XV

By Antonio di Meglio

Viva viva oramai, viva l'onore,

viva la gloria della santa fede,

poi che Dio tal concede

franco duca e campione a suo difesa!

Viva viva la santa madre Ecclesia,

viva Eugenio quarto el pastor santo,

più ch'altro del gran manto

del glorïoso appostol Pietro degno!

Viva chi ama di libertà il segno

e chi con quel s'abbraccia e si congrega;

viva la santa lega,

per cui fie 'Talia fuor di tirannia!

Viva la illustre e ducal signoria

delli eccellenti signor viniziani,

dritti spirti romani

in esaltar lor patria e con giustizia!

Viva con gaudio eterno e con letizia

Fiorenza, eccelsa patria alma florente,

fatta da Dio potente

contr'ogni averso alla suo libertate!

Viva con gaudio e con gioconditate

il seme degno del famoso Isforza,

il cui ardire e forza

ma' fie intelletto uman ch'appien discriva!

O tu, per cui i' canto or viva viva,

vitturïoso e glorioso conte,

eletto a purgar l'onte,

le composture inique e' falsi aguati,

che contro a' giocondissimi narrati

son messi da chi cerca Italia in prede,

o del car padre erede

per alto ingegno, ardire, gloria d'armi!

O buon conte Francesco, a te voltarmi

omai dispongo, poi ch'appieno è giunto

il tempo, l'ora e 'l punto

da' tuoi veri fedel tanto aspettato!

O gran signor, tu hai ben dimostrato

con ogni effetto la tuo gran prudenza!

Tu diverrai semenza,

se germogliato in preminente frutto.

Al gran prencipio, mezzo e fine e tutto

hai dato modo di perfezïone

con forza e con ragione,

ché 'n cielo altra di qua gloria s'acquista,

perché il buon Pietro e Marco e 'l buon Batista

oran per te nella superna corte

perché in vita e pos morte

tu sia del tanto ben retrebuito.

Tu Gedeon del popol madianito

sommergitor sarai chiamato e detto,

tu Maccabeo eletto

contro allo 'niquo popul filisteo.

Tu Gesuè contro al malvagio e reo

popul di Tericon sarai tenuto;

fia tuo consiglio e aiuto

qual di Santippo contro al grande Attilio.

Contro a' nimici nostri il tuo ausilio,

sol sentito spiegato il tuo vesillo,

fia come il buon Cammillo

giunto fra' Galli e da lui vinti e spersi;

né con maggior furor di Grecia e Persi

dal gran Temistocle cacciati fùro

che già certo e sicuro

mi rendo simil tu far de' nimici.

E non sol tralli di nostre pendici

speranza ho certa, ma che vinti loro

lor forze e tenitoro

occuperai con sì somma vittoria

ch'etterna fia di te fatta memoria,

qual d'opere di Cesar o Marcello

o di Scipio o di quello

Claudio Neron, per cui perì Asdruballe.

Pirro, Allesandro, Amilcare, Aniballe,

famosi d'arme e numero infinito

col magno Sforzo ardito

invisibili teco sempre stanno,

dicenti: «O caro padre, ogni tuo affanno

per esaltar tua patria or si converte

in dolce, poi ch'aperte

vedi al tuo gran disio tutte le strade!

Quante lance operasti e quante spade,

quanti affanni e pericoli hai passati

per vedere e tuo nati

al colmo, ov'or gli vedi in forma e 'n guisa,

colle gran cose che facesti a Pisa

e prima e poi ancora in Lombardia,

domar l'alpi e tôr via

da' signor fiorentini ogni sospetto!

Or ti ritorna in gaudio e in diletto,

e similmente i fatti di Romagna,

di Roma e di Campagna,

colle amirande prove poi del regno,

le quali ancora con istil più degno

tu sentirai cantar da tal che brama

che tuo lucente fama

suoni per fin che duri il mortal mondo.

Canterà finché prima sie giocondo

el tuo car conte per alzar tuo chioma,

che fu quando di Roma

pingesti il gran famoso signor Braccio,

che non pensavi allor ch'ancor sì avaccio

esso facessi noto il suo ardimento,

né quando, con secento

cavai, esso Calavria sottomise,

presa la degna sposa, che divise

morte da lui, contessa di Montalto,

allor mirabil salto,

preso del vece re la degnitate.

Canterà qual mostrotti in quella etate,

che potea dirsi ancor pegli anni acerbo

suo ardir, quando a Viterbo,

con cavai cinquecento, el ti soccorse;

cui giugner fu cagion, sanz'alcun forse,

di sgomentar per forza gli aversari,

che, visti i gran ripari,

partîrsi sbigottiti, istanchi e lassi;

che poi il mandasti a pigliar presto i passi

del gran reame, perché 'n quel tuo schiere

colle magne bandiere

del re Luigi entrassero a tuo posta.

Il qual con franco core e a suo posta

nulla mancò di quanto gl'imponesti,

perché poi tu facesti

sulle porte di Napoli gran cose.

E canterà fra l'altre opre famose

quando agramente il vedesti ferito,

tu smorto e esso ardito,

parer contento di sì fatto sdegno.

