XV
Natura fe' per lor propria natura,
le donne tutte d'animo benigno,
e s'alcuna si mostra acerba e dura,
come di diaspro nata, o di macigno,
contra il suo proprio, ella sì acerba e indura,
onde, s'ammollir cerca il cor ferrigno
di tale amor, fa quel ch'egli far deve,
che donna tal troppo ad ognuno è greve.
Però deveno ben tutti i mortali
lodar d'amor le sante fiamme accese,
e la virtù de i suoi pungenti strali,
se ne son donne ta' ferite e accese,
che se questo non fusse e scorni e mali
a gli uomini averriano, onte ed offese,
da queste, che si trovan così crude,
e di pietà, contra natura, nude.
Tale Ippolite fu, prima che il viso
mirasse, ond'amor dielle il foco ardente,
che, poscia che il core ella ebbe conquiso,
divenne fiamma la gelata mente;
or, mentre che fu il sol da noi diviso,
e diede luce a la sopposta gente,
se n'andò sola al suo usato ricetto,
avendo un mongibel vivo nel petto.
E, ove l'altre a riposar si diero,
ella solo al suo Teseo il pensier volse,
e di vederlo minaccioso e fiero,
mille fiate e più seco si dolse,
dubbiosa, che non fusse sì severo,
che non curasse il foco, in cui la involse
la vaga vista e il signoril sembiante,
ch'ella poneva a ogn'altra cosa inante.
Poscia dicea: – Non credo già che nato
del Caucaso sia questi, o ver che il latte
gli abbian l'orse, o le tigri ircane dato
che le donne veder voglia disfatte,
quando da lor si senta essere amato,
e ch'a la libertà si son sottratte,
per averlo signor e quello fare,
che più a grado gli fia di comandare. –
Così, ove desta ella solea la notte
altre volte pensare a ferir sempre,
sì che dal suo ferir restasser rotte
l'arme ad altrui, né vi giovasser tempre,
ora non pensa a dar mortali botte,
ma che l'ira di Teseo amor si tempre,
che senta quanto possan le sue fiamme
e di desio di lei tutto s'infiamme.
In dubbio viene, ch'altra non le piaccia
de le compagne sue, sì che si ponga
ad amarlo e per questo ella gli spiaccia,
sì ch'al focoso suo desir si opponga;
e il sangue, a ciò pensando, le si agghiaccia,
e pensa che s'avien ch'egli proponga
a lei de le sue alcuna, per rea sorte,
con le sue proprie man, di darle morte.
Poscia a miglior desio, volgendo il core,
sé riprende, dicendo: – Qual pensiero
tragge ora me sì di me stessa fore,
che mi faccia obliar l'animo altiero,
sì ch'or venga mancipio anch'io d'amore,
né più libertà curi, o l'onor vero,
ma tutta accesa di lascivo fogo,
cerchi sopporre il collo al servil giogo?
Dunque, tra tante donne, io quella fia,
che rompa quella legge, che tant'anni
ne ha fatto avere impero e signoria,
per entrar or ne gli amorosi affanni?
Porò patir che la lascivia mia
sì il buon discorso e la ragion mi appanni,
che, per un vano e ben folle desio,
d'esser quella ch'io son, ponga in oblio? –
Poi dicea, ritornando al pensier primo:
– Qual follia prive n'ha d'ogni ben nostro?
Tra le donne noi siam (se il vero i' stimo)
come esser suol, tra gli animali, il mostro,
che, se dal più alto clima insino a l'imo,
natura ci ha ciò, che debbiam far, mostro,
e voluto ha ch'a gli uomini siam giunte,
contra natura è star da lor disgiunte.
Come sta senza onor la lenta vite,
se non s'appoggia a salce, o ad olmo, o ad orno,
ma son le foglie e l'ombre sue gradite,
s'aviticchiando vassi a loro intorno,
così noi, se non siam giunte ed unite
con chi viva con noi la notte e il giorno,
restiamo senza onore e facciam cosa
poco grata a chi n'ama e a noi dannosa.
Sì come scorrer suol la rondinella,
se per gli figli suoi cerca pastura,
gli ampi palagi in questa parte e 'n quella,
e radere ora i tetti, ora le mura,
or garrir lungo l'acque, insino ch'ella,
volando, il pasto avidamente fura
e il porta al nido;tale in ogni parte
Ippolite infiammata il pensier parte.
Poscia la bella donna inamorata,
che dianzi era d'amore aspra ribella,
che il giorno appaia mille volte guata
e irata contra il sol spesso favella,
che chiudesse sì tosto la giornata,
e sì tardi or la sua chiara facella,
ma mentre aspetta che il ciel nostro allumi,
breve sonno le chiuse ambi due i lumi.
E di veder le parve che Cupido,
dopo tanti discorsi in cose tante,
le apparesse e dicesse: – Per tuo fido
sposo vo' ch'abbia il tuo fedele amante,
insino ad or, per l'arco mio t'affido,
che l'amor suo serà fermo e costante,
e che vivrai con lui congiunta insieme,
tutto il tuo tempo, insino a l'ore estreme! –
Godea la donna, udendo ta' parole,
come s'udite ella le avesse desta;
intanto fuori esce del mare il sole
ed i mortali a l'usate opre desta,
ond'ella, che veder l'effetto vuole,
di quel, ch'a visto in sogno, sorge presta
e va ove Menalippe a ordine pone
le squadre e a tutte il suo desire espone.
