutò in odio mortale

l'amor, contra colei che l'avea offeso,

e pensò farle, quanto potea, male,

sì che le fusse il guiderdone reso,

e, per morta veder la sua nemica,

al signor l'accusò per impudica.

E disse: – Ché di notte a lei salire

ha visto Oronte e lui Teodora accorre,

(ch'ella così avea nome) e di morire

(poiché sì avea lasciato l'onor torre)

degna era e che s'alcuno aveva ardire

volersi, a quel ch'egli diceva, opporre

a singular battaglia non ricusa

mostrar che drittamente egli l'accusa.

Spiacque al signor che sì palesemente

fusse la donna in tal periglio posta,

poscia, ch'alcun non fu, tra quella gente,

ch'ardisce a Linco far degna risposta,

perch'oltra che sa ognun quanto è possente

e quanto caro andargli contra costa,

tien certo ognun che il falso non direbbe,

né a pugna, contra il ver, venir vorrebbe.

Il signore a Teodora fe' sapere

quel che di lei Linco dicea in palese;

la bella donna non negò d'avere,

dato rimedio a le gran fiamme accese,

di chi l'aveva tutta in suo potere,

poscia ch'amor di lui tanto l'accese,

ma dice che per moglie gli si diede,

e di averla ei per tal le die la fede.

Nega ciò Linco e dice che bagascia

ella è d'Oronte e non gli fu mai sposa;

la giovane riman piena d'ambascia,

visto ch'opporsi a Linco alcun non osa,

che il peso di difenderla ognun lascia

a Oronte, che sapea chiara la cosa,

ché non vi essendo testimon, che il dica,

toccava a lui mostrar, ch'era pudica.

Dice la donna: – Oimé per bene amare

e per darmi per moglie a chi mi prezza,

deve Linco crudele ora tentare

che l'onestà mia cada e la bellezza?

E mi de' amore in guisa abbandonare

che non si trovi alcun di tal fortezza,

che si voglia condur con Linco al campo

e prender l'arme in man per lo mio scampo?

Deh perché è Oronte mio sì giovanetto?

Perché non è come colui robusto?

Ché certo i' son che, pien di vero affetto,

faria vendetta di questo uomo ingiusto

e chiaro mostrerebbe ch'io l'ho eletto

per mio marito, come vuole il giusto,

e che, per fede, i' debbo restar viva,

non, per disonestà, di vita priva!

Deh s'egli è vero, amor, che 'l tuo potere

tanto, quanto soleva, oggi s'estenda,

perché, oimé lassa, non mi fai tu avere

un, che la pudicizia mia difenda?

E faccia chiaro, com'io son mogliere

a Oronte, acciò ch'ognun chiaro comprenda

che questo uomo crudel m'accusa a torto

e ch'egli e non io, merta d'esser morto? –

Così dicea la donna lagrimando,

tutta piena d'angoscia e di dolore,

le giva intorno a gli occhi amor volando

e coglieva su l'ali il dolce umore,

come colombo far veggiamo quando

vien dal ciel pioggia ne l'estivo ardore,

e vinto da le voci lagrimose,

di volerla aiutar seco propose.

E ancor ch'a pena al sestodecimo anno

il giovanetto Oronte fusse giunto,

nondimen l'accese egli a trar d'affanno

la donna che l'avea a tal grado assunto,

mostrando chiaro a ognun che, senza inganno,

s'era a la cara sua moglie congiunto,

così Oronte, da amor spinto, si diede

a far de la sua fe', con l'arme, fede.

Seco dicea: – So ch'è di me più forte

chi accusa lei ch'è l'alma mia e la vita,

ma poria favorirmi sì la sorte

e il santo amor, ch'i suoi seguaci aita,

che chi l'accusa, avrebbe da me morte,

e l'onor salvo a lei seria e la vita,

e se pure altro disponesse il cielo,

fede almeno farò del mio gran zelo.

