XV

By Giambattista Giraldi Cinzio

Natura fe' per lor propria natura,

le donne tutte d'animo benigno,

e s'alcuna si mostra acerba e dura,

come di diaspro nata, o di macigno,

contra il suo proprio, ella sì acerba e indura,

onde, s'ammollir cerca il cor ferrigno

di tale amor, fa quel ch'egli far deve,

che donna tal troppo ad ognuno è greve.

Però deveno ben tutti i mortali

lodar d'amor le sante fiamme accese,

e la virtù de i suoi pungenti strali,

se ne son donne ta' ferite e accese,

che se questo non fusse e scorni e mali

a gli uomini averriano, onte ed offese,

da queste, che si trovan così crude,

e di pietà, contra natura, nude.

Tale Ippolite fu, prima che il viso

mirasse, ond'amor dielle il foco ardente,

che, poscia che il core ella ebbe conquiso,

divenne fiamma la gelata mente;

or, mentre che fu il sol da noi diviso,

e diede luce a la sopposta gente,

se n'andò sola al suo usato ricetto,

avendo un mongibel vivo nel petto.

E, ove l'altre a riposar si diero,

ella solo al suo Teseo il pensier volse,

e di vederlo minaccioso e fiero,

mille fiate e più seco si dolse,

dubbiosa, che non fusse sì severo,

che non curasse il foco, in cui la involse

la vaga vista e il signoril sembiante,

ch'ella poneva a ogn'altra cosa inante.

Poscia dicea: – Non credo già che nato

del Caucaso sia questi, o ver che il latte

gli abbian l'orse, o le tigri ircane dato

che le donne veder voglia disfatte,

quando da lor si senta essere amato,

e ch'a la libertà si son sottratte,

per averlo signor e quello fare,

che più a grado gli fia di comandare. –

Così, ove desta ella solea la notte

altre volte pensare a ferir sempre,

sì che dal suo ferir restasser rotte

l'arme ad altrui, né vi giovasser tempre,

ora non pensa a dar mortali botte,

ma che l'ira di Teseo amor si tempre,

che senta quanto possan le sue fiamme

e di desio di lei tutto s'infiamme.

In dubbio viene, ch'altra non le piaccia

de le compagne sue, sì che si ponga

ad amarlo e per questo ella gli spiaccia,

sì ch'al focoso suo desir si opponga;

e il sangue, a ciò pensando, le si agghiaccia,

e pensa che s'avien ch'egli proponga

a lei de le sue alcuna, per rea sorte,

con le sue proprie man, di darle morte.

Poscia a miglior desio, volgendo il core,

sé riprende, dicendo: – Qual pensiero

tragge ora me sì di me stessa fore,

che mi faccia obliar l'animo altiero,

sì ch'or venga mancipio anch'io d'amore,

né più libertà curi, o l'onor vero,

ma tutta accesa di lascivo fogo,

cerchi sopporre il collo al servil giogo?

Dunque, tra tante donne, io quella fia,

che rompa quella legge, che tant'anni

ne ha fatto avere impero e signoria,

per entrar or ne gli amorosi affanni?

Porò patir che la lascivia mia

sì il buon discorso e la ragion mi appanni,

che, per un vano e ben folle desio,

d'esser quella ch'io son, ponga in oblio? –

Poi dicea, ritornando al pensier primo:

– Qual follia prive n'ha d'ogni ben nostro?

Tra le donne noi siam (se il vero i' stimo)

come esser suol, tra gli animali, il mostro,

che, se dal più alto clima insino a l'imo,

natura ci ha ciò, che debbiam far, mostro,

e voluto ha ch'a gli uomini siam giunte,

contra natura è star da lor disgiunte.

Come sta senza onor la lenta vite,

se non s'appoggia a salce, o ad olmo, o ad orno,

ma son le foglie e l'ombre sue gradite,

s'aviticchiando vassi a loro intorno,

così noi, se non siam giunte ed unite

con chi viva con noi la notte e il giorno,

restiamo senza onore e facciam cosa

poco grata a chi n'ama e a noi dannosa.

Sì come scorrer suol la rondinella,

se per gli figli suoi cerca pastura,

gli ampi palagi in questa parte e 'n quella,

e radere ora i tetti, ora le mura,

or garrir lungo l'acque, insino ch'ella,

volando, il pasto avidamente fura

e il porta al nido;tale in ogni parte

Ippolite infiammata il pensier parte.

Poscia la bella donna inamorata,

che dianzi era d'amore aspra ribella,

che il giorno appaia mille volte guata

e irata contra il sol spesso favella,

che chiudesse sì tosto la giornata,

e sì tardi or la sua chiara facella,

ma mentre aspetta che il ciel nostro allumi,

breve sonno le chiuse ambi due i lumi.

E di veder le parve che Cupido,

dopo tanti discorsi in cose tante,

le apparesse e dicesse: – Per tuo fido

sposo vo' ch'abbia il tuo fedele amante,

insino ad or, per l'arco mio t'affido,

che l'amor suo serà fermo e costante,

e che vivrai con lui congiunta insieme,

tutto il tuo tempo, insino a l'ore estreme! –

Godea la donna, udendo ta' parole,

come s'udite ella le avesse desta;

intanto fuori esce del mare il sole

ed i mortali a l'usate opre desta,

ond'ella, che veder l'effetto vuole,

di quel, ch'a visto in sogno, sorge presta

e va ove Menalippe a ordine pone

le squadre e a tutte il suo desire espone.