E, con giuste ragion, le fa vedere
che fuor d'ogni ragione è ch'ella tenti
volersi opporre a le nemiche schiere
perché sen moian tutte le sue genti,
e che potuto ha, insino allor, vedere,
che i lor nemici son tanto possenti,
che, se van contra lor, seranno, in breve,
da lor distrutte, come dal sol, neve.
E quando anco devesser vincitrici
restar, non era ragionevol punto,
ch'ella fusser del mondo meretrici,
per non vedere il lor seme consunto,
ma che devevan, con migliori auspici,
aver l'animo e il corpo ad uom congiunto,
che le facesse di figliuoli madri,
ch'a lor fusser legitimi ed a padri.
E che, tra quanti mai uomini furo,
di lor non si scopersero i più degni
di questi ch'ora aveano assalto duro
dato lor, per sopporre ed esse e i regni,
e che il tutto potean porre in sicuro,
sel'ire elle ponendo e i fieri sdegni,
cercasser con tal nodo a lor legarsi
che 'n vita non potesser più slegarsi.
Ippolite ciò detto, poscia tacque
e la risposta al suo parlare attese;
a la squadra, da lei retta, non spiacque
quel ch'ella allor da la sua duce intese,
ma Menalippe disse: – A quelle piacque
le leggi aver ch'a noi si sono estese,
per commune parer, però debbiamo
il simil far pria ch'altro disponiamo.
Soggiunse, ch'appigliar deveansi poi
a quel che a tutte lor meglio paresse,
detto ciò, si voltò a gli ordini suoi
e le prime di lor tra tutte elesse
e disse: – Avete inteso quel ch'a noi
Ippolite esposto ha, che se si fesse
dubbio non è, che 'n vece da le risse,
tra greci e noi, concordia non seguisse.
Però voi, che tra gli ordini tenete
il primo loco e sete le più gravi
quel che meglio parrà, tutte direte
e appiglierenci a' vostri detti savi! –
Febe che nemica era di quiete
e solo avea que' giorni per soavi,
ne' quali ella, vestita a piastra e a maglia
era, con l'arme in man, fiera in battaglia,
Disse: – Non so veder ch'a noi bisogni
patti pigliar, perché pace ne segua,
né so come costei non si vergogni,
a voler con Alcide or cercar tregua,
par che noi siamo a gli ultimi bisogni
ed il valor, ch'ogni valore adegua,
ci sia levato e di forti e virili,
venute siam, più che fanciulle, vili.
Io, finché non mi vien men questa spada,
spero servar la libertade antica,
né curo che il mio nome in alto vada,
perché palesemente ognuno dica,
ch'acciò che questa stirpe ora non cada,
e la possa servar, come pudica,
abbia la libertà voluta tormi
e per moglie ad alcuno uomo soppormi.
Ché quel che si dimanda matrimonio,
altro non è che servitù muliebre,
giogo che noi prendiam come in insonio
più grave assai che infirmità funebre,
ebbi la libertà per patrimonio,
però non voglio far, come fan l'Ebre,
che, prive di giudicio, vanno spesso,
credendo ire al lor bene, al male espresso.
Ché vergogna non è quel che l'usanza
lecito face tra lo stuol mortale,
prezzata e 'n varii lochi la leanza,
in molti luochi l'ingannar prevale,
appo i Laceni, chi in furar si avanza,
in molto pregio e 'n molta stima sale,
e quel che degno è di grave supplicio,
goder giovani in Grecia, non è vicio.
Però, per mantener la libertade
e servar quel ch'ancor non ci è interdetto,
seguiamo quel che insino a questa etade,
tutte seguite abbiam, senza disdetto,
e quel ch'abbiamo in nostra facultade,
non cerchiamo ad alcuno or far soggetto,
per stare a colui mai sempre obligate,
a cui nostra pazzia ci avrà legate.
Prima la terra aprir veder vorrei,
e che 'n sé m'ingiottisse viva, viva,
o che co' strali suoi'l re de gli dei,
mi mandasse, tra l'ombre.a l'altra riva,
ch'io volessi restar d'esser colei
che, insino ad or, son stata ed esser priva
di quell'onor.di quella immortal gloria
che può lasciar di me, chiara memoria.
E per serrare il mio ragionamento
e brevemente dir quel ch'en ciò parme,
voglio che, il valor nostro e l'ardimento,
ci faccia pace e il maneggiar de l'arme,
e più tosto patir vo' ogni tormento,
che per moglie ad alcun uom vivo darme,
e se del parer mio tutte serete,
Ercole e tutti i suoi vi sopporrete! –
Detto ciò, Febe, il brando irata, afferra,
crollando il capo e disse: – Over ch'estinta
mi rimarrò, con questa spada, in guerra,
o la nemica gente serà vinta,
non fia mai ver ch'io veda la mia terra
soggetta e me, come vil serva, avinta,
prego che di tal cor tutte voi siate
e a la libertà vostra ora v'armiate. –
Non così tosto in bene arida paglia
fuoco si accende, a lo spirar del vento,
né il mar divien sì fier s'Euro l'assaglia,
con molta forza e con altrui spavento,
come accese a mostrar quanto abbia vaglia
ognuna il costei dir, pien d'ardimento,
dier segno allor le donne coraggiose,
quanto in lor di valor largo il ciel pose.
Qual per copiosa pioggia in guisa cresce,
in poco d'ora, rapido torrente,
e 'n modo l'onde sue schiumose mesce,
che teme ognuno il suo furor repente,
tal lo strepito qui da le donne esce,
mentre s'armano tutte arditamente
ch'insino al ciel s'odono andar le strida
di chi i nemici a la battaglia sfida.