Tal che, tra tutti i più fedeli amanti,

il nome di fedele otterrò anch'io,

e tra lor dolci risi e dolci pianti,

sempre fia celebrato il nome mio,

ma s'amor può quel che poteva inanti,

se da lui merce merta un bel desio,

e, s'ha di bella donna il ciel pietade,

fia difesa da me tanta beltade! –

Il padre vecchio, che il giovane vede

prender la spada e armarsi a piastra e a maglia,

gli si fa incontro e lagrimando chiede

che non voglia pigliar questa battaglia

dicendogli: – Ché chiaro egli prevede,

che così tosto che Linco l'assaglia,

morto serà perch'egli è così fiero,

che può dar morte ad ogni gran guerriero.

E che, per questo, ei giovanetto imberbe

contra colui che sì possente fiere,

che fa de i forti, come falce d'erbe,

non porà stare e uopo gli fia cadere,

e che per questo il prega che si serbe

a miglior uso e pietà voglia avere,

se non di sé, del vecchio padre almeno,

ch'è di dolore inestimabil pieno. –

Quindi la crespa fronte e il crine bianco

gli mostra Egisto (che così si noma

il padre) e dice: – Per lo duol io manco,

e per te i' sono a me gravosa soma,

ma il giovane di cor, d'animo franco,

che col valore ogni temenza doma,

il conforta e gli dice che non tema

che Linco, che il torto ha, l'offenda, o prema! –

Cerca Egisto che ponga il signor pace

tra i guerrieri e la donna esca di colpa,

ciò che tenta il signore, indarno face,

ché Linco più che pria, Teodora incolpa

e vivere ad Oronte più non piace,

s'al paragon de l'arme non la scolpa,

e faccia a qualunque uom chiaro e palese

ché tanto ella onest'è, quanto è cortese.

Per questo il mesto e doloroso Egisto,

veduto che il pregar nulla rileva,

credendo aver del figlio il fin previsto,

si die a cercar se ritrovar poteva

chi volesse d'onor far degno acquisto,

e levarlo dal duol che sì il premeva,

togliendo sovra sé quella querela

che fa che di timore, il cor gli gela.

Intanto Olimpo (che così era detto

quel signor) da costor vistosi fare,

a la richiesta sua chiaro disdetto,

contento fu lor campo franco dare;

tosto che, uscita de l'aurato letto,

l'aurora si die l'aria a illuminare,

entraro ambi i guerrier ne lo steccato,

in piazza per la pugna apparecchiato.

Sono ambi armati i cavalieri arditi

di usberghi fin, senza bracciali e arnesi;

copron la testa lor due elmi forbiti,

quali si solean fare in que' paesi,

di maglia ambi le braccia hanno guarniti,

di maglia il collo ed hanno i brandi appesi

a gli umeri, di fina tempra eletta

e il segno ognun de la battaglia aspetta.

Tosto dunque che die la tromba il segno,

si andaro a ritrovar co' ferri nudi

e l'uno e l'altro, pien d'acerbo sdegno,

pare un vulcan che martellando sudi:

Linco la forza, Oronte usa l'ingegno

ed ambi fan sonar de i colpi crudi

il loco intorno e fanno uscir faville

da le spade e da gli elmi, a mille, a mille.

Come vengon talora a guerra gli orsi

che si trovan gli spron d'amore a i fianchi,

ché rabbuffando i mal composti dorsi,

cerca l'un, che la vita a l'altro manchi,

ed ora con le branche, ora co i morsi,

si fan sempre al ferir più che pria franchi,

così qui cerca l'un, che l'altro cada,

per opra de l'ingegno, o de la spada.

Linco il collo talor, talor le tempie

con la tagliente spada a Oronte tocca,

talora al volto drizza le botte empie

per ferirlo ne gli occhi, o ne la bocca,

ma con ciò ch'egli fa, il desir non empie,

onde di sdegno e di furor trabocca;

intanto Oronte va temprando l'ira

e porre i colpi, a certa offesa, mira.

Gli tocca or Linco i fianchi, or cenna al petto

per ferirlo nel viso;i colpi Oronte

scansa e di un dritto il ritrova a l'elmetto,

ch'a mezzo gli potea fender la fronte,

gli giova l'elmo aver fino e perfetto,

ch'avuto avrian fine a quel colpo l'onte;

Linco, pien d'ira, allor disse: – Morrai

al dispetto del ciel, fa ciò che sai! –

E detto ciò con quel furor si mosse

ch'onda mover veggiam spinta dal vento,

tremano a' circonstanti i polsi e l'osse,

visto l'assalto fier, pien d'ardimento,

l'amoroso garzon non si commosse,

ma tutto a vincer l'aversario intento,

in sé si colse e avendo duce amore,

ribatte il colpo fier con gran valore.