E, con giuste ragion, le fa vedere

che fuor d'ogni ragione è ch'ella tenti

volersi opporre a le nemiche schiere

perché sen moian tutte le sue genti,

e che potuto ha, insino allor, vedere,

che i lor nemici son tanto possenti,

che, se van contra lor, seranno, in breve,

da lor distrutte, come dal sol, neve.

E quando anco devesser vincitrici

restar, non era ragionevol punto,

ch'ella fusser del mondo meretrici,

per non vedere il lor seme consunto,

ma che devevan, con migliori auspici,

aver l'animo e il corpo ad uom congiunto,

che le facesse di figliuoli madri,

ch'a lor fusser legitimi ed a padri.

E che, tra quanti mai uomini furo,

di lor non si scopersero i più degni

di questi ch'ora aveano assalto duro

dato lor, per sopporre ed esse e i regni,

e che il tutto potean porre in sicuro,

sel'ire elle ponendo e i fieri sdegni,

cercasser con tal nodo a lor legarsi

che 'n vita non potesser più slegarsi.

Ippolite ciò detto, poscia tacque

e la risposta al suo parlare attese;

a la squadra, da lei retta, non spiacque

quel ch'ella allor da la sua duce intese,

ma Menalippe disse: – A quelle piacque

le leggi aver ch'a noi si sono estese,

per commune parer, però debbiamo

il simil far pria ch'altro disponiamo.

Soggiunse, ch'appigliar deveansi poi

a quel che a tutte lor meglio paresse,

detto ciò, si voltò a gli ordini suoi

e le prime di lor tra tutte elesse

e disse: – Avete inteso quel ch'a noi

Ippolite esposto ha, che se si fesse

dubbio non è, che 'n vece da le risse,

tra greci e noi, concordia non seguisse.

Però voi, che tra gli ordini tenete

il primo loco e sete le più gravi

quel che meglio parrà, tutte direte

e appiglierenci a' vostri detti savi! –

Febe che nemica era di quiete

e solo avea que' giorni per soavi,

ne' quali ella, vestita a piastra e a maglia

era, con l'arme in man, fiera in battaglia,

Disse: – Non so veder ch'a noi bisogni

patti pigliar, perché pace ne segua,

né so come costei non si vergogni,

a voler con Alcide or cercar tregua,

par che noi siamo a gli ultimi bisogni

ed il valor, ch'ogni valore adegua,

ci sia levato e di forti e virili,

venute siam, più che fanciulle, vili.

Io, finché non mi vien men questa spada,

spero servar la libertade antica,

né curo che il mio nome in alto vada,

perché palesemente ognuno dica,

ch'acciò che questa stirpe ora non cada,

e la possa servar, come pudica,

abbia la libertà voluta tormi

e per moglie ad alcuno uomo soppormi.

Ché quel che si dimanda matrimonio,

altro non è che servitù muliebre,

giogo che noi prendiam come in insonio

più grave assai che infirmità funebre,

ebbi la libertà per patrimonio,

però non voglio far, come fan l'Ebre,

che, prive di giudicio, vanno spesso,

credendo ire al lor bene, al male espresso.

Ché vergogna non è quel che l'usanza

lecito face tra lo stuol mortale,

prezzata e 'n varii lochi la leanza,

in molti luochi l'ingannar prevale,

appo i Laceni, chi in furar si avanza,

in molto pregio e 'n molta stima sale,

e quel che degno è di grave supplicio,

goder giovani in Grecia, non è vicio.

Però, per mantener la libertade

e servar quel ch'ancor non ci è interdetto,

seguiamo quel che insino a questa etade,

tutte seguite abbiam, senza disdetto,

e quel ch'abbiamo in nostra facultade,

non cerchiamo ad alcuno or far soggetto,

per stare a colui mai sempre obligate,

a cui nostra pazzia ci avrà legate.

Prima la terra aprir veder vorrei,

e che 'n sé m'ingiottisse viva, viva,

o che co' strali suoi'l re de gli dei,

mi mandasse, tra l'ombre.a l'altra riva,

ch'io volessi restar d'esser colei

che, insino ad or, son stata ed esser priva

di quell'onor.di quella immortal gloria

che può lasciar di me, chiara memoria.

E per serrare il mio ragionamento

e brevemente dir quel ch'en ciò parme,

voglio che, il valor nostro e l'ardimento,

ci faccia pace e il maneggiar de l'arme,

e più tosto patir vo' ogni tormento,

che per moglie ad alcun uom vivo darme,

e se del parer mio tutte serete,

Ercole e tutti i suoi vi sopporrete! –

Detto ciò, Febe, il brando irata, afferra,

crollando il capo e disse: – Over ch'estinta

mi rimarrò, con questa spada, in guerra,

o la nemica gente serà vinta,

non fia mai ver ch'io veda la mia terra

soggetta e me, come vil serva, avinta,

prego che di tal cor tutte voi siate

e a la libertà vostra ora v'armiate. –

Non così tosto in bene arida paglia

fuoco si accende, a lo spirar del vento,

né il mar divien sì fier s'Euro l'assaglia,

con molta forza e con altrui spavento,

come accese a mostrar quanto abbia vaglia

ognuna il costei dir, pien d'ardimento,

dier segno allor le donne coraggiose,

quanto in lor di valor largo il ciel pose.

Qual per copiosa pioggia in guisa cresce,

in poco d'ora, rapido torrente,

e 'n modo l'onde sue schiumose mesce,

che teme ognuno il suo furor repente,

tal lo strepito qui da le donne esce,

mentre s'armano tutte arditamente

ch'insino al ciel s'odono andar le strida

di chi i nemici a la battaglia sfida.