Di ciò rimase dolorosa e afflitta
Ippolite, ma pure anch'ella armosse,
benché la noia avea nel viso scritta;
ché per tale apparecchio la commosse,
brama che Febe ne rimanga vitta
e le rompano i greci i nervi e l'osse,
poi ch'opposta le si è, con tanta rabbia,
e il suo desire in pace ella poscia abbia.
Mentre che Menalippe riconosce
le genti e insieme pon squadre e falange,
Ippolite, che sente gravi angosce,
del suo fiero destin tacita s'ange,
e perché chiaramente ella conosce
ch'una ornata bellezza ogni cor frange,
tutto ciò che poté, fe' per parere
ne l'arme bella a chi volea piacere.
Tra le Amazone antico costume era,
a pugna andar nobilemente ornate,
ch'esser degno dicean di gran guerriera,
sopraveste su l'arme aver pregiate,
perché se gia de la vittoria altiera,
le conveniva aver veste onorate,
e se forse cadea, non era indegno
con abito morir di virtù degno.
Quindi ciascuna tien varie divise
e a varie foggie cuffie e sovraveste,
con le quali gentilmente divise
le voglie liete, o ver le cure meste;
però Ippolite a ornarsi allora mise
la cura, ch'usa ognun che sol si veste
per accrescer beltà, per infiammare
l'alma a colui che vuole indurre a amare.
Qual l'aurora, a l'uscir del primo albore,
si suol mostrar nel mattutino gelo,
e andarsi vaga tra le celesti ore,
che le fan compagnia per tutto il cielo,
tale.tra le compagne, a l'uscir fuore,
la donna, piena d'amoroso zelo,
apparve e benché fusser tutte belle,
sembrava il sole ella tra l'altre stelle.
Ercol che tuttavia l'ora attendea
di venir con le donne a la tenzone,
ad ordine le sue genti ponea,
per gir di novo al martiale agone,
e perché troppo tarda gli parea
Menalippe a venire al paragone,
Teseo mandò, che la sollecitasse,
e ad espedir l'impresa la chiamasse.
Egli senza elmo andò e trovò tra via
le donne che veniano al campo unite
e disse loro ch'Ercole desia
vedere il fin de la lasciata lite;
Menalippe rispose che venia
perché le guerre lor fusser finite
e ch'egli andasse a por le genti in punto,
perché di tempo non fuggisse punto.
A par con Menalippe, Ippolite era,
e sen venia senza l'elmetto anch'ella
come se ne venia tutta la schiera,
che ognuna l'avea dato a la sua ancella;
Teseo mirò la nobile guerriera
e gli parve non men che forte, bella,
le accresceva bellezza l'ornamento
del corpo, a cui mirar Teseo era intento.
Copria rete sottile i capei d'oro,
dé quai n'erano alcuni al capo involti,
alcuni altri, con vario e bel lavoro,
in bei nodi a le tempie erano accolti,
altri pendeano al collo ed altri foro
lasciati al ventilar de l'aure sciolti,
onde pareva di sua mano amore,
tesser legami ad ogni liber core.
Sopravesta sottil cuopre l'usbergo
di celeste color, di stelle adorna,
parte pende dinanzi e parte al tergo,
sì ch'il corsier le groppe anco se n'orna:
in mezzo il petto tien scolpito un mergo
che, dal lito del mare a l'onde torna,
e su l'ale ha, sotto leggiadra insegna,
segua ciascun quel che natura insegna.
Vergogna accrebbe la beltà nativa
ché tosto che mirò Teseo, si tinse
le guancie, in cui bianchezza si scopriva;
tal, qual dotto pittor giamai non finse,
su la neve parea porpora viva
il vermiglio color che la dipinse,
over purpuree rose e bianchi gigli
che, giunti insieme, vergine man pigli.
Visto ch'ella ebbe Teseo, bassò il viso,
e la serena fronte, in atto umile,
come volesse dir: – Signor, conquiso
il cor mi ha il vostro aspetto alto e gentile! –
De le cose parea del paradiso,
a i guardi, a i movimenti, in questa vile
parte venuta per far chiara fede,
de la rara beltà ch'in ciel si vede.
Amor, ch'ito era ricercando intorno
tempo e loco, a infiammar lui de la donna,
vistolo una e due volte far ritorno
a mirar la beltà, ch'in lei s'indonna,
ogni indugio levato, ogni soggiorno,
perché sempre di lui fusse ella donna,
de lo strale su l'arco pon la cocca
ed a Teseo nel cor ratto lo scocca.
Andò per gli occhi e si fermò nel core
l'acuto strale e vi sculpì l'imago
de la guerriera sua, con tal valore
che di lei più si fe' che d'altro, vago;
estinto non avria l'immenso ardore,
ond'ardea tutto, non dirò un gran lago,
ma l'istesso ocean, tanto era vivo
il foco che di sé l'aveva privo.
Qual suol, al contemplar, di Vener Marte
porre il furore e quel fiero desire,
con cui brama veder, per ogni parte,
sanguinose battaglie e mortali ire,
tal Teseo, cui del petto il cor si parte,
si vede inanzi a Ippolite venire,
sì mutar l'odio, lei mirando in faccia,
che di piacerle sol, par che gli piaccia.
Non si sapea da tal vista levare,
né se ne seria tolto, a mio giudicio,
senonché troppo gran scorno gli pare,
dare ivi de la fiamma interna indicio,
si parte dunque, ma gli par lasciare
l'anima e il core, onde n'ha gran supplicio,
e nel partir, mille volte rivolse
gli occhi in colei che libertà gli tolse.