Onde il brando di Linco cadde invano,

ma quel che spinse Oronte, invan non scese,

ch'egli un fendente, con veloce mano,

a la testa di Linco ardito stese,

il qual fu così fier, fu così strano,

ed il capo, con tal forza, gli offese

che fesse l'elmo e gli intorniò la mente,

ma Linco si riebbe immantinente.

Ond'egli di ferir punto non resta

il suo nemico e cerca in terra porlo,

ma ben ch'ora dia al busto, ora a la testa,

non può, con quanto fa, su il vivo accorlo,

ch'atto è su il piede ed ha la mano presta

Oronte, e amor sta su l'aviso a torlo

dal furor del nemico, onde non mena

botta ad Oronte, che l'aggiunga piena.

Si sdegna Linco che di guerra è mastro,

e 'n ogni pugna, ogni feroce atterra

ché superar non può, chi di vincastro

degno gli par via più che di far guerra,

accusane il destino e il maligno astro

e maledice il ciel, l'acqua e la terra,

e 'n tanto, una crudel punta gli tira

verso la gola e di passarla mira.

Fu sì ratta la man, fu così destra,

ch'esser non poté Oronte così lieve

al parar ch'al camaglio ampia finestra

non gli facesse quella punta greve,

ma amor, che dal garzon non si sequestra,

ché bianco, per timor, venne qual neve,

rattenne il braccio sì che non gli punse

la pelle il brando, tanto scarso giunse.

Ma impallidir si vider mille volti,

poiché vider tanto oltre andar la punta,

perché pensar d'i circonstanti molti,

che fusse, a colpo pien, la spada giunta

e contra lui fussero i fati volti,

perché fusse dal vel l'alma disgiunta,

ma poiché il vider rimanere illeso,

Dio ringraziaro che l'avea difeso.

Però che tenner certo ch'egli fusse

aitato da alcun Dio, da lor non visto,

quanto del colpo fier Linco il percusse,

del colpo ch'avea fatto ognun sì tristo,

ma tra tutti, sì gran timore indusse

in Teodora il pericolo previsto,

che venne in faccia sì pallida e smorta

che fu ben presso a rimanerne morta.

Era cotal costume in quella terra

che, qualora per donne venian due

armati a lo steccato per far guerra,

presente fusse a le difese sue,

colei, per cui ciascun la spada afferra

e per questa cagione, a veder fue

quella battaglia la bella Teodora,

che, per lei, que' guerrier faceano allora.

Linco, ch'Oronte aver credeva estinto,

e la spada tornar vide lucente,

scorse per chiaro e naturale instinto

che contra lui mano era più possente

che quella del nemico e ch'a lui (cinto

di presidio divin) brando tagliente

nulla noceva e però usciva vano

ciò ch'ei fea con l'ingegno e con la mano.

E però disse: – I' mi conosco avere

non teco no, ma con un Dio tenzone,

e veggio che non può mortal potere

contra forza immortal far paragone,

poiché se ben la spada mia ti fere

e giunga piena ove la man la pone,

non più la carne tua fora, o penetra,

che se ferisse una marmorea pietra.

Schiodo le maglie e giungoti a la pelle

e la pelle è più che l'acciaio dura,

perché Dio occulto contra me le stelle

move ed a danno mio il reo fato indura,

ma sia, che può, non farà questo, o quelle,

o il Dio che contra i colpi ti assicura,

ch'io non ti mostri, che 'n battaglia sei

contra il dritto ed il giusto, per costei! –

Anzi sol per lo giusto – disse allora

Oronte – adopro l'arme in questa pugna,

perché ognun vegga che la mia Teodora

ha il suo fedel, che per l'onor suo pugna,

e di farti veder io spero or ora

come il mio brando tagli e come pugna,

perché o tu muora, o apertamente dica

ch'ella quanto bella è, tanto è pudica! –

Mentre ambi con l'arme han ne lo steccato

e con parole, in ciò dura contesa,

Egisto aveva ad Ercole narrato

la doglia, ond'egli avea l'anima offesa

e supplice ed umil l'avea pregato

che la donna da lui fusse difesa,

acciò che Linco non desse la morte

ad Oronte, di lui molto men forte.