Di ciò rimase dolorosa e afflitta

Ippolite, ma pure anch'ella armosse,

benché la noia avea nel viso scritta;

ché per tale apparecchio la commosse,

brama che Febe ne rimanga vitta

e le rompano i greci i nervi e l'osse,

poi ch'opposta le si è, con tanta rabbia,

e il suo desire in pace ella poscia abbia.

Mentre che Menalippe riconosce

le genti e insieme pon squadre e falange,

Ippolite, che sente gravi angosce,

del suo fiero destin tacita s'ange,

e perché chiaramente ella conosce

ch'una ornata bellezza ogni cor frange,

tutto ciò che poté, fe' per parere

ne l'arme bella a chi volea piacere.

Tra le Amazone antico costume era,

a pugna andar nobilemente ornate,

ch'esser degno dicean di gran guerriera,

sopraveste su l'arme aver pregiate,

perché se gia de la vittoria altiera,

le conveniva aver veste onorate,

e se forse cadea, non era indegno

con abito morir di virtù degno.

Quindi ciascuna tien varie divise

e a varie foggie cuffie e sovraveste,

con le quali gentilmente divise

le voglie liete, o ver le cure meste;

però Ippolite a ornarsi allora mise

la cura, ch'usa ognun che sol si veste

per accrescer beltà, per infiammare

l'alma a colui che vuole indurre a amare.

Qual l'aurora, a l'uscir del primo albore,

si suol mostrar nel mattutino gelo,

e andarsi vaga tra le celesti ore,

che le fan compagnia per tutto il cielo,

tale.tra le compagne, a l'uscir fuore,

la donna, piena d'amoroso zelo,

apparve e benché fusser tutte belle,

sembrava il sole ella tra l'altre stelle.

Ercol che tuttavia l'ora attendea

di venir con le donne a la tenzone,

ad ordine le sue genti ponea,

per gir di novo al martiale agone,

e perché troppo tarda gli parea

Menalippe a venire al paragone,

Teseo mandò, che la sollecitasse,

e ad espedir l'impresa la chiamasse.

Egli senza elmo andò e trovò tra via

le donne che veniano al campo unite

e disse loro ch'Ercole desia

vedere il fin de la lasciata lite;

Menalippe rispose che venia

perché le guerre lor fusser finite

e ch'egli andasse a por le genti in punto,

perché di tempo non fuggisse punto.

A par con Menalippe, Ippolite era,

e sen venia senza l'elmetto anch'ella

come se ne venia tutta la schiera,

che ognuna l'avea dato a la sua ancella;

Teseo mirò la nobile guerriera

e gli parve non men che forte, bella,

le accresceva bellezza l'ornamento

del corpo, a cui mirar Teseo era intento.

Copria rete sottile i capei d'oro,

dé quai n'erano alcuni al capo involti,

alcuni altri, con vario e bel lavoro,

in bei nodi a le tempie erano accolti,

altri pendeano al collo ed altri foro

lasciati al ventilar de l'aure sciolti,

onde pareva di sua mano amore,

tesser legami ad ogni liber core.

Sopravesta sottil cuopre l'usbergo

di celeste color, di stelle adorna,

parte pende dinanzi e parte al tergo,

sì ch'il corsier le groppe anco se n'orna:

in mezzo il petto tien scolpito un mergo

che, dal lito del mare a l'onde torna,

e su l'ale ha, sotto leggiadra insegna,

segua ciascun quel che natura insegna.

Vergogna accrebbe la beltà nativa

ché tosto che mirò Teseo, si tinse

le guancie, in cui bianchezza si scopriva;

tal, qual dotto pittor giamai non finse,

su la neve parea porpora viva

il vermiglio color che la dipinse,

over purpuree rose e bianchi gigli

che, giunti insieme, vergine man pigli.

Visto ch'ella ebbe Teseo, bassò il viso,

e la serena fronte, in atto umile,

come volesse dir: – Signor, conquiso

il cor mi ha il vostro aspetto alto e gentile! –

De le cose parea del paradiso,

a i guardi, a i movimenti, in questa vile

parte venuta per far chiara fede,

de la rara beltà ch'in ciel si vede.

Amor, ch'ito era ricercando intorno

tempo e loco, a infiammar lui de la donna,

vistolo una e due volte far ritorno

a mirar la beltà, ch'in lei s'indonna,

ogni indugio levato, ogni soggiorno,

perché sempre di lui fusse ella donna,

de lo strale su l'arco pon la cocca

ed a Teseo nel cor ratto lo scocca.

Andò per gli occhi e si fermò nel core

l'acuto strale e vi sculpì l'imago

de la guerriera sua, con tal valore

che di lei più si fe' che d'altro, vago;

estinto non avria l'immenso ardore,

ond'ardea tutto, non dirò un gran lago,

ma l'istesso ocean, tanto era vivo

il foco che di sé l'aveva privo.

Qual suol, al contemplar, di Vener Marte

porre il furore e quel fiero desire,

con cui brama veder, per ogni parte,

sanguinose battaglie e mortali ire,

tal Teseo, cui del petto il cor si parte,

si vede inanzi a Ippolite venire,

sì mutar l'odio, lei mirando in faccia,

che di piacerle sol, par che gli piaccia.

Non si sapea da tal vista levare,

né se ne seria tolto, a mio giudicio,

senonché troppo gran scorno gli pare,

dare ivi de la fiamma interna indicio,

si parte dunque, ma gli par lasciare

l'anima e il core, onde n'ha gran supplicio,

e nel partir, mille volte rivolse

gli occhi in colei che libertà gli tolse.