A l'arrivar di Teseo, Ercol dispose
tutte le squadre sue, per la battaglia;
Menalippe il medesmo fe' e propose
che la sua gente sì i nemici assaglia,
che del valor, che 'n lei molto il ciel pose,
dia segno a quei di Tebe e di Tessaglia
tal, ch'ognuno di lor resti pentito
di tanto aver contra le donne ardito.
Ordinaro le torme ambi a la guisa,
ch'erano state l'altro giorno in guerra;
in Menalippe gli occhi Ercole affisa
e contra lei mortai colpi disserra;
la donna, che d'ucciderlo divisa,
il colpo fugge, poi per trarlo a terra,
gli tira verso il capo sì gran botta
che restar ne potea una incude rotta.
E sovra qualunque altro fusse sceso
il colpo fiero, esser poteva spento,
ma dal cuoio leonino ei fu difeso
come se fusse ita la botta al vento
che, poscia che da lui fu il leon preso
ch'a Micene e a Nemea ponea spavento,
e la pelle gli trasse e in lei s'involse,
il modo di ferirlo ad ognun tolse.
Menalippe, che il ferro tornar mira
non sanguinoso, ma lucido e netto,
fu stupefatta;Ercole, acceso d'ira,
il tronco le girò verso l'elmetto,
scorge ella il tempo e alquanto si ritira,
poi gli spinge un gran colpo verso il petto,
con tal fierezza e con sì gran valore,
che si pensò fendergli a mezzo il core.
Alcide al colpo il tronco oppose e vano
scendere il fece e gli menò a la fronte,
a due man, colpo così orrendo e strano,
che parve che le desse in capo un monte,
fu per caderle la secur di mano,
ma sì le forze ebbe al bisogno pronte,
che la ritenne e si fece più accorta
al parar colpi, per non esser morta.
Ma, mentre che costor sono a tenzone,
e Febe in pugna, con Arnemidoro,
Celeno con Ircetto e con Emone
la bella Aella da le chiome d'oro,
stanno in guerra ugualmente al paragone,
Termessa e Armano e fan non men di loro
in altra parte, il fier Foco e Filippe,
il forte Ormito e la feroce Adippe.
Seguono i capitan loro i soldati
e si acciuffano tutti arditamente,
sono i greci talor gli scompigliati,
talor va in fuga l'Amazonia gente,
quelli talor si veggono ritirati
talora questi e così parimente
la pugna va, mentre tamburi e trombe
fan, che par ch'al lor suono, il ciel ribombe.
Ippolite con Teseo, in altra parte,
adopran l'arme negghitosamente,
ch'ove questi solea parere un Marte,
or, men d'ognuno è a guerreggiare ardente,
non vuol quella adoprar contra lui l'arte,
né mostrarsi, qual pria, forte e possente,
onde, se ben guerra ambi costor fanno,
non vien da alcun di lor colpo da danno.
Chi veduto ha talor due alan co' morsi
scherzar come facesser guerra insieme
che, se si mordon bene il petto e i dorsi,
nondimen, l'altro l'un non stringe, o preme,
ma ambidui, con piacevoli concorsi,
si assaglion sì che questo, quel non teme,
pensi che tali fusser costor due,
poiché tocchi d'amor questa e quel fue.
La bella donna chiese riposo anco,
come il dì inanzi al suo amante diletto;
egli, fingendo esser, com'ella stanco,
non le ne volse far niego, o disdetto;
dal vago viso suo vermiglio e bianco,
ella alzò la visera de l'elmetto;
Teseo il medesmo fece e quella faccia
le mostrò, che le par, che la disfaccia.
Si diedero a mirare ambi i lor lumi,
onde vedeano uscir faville accese,
e l'un dir parea a l'altro: – A che consumi
chi de la tua beltà tanto s'accese?
Perché non muti omai legge, o costumi,
e se la destra tua dianzi m'offese,
perché pace or da chi t'ama non cerchi,
perché il suo amore or col tuo amor non merchi? –
E, beendo ambiduo il foco vivace,
co gli occhi lor, che da loro occhi uscia,
aver lor parea in core una fornace
ardente, cui pari non fu mai pria;
Teseo de la guerriera sua più audace,
e che foco maggior forse sentia,
non poté più soffrire e gli occhi fisse
ne la faccia a la donna e così disse:
– Non so più a che tornar far guerra vosco,
dolce guerriera mia, poiché questi occhi,
occhi da serenare ogni cor fosco,
in guisa mi han gli spirti interni tocchi,
che vostro prigionero i' mi conosco,
senza ch'opriate più lance, né stocchi,
io mi vi rendo e 'n vostra man mi pongo
e di sempre servirvi i' mi dispongo.
E però, se vi par ch'io ne sia degno
e che il desio col qual vi onoro ed amo,
merti che di merce mi diate segno,
non più guerra da voi, ma merce chiamo,
ma, se di ciò forse vi paio indegno,
e 'n van d'essere amato da voi bramo,
piacciavi farmi qui i miei dì finire,
sì che mirando voi possa morire. –
La bella donna, a questa ultima voce,
non poté non mandar del petto fora
un gran sospiro e disse: – Sì feroce
non son ch'io voglia che il signor mio mora,
non men fuoco amoroso il mio cuor cuoce,
che cuoca il vostro, né men m'inamora
la vostra incomparabile beltate,
che la mia voi, la qual tanto apprezzate.