Dal vecchio inteso ciò, il cortese Alcide

mosse con lui ver Lisimacchia il passo,

ma giunti là poiché la piazza vide

chiusa d'intorno, il vecchio afflitto e lasso

dolor sente che l'alma gli conquide,

e riman di speranza in tutto casso,

ch'Ercol tor sovra sé quella tenzone

possa e venir con Linco al parangone.

Ercole oltra sen va, ma il vecchio resta

e giunse in quella ch'Oronte cercava,

che Linco confirmasse, ch'era onesta

la sua Teodora; ed egli ricusava

perché dicea che presa aveva questa

pugna, perché egli la teneva prava,

poiché la legge statuito avea,

che fusse donna, qual era ella, rea.

E dicea: – Se la legge vuol che quella

che si congiunge ad uom, senza potere

mostrar con certi testimoni ch'ella

è legitimamente sua mogliere,

sia giudicata disonesta e fella,

come non poss'io tal Teodora avere?

Cessi di darti aiuto il Dio nascosto

e provato ti fia quel c'ho proposto! –

Andò Alcide al signor di quella terra,

mentre erano in contesa aspra costoro

e fe' ch'egli fermò la presa guerra,

poi si mise mezzan tra ambidue loro

e con ragion, ch'affrena spesso chi erra,

tanto oprò ch'ambidue contenti foro,

ed a la donna fu l'onor servato,

che con l'accusa, Linco avea macchiato.

Perch'Ercol disse verso Linco volto:

– Tu dì ch'Oronte ha un nume a sua difesa,

e ciò ti può mostrar che lite hai tolto

ingiusta e ch'a torto hai Teodora offesa,

ch'un Dio, cui chiaro è il vero, a gli altri occolto,

la sua protezion non avria presa,

s'avesse il torto e ciò chiaro ti mostra,

chi ragion ha ne la querela vostra.

Tu te ingannasti, quando tu dicesti,

ch'era impudica questa donna e certo

dal vero e da l'onor ti partiresti

se l'error tuo, com'or, veggendo aperto,

anco a lei d'impudica nome desti,

com'allor, quando il ver t'era coperto,

e chi s'inganna e confessa l'errore,

fa quel che deve far, né perde onore.

Però dir puoi che t'ingannasti allora

ch'accusasti la donna e che credevi

ch'a la legge che vuol che colei mora,

cui l'onor l'uom lascivamente levi,

contrafatto ella avesse e per questo, ora

confessi che prenduto errore avevi

e che d'ogni suo mal t'increscerebbe! –

Linco ciò disse e la tenzon fin ebbe.

Quale talor, dopo la pioggia, al maggio

apre il suo seno al ciel rosa novella

e gode di mostrare al solar raggio,

quanto ella vaga sia, quanto sia bella,

tale con viso lieto e modo saggio,

poiché non par più d'onestà rubella,

Teodora abbraccia il suo marito e gode

che non abbia giovato a Linco frode.

Ma che dir debbo de le tante e tante

rendute a lui da l'altre donne grazie?

Vedevasi ch'insieme tutte quante

di ringraziarlo esser non potean sazie,

ed il poneano a ciascuno altro inante

che per fedele amor donna rengrazie,

e biasimaro Linco de l'impresa

ch'a disnor di Teodora aveva presa.

Dicendo: – Ch'atto di guerriero egregio

non era di accusar donna, o donzella,

per porla in vituperio ed in dispregio,

ed impudica fare a ognun tenella,

ma che ben s'acquistava immortal pregio,

chi armato, a piedi, od a cavallo, in sella,

entrava in campo con un cor virile

e da disnor tollea donna gentile. –

Il signor de la terra e i cavalieri,

d'Ercole il nome, insino al cielo alzaro,

ché tanto fatto avea tra que' guerrieri,

che dianzi sì feroci in campo entraro,

ch'ambi deposti avean gli animi altieri,

ed in amor volto il lor sdegno amaro,

ed a Teodora quell'onor serbato,

ché via più l'era che la vita grato.