Canterà tuo forza, ardire e 'ngegno,

quando rompesti il gran re di 'Ragona

con far di tuo persona

prove, qual dette mai di paladino.

Canterà che mai a tal domino

noll'aspettavi o a sì degno grado,

il dì ch'al mortal guado

rapì il tuo corpo il gran Nettunno e Marte,

per più degno sepulcro, onde 'n tal parte

con noi tu fussi e che vedessi spresso

quanto esso per se stesso,

vedendosi perir, fu sì verile

che, cacciato da sé ogn'atto vile,

tutti e veri Sforzeschi a sé chiamati

e liber cancellati,

fece di ciò che a te eran tenuti,

chiedendo i lor consigli e loro aiuti,

che poi, qual propio te, seguiti l'hanno

e non con poco affanno

con lor tornossi in Terra di Lavoro.

Poi, traversar volendo il tenitoro

con pochi suoi armati dall'Acerra

da gran gente a tal serra

fu messo, ch'avrien fatto vile Ettorre.

Esso, per forza spintogli, accorre

e' suoi fé seco nella terra, in quale

l'assediaron con tale

forza, ch'averlo credien quivi stretto.

Ma ei, quando gli piacque, in lor dispetto

indi partì, tornando alle suo terre.

E canterà le guerre,

dopo altre molte, all'Aquila e l'assedio

al qual non si vedea alcun rimedio

che non andasse in fondo santa Chiesa,

se non fusse la 'mpresa

che fé papa Martin, visto e suo mali;

ché lui soldò con altri molti equali,

col signor Braccio a battaglia condotti,

già vinti essendo e rotti

quasi e più reputati e più gagliardi,

isbarattati e 'n terra gli stendardi,

equai per lupi pecore fuggenti

parendo quelle genti,

el pennacchio alto sol di tuo figliuolo.

Gli Sforzeschi, raccolti all'altro stuolo,

fatti a quel segno tutti un capo grosso,

al signor Braccio addosso

tornando, il rupper con sì gran furore

che pochi ne scamparon, e quel signore

ferito si morì poi poco stante.

E canterà avante

oltre a molt'opre, di ch'è fama il merto.

E canterà come gli fu oferto

con gran condotta e gran riputazione

il famoso bastone

del magno eccelso popul fiorentino,

qual già tu sì bramasti, ma Martino

quinto non volse, anzi a mano a mano

col duca di Milano

fermollo. E canterà quel che n'avenne,

che esso solo el suo stato mantenne

che rovinava già da ogni canto;

né di ciò si diè vanto:

null'altro è cui veggiàn più premiato.

L'acquisto canterà di Monferrato,

fatto da lui con sì mirabil prove

che chi vedesse dove

si misse e vinse e per forza cedere,

nollo potea per nessun modo credere;

e similmente in che aspro paese

si misse in Genovese

per forza o per amor tutto vincendo;

quel che pel duca a Lucca fé, venendo

coll'infinito numer de' fiorini,

che a' signor fiorentini

lasciò con ogni suo stato e grandezza,

che allor era chiamata in tant'altezza

da non poter ritribuirsi mai.

Altre molte opre assai,

fatte per lui, ancor farà sentire;

e similmente il suo da lui partire

liberamente e con suo tanto onore

che dal grande al minore

di fede e lealtà cantan suo lode.

E ogni suo fedel s'allegra e gode

come di grazia è don dato dal cielo

con sì costante zelo

che par ciascun gustasse il paradiso.

E cantar sentirai con quanto aviso

di qua passasse, e come ancor non visto

el fece el grande acquisto,

del qual tu vedi ha tanta signoria

benché sia poco a quel ch'appresso fia

in onta e 'n duol di chi storpiare il volse,

ché di poi li si dolse

dinanzi in fugga e con gran vitupero,

di santa Chiesa gran gonfaloniero

e duca general d'arme in un punto,

perché qui poi sì assunto

non è da quei, ch'or son per lui sicuri;

ma perch'esso sollicito proccuri

al ben di santa Chiesa e' suoi seguaci

e ch'agli inniqui audaci,

contrari ai lor voler, si metta il freno,

purgando ogni sospetto, ogni veneno

che potesse sturbar sì santo bene.

Credine, il tempo vène

ch'esso, ridotto Italia in un volere

di santa Chiesa gli stendardi e schiere

del grande imperio e della lega santa

conducerà con tanta

forza fra gl'infedel che 'l grande acquisto

ancor vedren del sepulcro di Cristo,

fatto a suo tempo e per suo proprie mani,

gran gaudio de' cristiani.»

O signor mio, col padre tuo di questo

parlan questi famosi, e però presto

fa' di venire omai coll'opre a' fatti!

Tu per ragion combatti:

però Dio ti farà vittorïoso.

In cibi, in ozio non si vien famoso.

Voglia or che 'l nome del gran Sforza viva.

Al colmo non si arriva,

o degno signor mio, per altro modo.

Orsù, orsù, che già m'allegro e godo,

perché veggio che mai sotto la luna

non si mostrò Fortuna

quanto a te lieta! Or segui tuo virtute,

se vuoi nel mondo fama e 'n ciel salute.