Onde morte non pur non son per darvi,
ma vi voglio mai sempre esser soggetta,
e con fede sì intiera sempre amarvi,
ché non fu in donna mai la più perfetta,
e però, signor mio, poscia che parvi,
che fede e amor, fine a la guerra metta,
son conformi le vostre a le mie voglie,
purché vi piaccia prendermi per moglie! –
Non udì mai dannato che tagliente
secur si veda aver su le cervici
con così grata e così lieta mente,
voce d'uomo che il tolga da supplici,
né pace udì città sì allegramente
ch'abbia intorno l'assedio de i nemici,
come Teseo udì lieto le parole
de la donna che sola egli ama e cole.
Onde il felice e fortunato amante
ad abbracciar la bella donna corse;
ella l'accolse con lieto sembiante
e non sapea da l'abbracciarlo torse;
le squadre che gli avean veduti inante,
sì caldi ne la guerra, furo in forse,
ed elle a pena a sé creder potero
che fusse ver quel che vedean nel vero.
E ne rimaser tutte sì stordite
che la pugna cessò per maraviglia;
Ippolite a le donne ch'avea unite
sotto sé, si voltò con liete ciglia
e disse: – Poiché sete meco uscite,
voglio che tutte a quello, a che s'appiglia
la duce vostra, liete vi appigliate,
e 'n amor con costor, l'ira cangiate! –
Fu vista allor la bella dea di Gnido,
spirar molle desire entro a quei cori,
ch'esser solean d'ira e d'asprezza nido,
e avere in odio gli amorosi ardori,
e con la face intorno andar Cupido,
accompagnato da fratei minori,
e de le donne accender tutti quelli
che nemici eran lor dianzi e rubelli.
Ond'il parlar d'Ippolite efficace
lor persuase di pigliar marito,
Teseo, tra loro e suoi, fece far pace,
sì che il connubio allor fu stabilito;
ma a Ippolite, ciò fatto e a Teseo piace
andare a le altre e far lor tale invito
che le dispongan di voler partirsi,
da la ria usanza e a gli altri greci unirsi.
Ma visto Menalippe, che veniva
Ippolite congiunta col nemico
e che con lei la squadra ostile arriva
disse: – A che indarno (lassa) mi affatico,
se la sua tradigion mi mostra viva
Ippolite, lasciato l'uso antico
e vien, con gli osti miei, confederata,
per darmi presa ad Ercole e legata?
Come quando tempesta acerba assale
in mezzo il mar un travagliato legno,
né contra l'onde irate forza vale,
né ch'arte il buon nocchiero usi, o l'ingegno,
la turba che inanzi ha l'estremo male,
e crescer vede al mar via più lo sdegno,
fuor de la nave, ne l'onde si getta
e il fin de la procella non aspetta! –
Così, ciò detto, si spiccò da Alcide
Menalippe gridando e a sciolto corso,
fuggì là ove più atto il camin vide,
non sperando poter più aver soccorso;
Ercol sì tosto che di ciò s'avide,
drieto va, prende al corsiero il morso
e il ferma e col gran tronco l'è a la fronte
e: – Ti uccido – le dice – se non smonte!
Scende la donna e prigionera resta
di chi pensava ella prigione avere;
né l'esser vinta tanto la molesta
quanto che non si sa persuadere,
per qual cagion lasciata abbia l'inchiesta
Ippolite e tradite abbia le schiere,
con così espressa e manifesta frode;
questo sol la consuma e sol la rode.
L'altre, vista fuggir la lor reina,
s'erano tutte, in schiera, in fuga messe,
come veggiam talor su la marina,
de l'augelle fuggir le turbe spesse,
se sol per far di lor cruda rapina,
lor dà l'aquila dentro e a una s'appresse,
onde il campo de i greci, ben provisto,
fe' de le lor nemiche altiero acquisto.
Intanto arrivò Ippolite e fu vista
con occhio torto da le donne tutte
e traditrice;Menalippe trista
la chiamò, poiché l'altre avea distrutte
per essersi con Teseo in guerra mista,
e per aver con lei l'altre sedutte
e che 'n breve, vedere ella sperava
vendetta, d'opra sì malvagia e prava.
Ippolite tentò ogni via, ogni modo,
per persuadere a la reina irata,
che fatto non avea inganno, né frodo,
né a lei, né a chi l'avea a torto incolpata,
ma che, per legge, e per ma al nodo,
la meretricia vita avea lasciata,
e che a lei venuta era, per mostrare
che quel medesmo tutte aveano a fare.
Qual si vede talor tigre, o pantiera,
rinchiusa dentro a una ferrata gabbia,
venir, s'altri l'attizza, tanto fiera,
che freme e rugge con schiumose labbia,
tal Menalippe e tutta quella schiera,
ch'era ivi presa, a le parole arrabbia
d'Ippolite e vorrian tutte potere,
per trarle il core, averla in lor potere.
Teseo tentò che volgessero il core
le donne tutte a le amorose imprese
e rubelle non fusser sì d'amore
che si pensasser da coloro offese,
i quali lor darian l'anima e il core,
quantunque fusser di stranier paese
e ciò facendo troveriano amici
tutti quei ch'elle avean per lor nemici.
Ma tutto invano fu, ch'elle più tosto
andar voleano a dolorosa morte,
che levarsi dal lor primo proposto,
sia lor, quant'esser vuol, dura la sorte;
Ercol, veduto il lor volere opposto
ad Ippolite, fe' d'animo forte
che non curò con preghi di piegarle,
né per forza, dal lor voler ritrarle.
Ma ben giurar le fe' che, a l'avenire,
più non seriano ad uomo alcuno infeste,
ma che temprerian sì gli sdegni e l'ire,
ch'a gli uomini le fer tanto moleste
che sicuro, tra lor, potrebbe gire
chi, per mare tranquillo, o per tempeste,
arrivasse a'lor lidi;esse giuraro,
ma il giuramento poi non osservaro.