Così il nome sentì del signor mio

essere insino al cielo allora alzato,

ché i duo cugin spinti da sdegno rio,

deveano a guerra entrar ne lo steccato,

ed egli toccò da nobil desio,

lo sdegno, così estinse tra lor nato,

ché converse quell'odio e quel furore

d'ambi in pace sincera e 'n vero amore.

Finite le accoglienze, immantinente

al tempio Oronte andò di Citerea,

e con cor grato e con benigna mente,

rese grazie al figliuolo ed a la dea,

e poscia gli pregò divotamente

ché non potesse in lor più sorte rea,

ma che lor fusser mai sempre sì amici,

che tutti i giorni lor fusser felici.

Si vider consentir la madre e il figlio

e fermar le preghiere ad ambi offerte;

Ercol veduti fuor d'ogni periglio

gli sposi e tra que' duo le paci certe,

con viso lieto e con benigno ciglio,

tolse licenza e fece loro offerte

di lui degne e di loro e poscia andossi

là ov'ir deveva, quando ivi fermossi.

Passò a la Tracia e se ne giunse a Tiro

ov'avea Diomede signoria,

che dava a' suoi corsier, con gran martiro,

in cibo chi iva a lui, per sorte ria;

non sapendo egli d'Ercole il desiro,

l'accolse gratamente in compagnia,

pensandosi poter far di lui quello

che faceva d'ognun, ch'isse al suo ostello.

A l'impresa poteva Ercol fin porre,

tosto che inanzi il traditor gli venne,

ma avendo inteso che dentro a la torre,

un stuolo accolto di malvagi tenne,

per voler tutti in un lo stuolo accorre,

di dar morte a quell'empio si rattenne

e dimostrò non conoscer l'inganno,

che gli faceva il perfido tiranno.

E fe' come suol far l'uccellatore,

che, ancor che il capo de gli augelli veda

a la rete venir, senza timore,

e lieto far del sparso grano preda,

tien sospesa la mano, insin che fuore

tutta la torma de gli augei proceda,

e poscia che la vede giunta, spiega

la rete e a un tratto sol, tutti gli lega.

Entrò con lui l'uomo malvagio e fiero,

insin che giunse l'ora de la cena,

in ragionar di quel che il cavaliero

a sommo onore ed a gran gloria mena,

e nascondendo il suo sozzo pensiero,

sotto faccia piacevole e serena,

attendea l'ora che potesse dare

Ercol, a' corsier suoi, vivo a mangiare.

Del cenar l'ora vien, pone a la mensa

Ercol nel primo loco il traditore,

in copia la vivanda si dispensa

mostrando fare al forte Alcide onore;

l'inganno, con l'inganno ricompensa

Ercole, simolando anch'egli amore

e ragionando il tempo e l'ora aspetta,

di far d'i rei, del traditor vendetta.

Insino a mezza notte si produsse

quella cena reale e sontuosa,

perché sì oppresso Ercol dal sonno fusse

ché il dormir preponesse a ogn'altra cosa;

tolte le mense una sua figlia indusse,

ch'ad un de' suoi carnefici era sposa,

che toccando la cetra sua dicesse

cosa, ch'a circonstanti e a lui, piacesse.

Rassembrava nel canto una sirena,

questa crudele e scelerata donna,

di tanti inganni e tante insidie piena,

ch'a lei simil giamai non vestì gonna,

e faccia avea sì delicata e amena

che poteva infiammare una colonna

e col suo canto addormentar facea

quei, di cui il padre, i suoi corsier pascea.

Costei, toccando la sonora cetra,

cominciò a dir: – Come fu Niobe volta

per lo dolor in lagrimevol pietra,

sendole tutta la sua prole tolta,

come sprezzò d'amore arco e faretra

Apollo e come amor, pien d'ira molta,

per Dafne l'infiammò di ardente zelo,

ed il core empì a lei di algente gelo.

