XV

By Antonio di Guido

Isplendor orbis, princeps serenissimo,

e gloria dell'italico paese,

invittissimo e magno capitano,

giusto forte prudente e costantissimo,

prono e illustro alle strenue imprese,

tríonfo singular del seggio umano,

oh speglio mantovano,

in cui refulge la speranza nostra,

orta dal sol di vostra caritade,

de' savi cittadin del reggimento,

ché, per vostra eccellenza,

ogni nostro aversar fie strutto e spento!

L'antiche eccelse e chiare opre paterne

del luminoso vostro genitore,

e l'esimie eccellenze, che 'n voi sono

aparenti, essistenti son lucerne

ardenti ad un sì fulgido splendore,

ched è mirabil lampo a l'uman trono.

Concludendo, io ragiono

che le cose passate e le presenti

fanno sovente note le future;

benché sentenzie oscure

sien quelle del futur, pur noi intendiamo

che 'l sangue da Gonzaga

è quel c'ha a conservar l'onor toscano.

Prima col grande ingegno naturale,

e poi per disciplina militante,

la qual si vede in voi perfetta e 'ntera,

po' pel corpo robusto, el qual prevale

ogn'altro all'esercizio agonizzante

colla reputazione immensa e vera,

nell'ordin d'ogni schiera,

pedestre, equestre, vetusta e tiroria,

quomodo ergo può mancar mai gloria

alla vostra memoria,

la quale eccede ogn'altra cosa degna,

che noi triunferen con vostra insegna?

In voi è voglia buona, in voi potenza,

in voi serenità d'antique prole,

in voi lucidità d'alto intelletto,

in voi opre e costumi, atti e parole,

in voi quant'esser può di ben perfetto.

Sia quel dì benedetto

che 'l ciel degno mi fé ched io parlassi

a voi, Marchese egregio e pelegrino,

in cui valor divino,

e non uman, considerar mi piace,

ché l'onor vostro a noi fie gloria e pace.

Le laudate virtù crescon ne buoni,

e piace al savio e 'l buon d'esser lodato,

perché è parte del ben ch'elli aspetta;

le benedette laude son cagione

che quello ch'è virtuoso e venerato

per le virtù di lor più si diletta,

e purga e smacchia e netta

qual cosa fosse in lui sorda o turpa,

e nitido si fa, terso e iocundo.

O Marchese fecondo,

ben so ch'a vostre laude converebbe

altro ingegno che 'l mio,

e forse anche ogni uman ci mancherebbe,

se già non resurgesse un nuovo ingegno,

qual quel del vostro chiar compatríota

cantor, che passò il ciel con dolc'istile

pel gran figliuol d'Anchise giusto e degno,

che la gloria di voi facesse nota,

la qual precede ogni virtù virile,

o quel greco sotile

di voi cantassi qual cantò d'Achille,

però ch'ogn'altro ingegno sarie poco,

debile, stanco e roco,

solo allo immaginar delle vertute,

che ci fien pace in terra e 'n ciel salute.

Canzona, degna del più bel suggetto

che alcun'altra delle tuo sorelle,

cantando a Lodovico ten girai,

di Mantìa marchese, e, con eletto

grave modo, parole dolce e belle

inchinandoti a lui, così dirai:

«O signor mio, se mai

fu tempo da salir con fama al cielo,

mi par ch'adesso sia, e voi il vedete;

a memoria tenete

quel che tenuto avete già gran tempo,

sollecitudin sempre

ché niuna cosa vola più che 'l tempo».