A l'arrivar di Teseo, Ercol dispose

tutte le squadre sue, per la battaglia;

Menalippe il medesmo fe' e propose

che la sua gente sì i nemici assaglia,

che del valor, che 'n lei molto il ciel pose,

dia segno a quei di Tebe e di Tessaglia

tal, ch'ognuno di lor resti pentito

di tanto aver contra le donne ardito.

Ordinaro le torme ambi a la guisa,

ch'erano state l'altro giorno in guerra;

in Menalippe gli occhi Ercole affisa

e contra lei mortai colpi disserra;

la donna, che d'ucciderlo divisa,

il colpo fugge, poi per trarlo a terra,

gli tira verso il capo sì gran botta

che restar ne potea una incude rotta.

E sovra qualunque altro fusse sceso

il colpo fiero, esser poteva spento,

ma dal cuoio leonino ei fu difeso

come se fusse ita la botta al vento

che, poscia che da lui fu il leon preso

ch'a Micene e a Nemea ponea spavento,

e la pelle gli trasse e in lei s'involse,

il modo di ferirlo ad ognun tolse.

Menalippe, che il ferro tornar mira

non sanguinoso, ma lucido e netto,

fu stupefatta;Ercole, acceso d'ira,

il tronco le girò verso l'elmetto,

scorge ella il tempo e alquanto si ritira,

poi gli spinge un gran colpo verso il petto,

con tal fierezza e con sì gran valore,

che si pensò fendergli a mezzo il core.

Alcide al colpo il tronco oppose e vano

scendere il fece e gli menò a la fronte,

a due man, colpo così orrendo e strano,

che parve che le desse in capo un monte,

fu per caderle la secur di mano,

ma sì le forze ebbe al bisogno pronte,

che la ritenne e si fece più accorta

al parar colpi, per non esser morta.

Ma, mentre che costor sono a tenzone,

e Febe in pugna, con Arnemidoro,

Celeno con Ircetto e con Emone

la bella Aella da le chiome d'oro,

stanno in guerra ugualmente al paragone,

Termessa e Armano e fan non men di loro

in altra parte, il fier Foco e Filippe,

il forte Ormito e la feroce Adippe.

Seguono i capitan loro i soldati

e si acciuffano tutti arditamente,

sono i greci talor gli scompigliati,

talor va in fuga l'Amazonia gente,

quelli talor si veggono ritirati

talora questi e così parimente

la pugna va, mentre tamburi e trombe

fan, che par ch'al lor suono, il ciel ribombe.

Ippolite con Teseo, in altra parte,

adopran l'arme negghitosamente,

ch'ove questi solea parere un Marte,

or, men d'ognuno è a guerreggiare ardente,

non vuol quella adoprar contra lui l'arte,

né mostrarsi, qual pria, forte e possente,

onde, se ben guerra ambi costor fanno,

non vien da alcun di lor colpo da danno.

Chi veduto ha talor due alan co' morsi

scherzar come facesser guerra insieme

che, se si mordon bene il petto e i dorsi,

nondimen, l'altro l'un non stringe, o preme,

ma ambidui, con piacevoli concorsi,

si assaglion sì che questo, quel non teme,

pensi che tali fusser costor due,

poiché tocchi d'amor questa e quel fue.

La bella donna chiese riposo anco,

come il dì inanzi al suo amante diletto;

egli, fingendo esser, com'ella stanco,

non le ne volse far niego, o disdetto;

dal vago viso suo vermiglio e bianco,

ella alzò la visera de l'elmetto;

Teseo il medesmo fece e quella faccia

le mostrò, che le par, che la disfaccia.

Si diedero a mirare ambi i lor lumi,

onde vedeano uscir faville accese,

e l'un dir parea a l'altro: – A che consumi

chi de la tua beltà tanto s'accese?

Perché non muti omai legge, o costumi,

e se la destra tua dianzi m'offese,

perché pace or da chi t'ama non cerchi,

perché il suo amore or col tuo amor non merchi? –

E, beendo ambiduo il foco vivace,

co gli occhi lor, che da loro occhi uscia,

aver lor parea in core una fornace

ardente, cui pari non fu mai pria;

Teseo de la guerriera sua più audace,

e che foco maggior forse sentia,

non poté più soffrire e gli occhi fisse

ne la faccia a la donna e così disse:

– Non so più a che tornar far guerra vosco,

dolce guerriera mia, poiché questi occhi,

occhi da serenare ogni cor fosco,

in guisa mi han gli spirti interni tocchi,

che vostro prigionero i' mi conosco,

senza ch'opriate più lance, né stocchi,

io mi vi rendo e 'n vostra man mi pongo

e di sempre servirvi i' mi dispongo.

E però, se vi par ch'io ne sia degno

e che il desio col qual vi onoro ed amo,

merti che di merce mi diate segno,

non più guerra da voi, ma merce chiamo,

ma, se di ciò forse vi paio indegno,

e 'n van d'essere amato da voi bramo,

piacciavi farmi qui i miei dì finire,

sì che mirando voi possa morire. –

La bella donna, a questa ultima voce,

non poté non mandar del petto fora

un gran sospiro e disse: – Sì feroce

non son ch'io voglia che il signor mio mora,

non men fuoco amoroso il mio cuor cuoce,

che cuoca il vostro, né men m'inamora

la vostra incomparabile beltate,

che la mia voi, la qual tanto apprezzate.