E come volse esser conversa in fronde

più tosto che voler patir vergogna,

come in canna siringa sovra l'onde

del fiume, ove si fe' Pan la zampogna

e come Eco a le voci altrui risponde,

e il suo Narcisso ancor piangendo agogna,

come Giove si fece pioggia d'oro

per Danae e come per Europa un toro! –

Ciò detto, fin die la crudele al canto,

pensandosi aver preso Alcide al nodo,

imperò ch'egli nel sinistro canto

piegato era e su il braccio stava in modo

ch'ognun credea che, qual serpe a l'incanto,

fusse allor preso e non vedesse il frodo,

onde uscir con l'inganno apparecchiato,

i malandrini de l'occulto agguato.

Come soglion nel bosco i cacciatori

con cani, spiedi, reti e dardi ed archi,

perché non esca de l'insidie fuori

il cenghiale, occupare i passi e i varchi,

così, dapoi ch'usciro i traditori,

ch'al mal oprar giamai non furo parchi,

ad Ercol corser, per voler legarlo,

ed a i corsier del lor signor portarlo.

Ma non si fu sì tosto Alcide accorto

de la lor cruda e scelerata traccia,

che più lieve che un daino, in pié fu sorto,

e fe' come suol far leone in caccia,

chi più vicin gli fu, fu il primo morto,

poi teste cominciò a spezzare e braccia,

né mai girava il suo fulmineo tronco,

che capo, o braccio non restasse tronco.

Come la gente a capo in giù si getta

che salit'abbia le nemiche mura

e contra lor venir veggano in fretta

torma maggiore e più di lor sicura,

ché tanta tema a ognun ne l'alma metta,

ché si senta morir de la paura,

tale i crudeli allor, da' balconi alti,

si lanciavano fuor tutti a gran salti.

Ché temean sì quel colpo aspro e feroce,

ch'eletto avrian più tosto di morire,

per man del manigoldo, su la croce,

ché da que' colpi i giorni lor finire;

il tiranno, cui doglia acerba cuoce,

vista la gente sua tutta fuggire,

cerca fermarla, ma nulla gli vale,

che sembran ch'al fuggir tutti abbian l'ale.

Visto ciò il traditore, a la sua rocca,

ratto si fugge, con veloce corso,

e si pon la sonora tromba a bocca,

per adunar gran gente a suo soccorso,

la parte, che più semplice e più sciocca

era, cercò che il re fusse soccorso,

e se n'andò a lasciar trista la vita,

per dare a un empio traditore aita.

Però, che tosto che comparve fuore

questa mal consigliata e pazza torma,

in guisa provò d'Ercole il valore

ch'agio non ebbe indi di mover orma;

quel rotto a mezzo e quel passato il core,

convien ch'eternamente se ne dorma,

tronche ha le braccia questi, il collo quegli,

e sono a quei, che son più saggi, spegli.

I quai vennero queti e la cagione

ad Ercol chieser de la pugna presa;

egli lor narra l'empia tradigione

del re crudele e la malvagia impresa

e dice ch'ognun ch'abbia in sé ragione,

e a difendere il giusto l'alma accesa,

non dee patir, che quel tiranno viva,

che gli altri in guisa tal di vita priva.

E che ritrar non debbe lor da questo

il nome, che di re colui sì ha tolto,

ché re non è chi a gli uomini è sì infesto,

che sempre a uccider loro ha il pensier volto,

e che chi ancide mostro sì funesto,

mostra di avere il core al giusto volto,

e vittima offre a Dio cotanto grata,

che la più accetta non gli fu mai data.

Malvoluto il crudele era da quelli

che il discorso avean san, sana la mente,

onde gli animi al reo sempre rubelli

avuta aveva la più saggia gente,

perché non pur crudeli empi macelli

de gli osti suoi facea quel frodolente,

ma sì crudo era al popolo suo e duro,

che sotto lui non era, uom buon, sicuro.

Morti dunque i malvagi, al cielo alzaro

la voce i buon, dicendo: – Mora, mora

il malvagio tiranno! E se n'andaro

a trarlo tutti de la rocca fora,

e il cielo, a mani giunte, ringraziaro,

ché venuto quel dì fusse e quell'ora,

ché vedesser vendetta di quel reo,

che, de lo stuolo uman, strazio tal feo.

Ercol, che lor duce era, andò a la torre

e col tronco a gittar si die la porta;

il re, che vede che il suo popol corre

contra lui, fuor si fa con faccia smorta,

e mercé chiede e prega Ercol, ch'accorre

per servo il voglia, il popolo il conforta

a non l'accor, ma ad uccider lo invita

bestia, tanto nemica a l'altrui vita.