Tolse Ercol poscia a Menalippe il cinto,
per lo quale era a la tenzon venuto,
e, contento di aver le donne vinto,
il regno lasciò lor, ch'era perduto;
molto gli dolse ch'Ida fusse estinto,
ma, poiché la vendetta avea veduto
per la morte d'Arteme e d'altre tante
morte, lui morto e ch'eran morte inante.
Restò in parte contento e il pensier volse
a gire a nave e a Tebe far ritorno,
e quelle robbe a Temisira tolse
ch'al lor viaggio necessarie forno;
tutta la gente sua poscia raccolse
ed al primo apparir del novo giorno,
sentendo a poppa dolce aura soffiare,
spiegò le vele e il mar si die a solcare.
A pena Ercole avea sciolte le vele
per voler ritornare a la sua terra,
ché Giunon, come sempre a lui crudele,
da l'odio spinta che ne l'alma serra,
seco cominciò a dir: – Ve' a che querele
l'ambascia mi sprona or che il cor m'afferra,
ve' come sempre son vane le voglie
di chi è a Giove sorella e a Giove moglie?
Ercol vint'ha qui l'Amazonie donne,
come se fusser state agnelle, o zebe
e d'alto valor pure eran colonne,
e se ne va vittorioso a Tebe,
ed io piagato il cor, come prima bonne,
come s'una dea fussi de la plebe,
ma, prima ch'egli in Grecia giunga, i' voglio
fargli sentir com'a ragion mi doglio.
Ma perché ciò da me fare i' non posso,
mi bisogna tentar novo consiglio
e far che da Nettun sia il mar sì scosso,
contra questo di Giove odioso figlio,
che indarno si pentisca essersi mosso;
dal lito, poiché fia intanto periglio,
vedrò se Giove, iniquo a la mogliera,
porà far che ne l'onde egli non pera.
Poi ch'ebbe così detto, fe' frenare
gli augelli suoi e scese da le stelle
ed al fratel Nettuno andò nel mare,
per far contra Ercol mover le procelle;
sentiron l'onde la deità entrare,
de la moglie di Giove e lievi e snelle,
tosto che vider la sua gran presenza,
la inchinaro con somma riverenza.
Poi tutte, come un monte, si curvaro,
e fatte cave, dieronle ampia via,
per la qual lievi i suoi augelli andaro,
come per l'aria andare ella solia;
ne il volto i vaghi augei prima fermaro,
che giunti furo ove la dea gli invia,
acciò ch'ella potesse, a suo grand'agio,
scendere, ove Nettuno avea il palagio.
Era ne l'ora che, col lume ardente,
manda i raggi più caldi in terra il sole
e paion l'erbe, per lo caldo, spente,
e i gigli e gli amaranti e le viole;
onde i campi lasciati avea la gente,
che su la terra affaticar si suole,
e se ne stavan ne le salse linfe,
lunge dal sole le marine ninfe.
Giunon ne vide alcune che con l'urne
che empivano, facean l'onde scemare;
altre, ch'onde versando, con l'eburne
mani, crescer facean l'acque nel mare,
videne alcune che, da le diurne
fatiche lasse, davansi a cantare,
e co' suoi dolci e ben grati concenti,
quetavan l'acque e togliean l'ira a i venti.
Altre co' lor Tritoni in care danze,
nude le braccia e nude le mammelle,
empivan di timori e di speranze
gli dei, ch'entrati in ballo eran con elle,
ma, perché il lor desio via più s'avanze,
accendean tuttavia nove facelle,
co' vivi sguardi, ne gli accesi cori,
né lor giovava esser tra freddi umori.
Videne alcuno desiar le labbia
di quella che gli avea piagato il core,
alcuno per l'ardor pieno di rabbia,
aver Venere in odio e 'n odio amore,
alcun dolente, assiso ne la sabbia,
narrare a la sua ninfa il suo dolore,
altri il viso mirar chiaro e sereno,
di chi l'ardeva e averle il capo in seno.
Videne altre lavarsi il petto e il viso,
quel di neve parea, questo di rose,
rose, che fusser colte in paradiso,
neve, in cui raggio il sol giamai non pose,
con lo sguardo altre, alcune altre col riso,
mostrarsi così vaghe ed amorose
che vide Giove, insin nel sommo cielo,
per alcuna arder d'amoroso zelo.
Onde non fu nel mar senza sospetto,
veggendol vagheggiare or questa, or quella,
d'una il viso lodar, de l'altra il petto,
altra dal capo a i pié parergli bella,
temette seco, che non fusse astretto
d'amor, come da l'odio era stata ella,
lasciar il cielo e scendersi ne l'acque,
per godersi colei che più gli piacque.
Ella gelosa, vide in gelosia
nesse nel mar per suo marito e trista,
cercava, consolandola, Talia
di levarle il timor che la contrista;
parve a Giunon che questa peste ria
che col dolce d'amor sempre è commista,
in altri avesse che 'n lei sola sede,
e che 'n mar si violasse anco la fede.
Vide alcune altre andar nel mare a nuoto
e scherzando pigliarsi alto diletto,
tra cui Deiopeia andava e Doto,
fendendo l'onde, col candido petto,
inamorato de l'una era noto,
d'amar l'altra s'avea Zefiro eletto;
appresso queste vide Galatea,
che il caro Alcide suo per man tenea.
Cimodocea si stava in altra parte,
e Drimo ed Xanto e la lasciva Spio,
e Cidippe con Glauco ivi in disparte,
e con Opi Saron, Nereo con Clio,
e Climene e Aretusa con molta arte,
con Efirea tesseano al lor gran Dio
ricche corone e preciose veste,
di coralli, di perle e d'or contese.