Onde morte non pur non son per darvi,

ma vi voglio mai sempre esser soggetta,

e con fede sì intiera sempre amarvi,

ché non fu in donna mai la più perfetta,

e però, signor mio, poscia che parvi,

che fede e amor, fine a la guerra metta,

son conformi le vostre a le mie voglie,

purché vi piaccia prendermi per moglie! –

Non udì mai dannato che tagliente

secur si veda aver su le cervici

con così grata e così lieta mente,

voce d'uomo che il tolga da supplici,

né pace udì città sì allegramente

ch'abbia intorno l'assedio de i nemici,

come Teseo udì lieto le parole

de la donna che sola egli ama e cole.

Onde il felice e fortunato amante

ad abbracciar la bella donna corse;

ella l'accolse con lieto sembiante

e non sapea da l'abbracciarlo torse;

le squadre che gli avean veduti inante,

sì caldi ne la guerra, furo in forse,

ed elle a pena a sé creder potero

che fusse ver quel che vedean nel vero.

E ne rimaser tutte sì stordite

che la pugna cessò per maraviglia;

Ippolite a le donne ch'avea unite

sotto sé, si voltò con liete ciglia

e disse: – Poiché sete meco uscite,

voglio che tutte a quello, a che s'appiglia

la duce vostra, liete vi appigliate,

e 'n amor con costor, l'ira cangiate! –

Fu vista allor la bella dea di Gnido,

spirar molle desire entro a quei cori,

ch'esser solean d'ira e d'asprezza nido,

e avere in odio gli amorosi ardori,

e con la face intorno andar Cupido,

accompagnato da fratei minori,

e de le donne accender tutti quelli

che nemici eran lor dianzi e rubelli.

Ond'il parlar d'Ippolite efficace

lor persuase di pigliar marito,

Teseo, tra loro e suoi, fece far pace,

sì che il connubio allor fu stabilito;

ma a Ippolite, ciò fatto e a Teseo piace

andare a le altre e far lor tale invito

che le dispongan di voler partirsi,

da la ria usanza e a gli altri greci unirsi.

Ma visto Menalippe, che veniva

Ippolite congiunta col nemico

e che con lei la squadra ostile arriva

disse: – A che indarno (lassa) mi affatico,

se la sua tradigion mi mostra viva

Ippolite, lasciato l'uso antico

e vien, con gli osti miei, confederata,

per darmi presa ad Ercole e legata?

Come quando tempesta acerba assale

in mezzo il mar un travagliato legno,

né contra l'onde irate forza vale,

né ch'arte il buon nocchiero usi, o l'ingegno,

la turba che inanzi ha l'estremo male,

e crescer vede al mar via più lo sdegno,

fuor de la nave, ne l'onde si getta

e il fin de la procella non aspetta! –

Così, ciò detto, si spiccò da Alcide

Menalippe gridando e a sciolto corso,

fuggì là ove più atto il camin vide,

non sperando poter più aver soccorso;

Ercol sì tosto che di ciò s'avide,

drieto va, prende al corsiero il morso

e il ferma e col gran tronco l'è a la fronte

e: – Ti uccido – le dice – se non smonte!

Scende la donna e prigionera resta

di chi pensava ella prigione avere;

né l'esser vinta tanto la molesta

quanto che non si sa persuadere,

per qual cagion lasciata abbia l'inchiesta

Ippolite e tradite abbia le schiere,

con così espressa e manifesta frode;

questo sol la consuma e sol la rode.

L'altre, vista fuggir la lor reina,

s'erano tutte, in schiera, in fuga messe,

come veggiam talor su la marina,

de l'augelle fuggir le turbe spesse,

se sol per far di lor cruda rapina,

lor dà l'aquila dentro e a una s'appresse,

onde il campo de i greci, ben provisto,

fe' de le lor nemiche altiero acquisto.

Intanto arrivò Ippolite e fu vista

con occhio torto da le donne tutte

e traditrice;Menalippe trista

la chiamò, poiché l'altre avea distrutte

per essersi con Teseo in guerra mista,

e per aver con lei l'altre sedutte

e che 'n breve, vedere ella sperava

vendetta, d'opra sì malvagia e prava.

Ippolite tentò ogni via, ogni modo,

per persuadere a la reina irata,

che fatto non avea inganno, né frodo,

né a lei, né a chi l'avea a torto incolpata,

ma che, per legge, e per ma al nodo,

la meretricia vita avea lasciata,

e che a lei venuta era, per mostrare

che quel medesmo tutte aveano a fare.

Qual si vede talor tigre, o pantiera,

rinchiusa dentro a una ferrata gabbia,

venir, s'altri l'attizza, tanto fiera,

che freme e rugge con schiumose labbia,

tal Menalippe e tutta quella schiera,

ch'era ivi presa, a le parole arrabbia

d'Ippolite e vorrian tutte potere,

per trarle il core, averla in lor potere.

Teseo tentò che volgessero il core

le donne tutte a le amorose imprese

e rubelle non fusser sì d'amore

che si pensasser da coloro offese,

i quali lor darian l'anima e il core,

quantunque fusser di stranier paese

e ciò facendo troveriano amici

tutti quei ch'elle avean per lor nemici.

Ma tutto invano fu, ch'elle più tosto

andar voleano a dolorosa morte,

che levarsi dal lor primo proposto,

sia lor, quant'esser vuol, dura la sorte;

Ercol, veduto il lor volere opposto

ad Ippolite, fe' d'animo forte

che non curò con preghi di piegarle,

né per forza, dal lor voler ritrarle.

Ma ben giurar le fe' che, a l'avenire,

più non seriano ad uomo alcuno infeste,

ma che temprerian sì gli sdegni e l'ire,

ch'a gli uomini le fer tanto moleste

che sicuro, tra lor, potrebbe gire

chi, per mare tranquillo, o per tempeste,

arrivasse a'lor lidi;esse giuraro,

ma il giuramento poi non osservaro.