Ma ciò non bisognava, perché preghi

d'uomini tali non moveano Alcide,

che non è giusto, ch'a pietà si pieghi

l'uom, contra chi l'altr'uom tradisce e ancide,

onde rispose: – Quanto più mi preghi,

tanto mi movo men! – Tosto che vide

la figlia del crudele, Ercol sì crudo,

contra chi fu già d'ogni pietà nudo.

Da la torre, u' col padre ascesa ella era,

disperata gittossi, a capo in giuso,

e la crudel morì ne la maniera,

che convenevole era al suo mal uso;

Ercole intanto e quella turba altiera

gittaro l'uscio e ne saliro suso,

e presero e legaro il fier tiranno,

che dava a l'uman stuol sì grave danno.

Qual lupo che si trovi ne la rete,

umile se ne sta tutto e demesso,

lasciate le fierezze consuete,

benché si veda il suo nemico appresso,

tal questo turbator de la quiete,

poiché si vide tra que' lacci messo,

deposto in tutto il suo solito orgoglio,

rimase pien d'ambascia e di cordoglio.

Contra il crudel tiranno i cittadini

non altramente s'erano commossi,

che contra il lupo movansi i mastini,

o contra fier cenghiali aspri molossi,

chi la mano a la barba gli ha e chi a i crini,

altri per dargli morte si son mossi,

ed ucciso l'avrian, s'Alcide tosto

non si fusse al lor grave impeto opposto.

Qual villanel, che tanto al caldo, al ghiaccio

attesa abbia la volpe e notte e giorno,

che sproveduta ella sia gitta al laccio,

presa la mena per la villa intorno,

per mostrare ad ognun che fuor d'impaccio

i polli son, che 'n gran periglio forno,

e poscia che n'ha fatta mostra piena,

col coltello, ch'al fianco ave, la svena.

Tal vuole Alcide che menato sia

il traditor, per tutta la cittade,

ove i fanciulli, i vecchi in ogni via

rimprovino al crudel, la crudeltade;

qui s'ode: "Muoia, muoia, l'alma ria,

nemica di clemenza e di pietade!"

e come egli uccisi ha mille innocenti,

così braman che moia tra tormenti.

Qual a gufo, a civetta, a barbagianni

di cui l'uccellator gioco ne faccia,

tutti i minori augei spiegano i vanni,

tant'ira contra lor gli spinge e caccia,

tal tutti i cittadin di Tiro, a' danni

del traditor, van con sdegnosa faccia,

e gli fan scorno tutti e scherno tale

che non ne fu unqua un altro a questo uguale.

Poiché la città corsa ebber per tutto,

e fatto al manigoldo il degno scorno

dandogli del suo male oprare il frutto,

a la sua corte il fecer far ritorno,

il popolo di Tiro, ivi condutto,

l'offerse ad Ercol, senza alcun soggiorno,

e il pregò ad una voce che imponesse

quel che di lui volea che si facesse.

Ercole allor, per ispedito calle,

fece condurre a quella turba il reo,

ove egli de i corsieri avea le stalle,

ed a mangiare a' suoi cavalli il deo:

chi di lor gli fu al ventre e chi a le spalle,

chi i fianchi, chi le braccia gli rodeo,

e ognun di lor con tal furor si mosse,

che nude, né preseppi restar l'osse.

Così lo scelerato la pena ebbe

ch'a' tristi fatti suoi da si deveva

e che dare a ciascun rio si devrebbe,

che gli animi gentili offende e aggreva;

se si facesse ciò il mondo serebbe

lieto e felice, come esser soleva

nel tempo che fioria l'età de l'oro,

in cui gli uomini tutti ottimi foro.

Morto il tiranno, Alcide i corsier tolse

ed al nemico suo ratto gli addusse,

vedutigli il malvagio uomo si dolse

che nel nemico suo tal virtù fusse,

e ch'a Giunon gli consecrasse volse,

ed egli al tempio tosto gli condusse

e gliele consecrò.Signor finito

è il canto, diman l'altro a udir v'invito.