Vide foce al passar, cete e balene,
come isole, per l'onde a nuoto andare,
e vide in bella schiera le sirene,
a danno de' mortai, liete cantare;
avean visi di donne e ventre e schiene,
pesce era tutto quel che non appare,
veniano di Sicilia insieme allora,
al luoco, ove Nettun nel mar s'onora.
Tra il mar Cretense ed il Carpazio siede
Nisira che da Coo Nettun divise,
quando al gigante Polibote diede,
più che mai fiero, il colpo onde l'uccise,
onde tal anco l'isola si vede,
che pare un sasso e quindi, in tante guise,
si scorge e 'n tanti seni il mar partire,
ch'indi si può per ogni parte gire.
Qui sorgeva superba una spelonca,
che di cavata pumice era tutta,
che, come un nichio di marina conca,
con mirabile ingegno era construtta;
Foco, con coda da un gran pesce tronca,
la tenea netta da ogni cosa brutta,
il muro era di lucido cristallo,
il tetto e il pavimento di corallo.
Quivi sedea Nettun col gran tridente,
come chi imperioso un popol regge,
s'un seggio di smeraldo e a la sua gente,
ch'ivi era accolta, dava ordine e legge,
Proteo gli stava a' piedi riverente,
dandogli il conto de l'umide gregge,
molte Nereidi allor gli erano intorno
che di molle alga aveano il capo adorno.
Chi gli addattava a gli umeri la veste,
chi gli premea con man gli umidi crini,
altre erano a condurgli inanzi preste
i tanti cari a lui curvi delfini,
i tritoni, che movon le tempeste
e quetano anco i fier flutti marini,
per suo comandamento erano intenti,
ad accorre e mandar fiumi e torrenti.
Quivi piegare a' suoi pavon le penne,
fece Giunon, dopo un lungo camino,
e verso la spelonca la via tenne
ove Nettuno avea il maggior domino;
di lei di mano, in man notizia venne,
fino a quel ch'a la porta era vicino,
al qual la dimostrò con la mano uno
che guardian su la via tenea Nettuno.
Era custode de la real porta
del gran palagio, il fido Palemone,
il quale così tosto ch'ebbe scorta
venir su il carro suo la dea Giunone,
entro il palagio la novella porta,
al suo signore;egli il tridente pone,
scende dal seggio e verso lei s'invia,
e la va accor nel mezzo de la via.
Né si potea senon maravigliare
che dal ciel fusse scesa al suo paese,
Giunone, a lei visto il fratello andare,
del carro suo, di subito, discese,
e, con fraterno amor, l'andò abbracciare;
l'accolse egli, di lei non men cortese
e ambo, per man giunti, a paro, a paro
ne la spelonca adorna insieme entraro.
Poi ch'ambi assisi furo in real sede,
Nettuno, con pacevole favella,
con lieto viso, la cagion le chiede,
perché dal cielo a lui sia venut'ella:
Giunon, che sì benigno il fratel vede,
spera rimedio a la sua doglia fella,
e tutta lieta, verso lui si volse
e la sua lingua in tai parole sciolse:
– Il gran torto, Nettun, che mi fa Giove,
col non tenermi fede ed oltraggiarme
a venire al tuo regno ora mi move,
pensandomi che pur tu debba aitarme,
sì che s'aita aver non posso altrove,
in questo almeno i' possa consolarme,
che se il marito me, per altra, sprezza,
il mio caro fratel non mi disprezza.
So che tu sai che parturì Alcumena
di Giove un figlio, allor che con lei stette
tre notti insieme e me lasciò in gran pena,
come una fussi de le più neglette;
Nettun, mi ha ciò di tanto sdegno piena,
che farne tentato ho mille vendette,
ma mi s'è Giove in modo sempre opposto
che 'n nulla è gito ciò ch'i' mi ho proposto.
Tentato ho varie vie perché il bastardo
de l'adultera nato se ne muoia,
ma Giove fatto l'ha tanto gagliardo
che vince ogni periglio e tiemmi in noia;
onde perciò di sdegno sì fiero ardo,
il veder costui vivo sì m'annoia,
che credo che torrei non esser dea
e veder lui condutto a morte rea.
Questo sol, questo a te mi fa venire,
pensando pur che per esserti quella,
ch'io son, spiacer ti debba il mio languire
e l'immenso dolor che mi flagella,
e che però non voglia consentire
il disnor de la tua cara sorella,
ma usar la forza tua contra costui,
sì ch'io sia allegra e vegga estinto lui.
Però navicando or, fratel, l'Eusino
questi, onde piena son di tal cordoglio,
pria ch'ei n'esca, mi son messa in camino,
per veder, s'a te son quella, ch'io soglio;
avendo tu del mar dunque il domino,
spingi la nave sua, prego ad un scoglio,
sì che si spezzi e rimanga al pesce esca,
prima che del tuo regno egli fuor esca.
Overo movi sì crudel tempesta
che sia il nemico mio per te sommerso,
questa grazia, fratel mio caro, questa
grazia ti cheggio, contra esto perverso,
che se adempi ora tu la mia richiesta,
non mi dorrà che mi sia Giove averso,
fallo dunque, fratel, trammi di guai
e fammi lieta quant'io fussi mai! –
Qui Giunon tacque e con benigno ciglio
voltato verso lei disse Nettuno:
– Sorella mia, s'Ercol di Giove è figlio,
come esser gli poss'io così importuno,
che per lui metta il mar tutto in scompiglio,
sì che il furor, che contra gli osti aduno,
colga, perché questo nipote mio,
in cui tanta è virtù, giunga a fin rio?