Tolse Ercol poscia a Menalippe il cinto,

per lo quale era a la tenzon venuto,

e, contento di aver le donne vinto,

il regno lasciò lor, ch'era perduto;

molto gli dolse ch'Ida fusse estinto,

ma, poiché la vendetta avea veduto

per la morte d'Arteme e d'altre tante

morte, lui morto e ch'eran morte inante.

Restò in parte contento e il pensier volse

a gire a nave e a Tebe far ritorno,

e quelle robbe a Temisira tolse

ch'al lor viaggio necessarie forno;

tutta la gente sua poscia raccolse

ed al primo apparir del novo giorno,

sentendo a poppa dolce aura soffiare,

spiegò le vele e il mar si die a solcare.

A pena Ercole avea sciolte le vele

per voler ritornare a la sua terra,

ché Giunon, come sempre a lui crudele,

da l'odio spinta che ne l'alma serra,

seco cominciò a dir: – Ve' a che querele

l'ambascia mi sprona or che il cor m'afferra,

ve' come sempre son vane le voglie

di chi è a Giove sorella e a Giove moglie?

Ercol vint'ha qui l'Amazonie donne,

come se fusser state agnelle, o zebe

e d'alto valor pure eran colonne,

e se ne va vittorioso a Tebe,

ed io piagato il cor, come prima bonne,

come s'una dea fussi de la plebe,

ma, prima ch'egli in Grecia giunga, i' voglio

fargli sentir com'a ragion mi doglio.

Ma perché ciò da me fare i' non posso,

mi bisogna tentar novo consiglio

e far che da Nettun sia il mar sì scosso,

contra questo di Giove odioso figlio,

che indarno si pentisca essersi mosso;

dal lito, poiché fia intanto periglio,

vedrò se Giove, iniquo a la mogliera,

porà far che ne l'onde egli non pera.

Poi ch'ebbe così detto, fe' frenare

gli augelli suoi e scese da le stelle

ed al fratel Nettuno andò nel mare,

per far contra Ercol mover le procelle;

sentiron l'onde la deità entrare,

de la moglie di Giove e lievi e snelle,

tosto che vider la sua gran presenza,

la inchinaro con somma riverenza.

Poi tutte, come un monte, si curvaro,

e fatte cave, dieronle ampia via,

per la qual lievi i suoi augelli andaro,

come per l'aria andare ella solia;

ne il volto i vaghi augei prima fermaro,

che giunti furo ove la dea gli invia,

acciò ch'ella potesse, a suo grand'agio,

scendere, ove Nettuno avea il palagio.

Era ne l'ora che, col lume ardente,

manda i raggi più caldi in terra il sole

e paion l'erbe, per lo caldo, spente,

e i gigli e gli amaranti e le viole;

onde i campi lasciati avea la gente,

che su la terra affaticar si suole,

e se ne stavan ne le salse linfe,

lunge dal sole le marine ninfe.

Giunon ne vide alcune che con l'urne

che empivano, facean l'onde scemare;

altre, ch'onde versando, con l'eburne

mani, crescer facean l'acque nel mare,

videne alcune che, da le diurne

fatiche lasse, davansi a cantare,

e co' suoi dolci e ben grati concenti,

quetavan l'acque e togliean l'ira a i venti.

Altre co' lor Tritoni in care danze,

nude le braccia e nude le mammelle,

empivan di timori e di speranze

gli dei, ch'entrati in ballo eran con elle,

ma, perché il lor desio via più s'avanze,

accendean tuttavia nove facelle,

co' vivi sguardi, ne gli accesi cori,

né lor giovava esser tra freddi umori.

Videne alcuno desiar le labbia

di quella che gli avea piagato il core,

alcuno per l'ardor pieno di rabbia,

aver Venere in odio e 'n odio amore,

alcun dolente, assiso ne la sabbia,

narrare a la sua ninfa il suo dolore,

altri il viso mirar chiaro e sereno,

di chi l'ardeva e averle il capo in seno.

Videne altre lavarsi il petto e il viso,

quel di neve parea, questo di rose,

rose, che fusser colte in paradiso,

neve, in cui raggio il sol giamai non pose,

con lo sguardo altre, alcune altre col riso,

mostrarsi così vaghe ed amorose

che vide Giove, insin nel sommo cielo,

per alcuna arder d'amoroso zelo.

Onde non fu nel mar senza sospetto,

veggendol vagheggiare or questa, or quella,

d'una il viso lodar, de l'altra il petto,

altra dal capo a i pié parergli bella,

temette seco, che non fusse astretto

d'amor, come da l'odio era stata ella,

lasciar il cielo e scendersi ne l'acque,

per godersi colei che più gli piacque.

Ella gelosa, vide in gelosia

nesse nel mar per suo marito e trista,

cercava, consolandola, Talia

di levarle il timor che la contrista;

parve a Giunon che questa peste ria

che col dolce d'amor sempre è commista,

in altri avesse che 'n lei sola sede,

e che 'n mar si violasse anco la fede.

Vide alcune altre andar nel mare a nuoto

e scherzando pigliarsi alto diletto,

tra cui Deiopeia andava e Doto,

fendendo l'onde, col candido petto,

inamorato de l'una era noto,

d'amar l'altra s'avea Zefiro eletto;

appresso queste vide Galatea,

che il caro Alcide suo per man tenea.

Cimodocea si stava in altra parte,

e Drimo ed Xanto e la lasciva Spio,

e Cidippe con Glauco ivi in disparte,

e con Opi Saron, Nereo con Clio,

e Climene e Aretusa con molta arte,

con Efirea tesseano al lor gran Dio

ricche corone e preciose veste,

di coralli, di perle e d'or contese.

Vide foce al passar, cete e balene,

come isole, per l'onde a nuoto andare,

e vide in bella schiera le sirene,

a danno de' mortai, liete cantare;

avean visi di donne e ventre e schiene,

pesce era tutto quel che non appare,

veniano di Sicilia insieme allora,

al luoco, ove Nettun nel mar s'onora.

Tra il mar Cretense ed il Carpazio siede

Nisira che da Coo Nettun divise,

quando al gigante Polibote diede,

più che mai fiero, il colpo onde l'uccise,

onde tal anco l'isola si vede,

che pare un sasso e quindi, in tante guise,

si scorge e 'n tanti seni il mar partire,

ch'indi si può per ogni parte gire.

Qui sorgeva superba una spelonca,

che di cavata pumice era tutta,

che, come un nichio di marina conca,

con mirabile ingegno era construtta;

Foco, con coda da un gran pesce tronca,

la tenea netta da ogni cosa brutta,

il muro era di lucido cristallo,

il tetto e il pavimento di corallo.

Quivi sedea Nettun col gran tridente,

come chi imperioso un popol regge,

s'un seggio di smeraldo e a la sua gente,

ch'ivi era accolta, dava ordine e legge,

Proteo gli stava a' piedi riverente,

dandogli il conto de l'umide gregge,

molte Nereidi allor gli erano intorno

che di molle alga aveano il capo adorno.

Chi gli addattava a gli umeri la veste,

chi gli premea con man gli umidi crini,

altre erano a condurgli inanzi preste

i tanti cari a lui curvi delfini,

i tritoni, che movon le tempeste

e quetano anco i fier flutti marini,

per suo comandamento erano intenti,

ad accorre e mandar fiumi e torrenti.

Quivi piegare a' suoi pavon le penne,

fece Giunon, dopo un lungo camino,

e verso la spelonca la via tenne

ove Nettuno avea il maggior domino;

di lei di mano, in man notizia venne,

fino a quel ch'a la porta era vicino,

al qual la dimostrò con la mano uno

che guardian su la via tenea Nettuno.

Era custode de la real porta

del gran palagio, il fido Palemone,

il quale così tosto ch'ebbe scorta

venir su il carro suo la dea Giunone,

entro il palagio la novella porta,

al suo signore;egli il tridente pone,

scende dal seggio e verso lei s'invia,

e la va accor nel mezzo de la via.

Né si potea senon maravigliare

che dal ciel fusse scesa al suo paese,

Giunone, a lei visto il fratello andare,

del carro suo, di subito, discese,

e, con fraterno amor, l'andò abbracciare;

l'accolse egli, di lei non men cortese

e ambo, per man giunti, a paro, a paro

ne la spelonca adorna insieme entraro.

Poi ch'ambi assisi furo in real sede,

Nettuno, con pacevole favella,

con lieto viso, la cagion le chiede,

perché dal cielo a lui sia venut'ella:

Giunon, che sì benigno il fratel vede,

spera rimedio a la sua doglia fella,

e tutta lieta, verso lui si volse

e la sua lingua in tai parole sciolse:

– Il gran torto, Nettun, che mi fa Giove,

col non tenermi fede ed oltraggiarme

a venire al tuo regno ora mi move,

pensandomi che pur tu debba aitarme,

sì che s'aita aver non posso altrove,

in questo almeno i' possa consolarme,

che se il marito me, per altra, sprezza,

il mio caro fratel non mi disprezza.

So che tu sai che parturì Alcumena

di Giove un figlio, allor che con lei stette

tre notti insieme e me lasciò in gran pena,

come una fussi de le più neglette;

Nettun, mi ha ciò di tanto sdegno piena,

che farne tentato ho mille vendette,

ma mi s'è Giove in modo sempre opposto

che 'n nulla è gito ciò ch'i' mi ho proposto.

Tentato ho varie vie perché il bastardo

de l'adultera nato se ne muoia,

ma Giove fatto l'ha tanto gagliardo

che vince ogni periglio e tiemmi in noia;

onde perciò di sdegno sì fiero ardo,

il veder costui vivo sì m'annoia,

che credo che torrei non esser dea

e veder lui condutto a morte rea.

Questo sol, questo a te mi fa venire,

pensando pur che per esserti quella,

ch'io son, spiacer ti debba il mio languire

e l'immenso dolor che mi flagella,

e che però non voglia consentire

il disnor de la tua cara sorella,

ma usar la forza tua contra costui,

sì ch'io sia allegra e vegga estinto lui.

Però navicando or, fratel, l'Eusino

questi, onde piena son di tal cordoglio,

pria ch'ei n'esca, mi son messa in camino,

per veder, s'a te son quella, ch'io soglio;

avendo tu del mar dunque il domino,

spingi la nave sua, prego ad un scoglio,

sì che si spezzi e rimanga al pesce esca,

prima che del tuo regno egli fuor esca.

Overo movi sì crudel tempesta

che sia il nemico mio per te sommerso,

questa grazia, fratel mio caro, questa

grazia ti cheggio, contra esto perverso,

che se adempi ora tu la mia richiesta,

non mi dorrà che mi sia Giove averso,

fallo dunque, fratel, trammi di guai

e fammi lieta quant'io fussi mai! –

Qui Giunon tacque e con benigno ciglio

voltato verso lei disse Nettuno:

– Sorella mia, s'Ercol di Giove è figlio,

come esser gli poss'io così importuno,

che per lui metta il mar tutto in scompiglio,

sì che il furor, che contra gli osti aduno,

colga, perché questo nipote mio,

in cui tanta è virtù, giunga a fin rio?