Ciò far non debbo e non ti ha Ercole offeso,
Giunon, se ben quel che mirar dei, mire;
Giove, d'amor per Alcumena acceso,
con lei sfogare ha cerco il suo desire
e per tre notti, si ha diletto preso
con la donna, ond'aveva agro martire,
di tal congiungimento il figlio è nato,
contra il qual hai tu ogni pensier voltato.
Tutto è vero, Giunon, quel che m'hai detto,
ma che ragione hai contra Alcide in questo?
Ha egli forse il tuo marito alletto
ad amar lei? Che a caso sì funesto
condurre il debba? Certo i' ti prometto
che mi è di tanta noia e sì molesto
il vederti sommersa in questa voglia
ch'uopo è, ch'io me n'attristi e me ne doglia.
Se di sfogarti pur fusse alcun loco,
ti devresti sfogar contra la donna,
ond'ebbe il tuo marito il vivo foco,
per la molta beltà, ch'in lei s'indonna,
ma non hai (per ver dir) molto né poco
di colei, d'onestà ferma colonna,
da dolerti anco perché certo sai
ch'ella al marito tuo non si die mai.
Ma ch'egli, come quei, che il tutto puote,
per goderne si fece Anfitrione,
e andò a lei, con simulate note,
cosa che gran pietà nel cor mi pone,
sì che se quel che dei notar, ben note,
e lasci questa cieca passione,
vedrai che il figlio ed ella non han colpa
in quel, di che il furor tuo ora gli incolpa.
Ti potresti doler di Giove forse,
che te lasciò per gire a goder lei,
ma s'egli bene a far quello trascorse,
neanche, sorella mia, doler ten dei
a tutti noi questa libertà porse
natura e s'egli, re de gli altri dei,
con lei compì le sue focose voglie,
non è però, che tu non gli sia moglie. –
E reina del cielo: – Non riceve
moglie, Giunon, disnor se ben sì giace,
talor, con altra, il suo marito e deve
portarsi ciò, donna gentile, in pace,
ché se bene è ragion che l'uom s'aggreve
se la sua moglie alcun di sé compiace,
per l'adultera sobole che viene
come sua a lui, ciò a moglie non conviene.
Sì che a voglie miglior piega la mente,
sorella e lascia questi pensieri egri
e non voler mostrarti sì inclemente
che paia ch'esca da gli spirti negri,
e, se la tua bontà al mio dir consente,
i giorni tuoi seranno allegri
e a questo modo darai chiaro segno
che più può in te ragion, ch'ira o disdegno. –
Qual'orsa in rabbia viene ed in furore,
se con stimulo acuto altri la preme,
talor Giunon, tocca da gran dolore,
volta verso Nettun, sdegnosa freme,
dicendo: – Tu ancor vuoi porger favore
a questo rio che il mio poter non teme,
perch'egli in onor cresca e cresca in pregio,
con mio disnore e con mio gran dispregio? –
Ma vinta anco Giunon perciò non fia,
vinta non fia Giunon, perché mostrarme
tale i' mi vo' tentando un'altra via,
che poco valer agli ingegno, od arme,
condurò a fin questa vendetta mia,
senza ch'ad alcun venga ora a obligarme,
così partissi irata e il carro ascese
e appresso le Ciane Ercole attese.
Tenea Nettun del mar le strade piane
sì che l'onde securo Ercol correa;
per accorlo al passar de le Ciane,
la sua immortal nemica l'attendea,
ma fe' le voglie sue Pallade vane;
Pallade, ch'al fratel l'animo avea
che, con l'asta, tra l'isole si mise
e le tenne, al passar d'Ercol, divise.
Come veggiamo far nocchiero accorto
che dal turbato mar tolga la nave,
per ritirarsi in qualche sicur porto
ed uscir fuor de la tempesta grave,
se, mentre che di entrar la strada ha scorto,
Trabe vicina, o vero altra cosa ave,
ond'urto tema, la respinge e scaccia,
e di scorrer nel porto egli s'avaccia.
Tal Pallade percuote or questa, or quella
e le fa (lor malgrado) andar da lunge,
tal che il buono Ercole, aiutandolo ella
al Bosfor passa ed indi poscia giunge
ne la larga Propontide e indi snella
al mar che l'Asia e l'Europa disgiunge;
andò l'armata e ne l'Egeo pervenne
e 'n Aulide, l'Eubea radendo, venne.
Scende Ercole giunto ivi e a Tebe corre,
accompagnato da la nobil gente;
lieta Alcumena va il figlio ad accorre,
ed ha seco ogni amico, ogni parente,
la madre non si sa dal figlio sciorre,
tanta allegrezza l'occupa la mente,
dà a pena luoco a gli altri d'appressarsi,
e di poter con Ercole allegrarsi.
Da Tebe poscia ad Argo egli s'estese
ed a trovare andò l'empio tiranno,
egli, dapoi che la vittoria intese,
pien d'invidia rimase e pien d'affanno,
poi, con sdegnosa mano, il balteo prese,
come i malvagi e scelerati fanno
che fingon non conoscer l'opre rare,
perché astretti non siano altri a lodare.
Si sparse d'Ercol l'onorato nome
per l'Asia in ogni terra, in ogni lido,
là onde non sapendo i lidi come
scacciare un serpe, ch'ivi aveva il nido,
e lor colmava di dogliose some,
tal che n'andava insino al cielo il grido,
chieser soccorso ad Ercole: ei cortese,
quel fe' ch'io vi farò diman palese.