Ciò far non debbo e non ti ha Ercole offeso,

Giunon, se ben quel che mirar dei, mire;

Giove, d'amor per Alcumena acceso,

con lei sfogare ha cerco il suo desire

e per tre notti, si ha diletto preso

con la donna, ond'aveva agro martire,

di tal congiungimento il figlio è nato,

contra il qual hai tu ogni pensier voltato.

Tutto è vero, Giunon, quel che m'hai detto,

ma che ragione hai contra Alcide in questo?

Ha egli forse il tuo marito alletto

ad amar lei? Che a caso sì funesto

condurre il debba? Certo i' ti prometto

che mi è di tanta noia e sì molesto

il vederti sommersa in questa voglia

ch'uopo è, ch'io me n'attristi e me ne doglia.

Se di sfogarti pur fusse alcun loco,

ti devresti sfogar contra la donna,

ond'ebbe il tuo marito il vivo foco,

per la molta beltà, ch'in lei s'indonna,

ma non hai (per ver dir) molto né poco

di colei, d'onestà ferma colonna,

da dolerti anco perché certo sai

ch'ella al marito tuo non si die mai.

Ma ch'egli, come quei, che il tutto puote,

per goderne si fece Anfitrione,

e andò a lei, con simulate note,

cosa che gran pietà nel cor mi pone,

sì che se quel che dei notar, ben note,

e lasci questa cieca passione,

vedrai che il figlio ed ella non han colpa

in quel, di che il furor tuo ora gli incolpa.

Ti potresti doler di Giove forse,

che te lasciò per gire a goder lei,

ma s'egli bene a far quello trascorse,

neanche, sorella mia, doler ten dei

a tutti noi questa libertà porse

natura e s'egli, re de gli altri dei,

con lei compì le sue focose voglie,

non è però, che tu non gli sia moglie. –

E reina del cielo: – Non riceve

moglie, Giunon, disnor se ben sì giace,

talor, con altra, il suo marito e deve

portarsi ciò, donna gentile, in pace,

ché se bene è ragion che l'uom s'aggreve

se la sua moglie alcun di sé compiace,

per l'adultera sobole che viene

come sua a lui, ciò a moglie non conviene.

Sì che a voglie miglior piega la mente,

sorella e lascia questi pensieri egri

e non voler mostrarti sì inclemente

che paia ch'esca da gli spirti negri,

e, se la tua bontà al mio dir consente,

i giorni tuoi seranno allegri

e a questo modo darai chiaro segno

che più può in te ragion, ch'ira o disdegno. –

Qual'orsa in rabbia viene ed in furore,

se con stimulo acuto altri la preme,

talor Giunon, tocca da gran dolore,

volta verso Nettun, sdegnosa freme,

dicendo: – Tu ancor vuoi porger favore

a questo rio che il mio poter non teme,

perch'egli in onor cresca e cresca in pregio,

con mio disnore e con mio gran dispregio? –

Ma vinta anco Giunon perciò non fia,

vinta non fia Giunon, perché mostrarme

tale i' mi vo' tentando un'altra via,

che poco valer agli ingegno, od arme,

condurò a fin questa vendetta mia,

senza ch'ad alcun venga ora a obligarme,

così partissi irata e il carro ascese

e appresso le Ciane Ercole attese.

Tenea Nettun del mar le strade piane

sì che l'onde securo Ercol correa;

per accorlo al passar de le Ciane,

la sua immortal nemica l'attendea,

ma fe' le voglie sue Pallade vane;

Pallade, ch'al fratel l'animo avea

che, con l'asta, tra l'isole si mise

e le tenne, al passar d'Ercol, divise.

Come veggiamo far nocchiero accorto

che dal turbato mar tolga la nave,

per ritirarsi in qualche sicur porto

ed uscir fuor de la tempesta grave,

se, mentre che di entrar la strada ha scorto,

Trabe vicina, o vero altra cosa ave,

ond'urto tema, la respinge e scaccia,

e di scorrer nel porto egli s'avaccia.

Tal Pallade percuote or questa, or quella

e le fa (lor malgrado) andar da lunge,

tal che il buono Ercole, aiutandolo ella

al Bosfor passa ed indi poscia giunge

ne la larga Propontide e indi snella

al mar che l'Asia e l'Europa disgiunge;

andò l'armata e ne l'Egeo pervenne

e 'n Aulide, l'Eubea radendo, venne.

Scende Ercole giunto ivi e a Tebe corre,

accompagnato da la nobil gente;

lieta Alcumena va il figlio ad accorre,

ed ha seco ogni amico, ogni parente,

la madre non si sa dal figlio sciorre,

tanta allegrezza l'occupa la mente,

dà a pena luoco a gli altri d'appressarsi,

e di poter con Ercole allegrarsi.

Da Tebe poscia ad Argo egli s'estese

ed a trovare andò l'empio tiranno,

egli, dapoi che la vittoria intese,

pien d'invidia rimase e pien d'affanno,

poi, con sdegnosa mano, il balteo prese,

come i malvagi e scelerati fanno

che fingon non conoscer l'opre rare,

perché astretti non siano altri a lodare.

Si sparse d'Ercol l'onorato nome

per l'Asia in ogni terra, in ogni lido,

là onde non sapendo i lidi come

scacciare un serpe, ch'ivi aveva il nido,

e lor colmava di dogliose some,

tal che n'andava insino al cielo il grido,

chieser soccorso ad Ercole: ei cortese,

quel fe' ch'io vi farò diman palese.