XVI
Il gran famoso Publio Scipïone,
per soprannome detto Africano,
perch'Affrica domò, qual Livio pone,
per la salute del popol romano
e per gloria acquistar, fé cose tali
che molti il reputaron più che umano;
ma fra molte sue opre, per le quali
somma lode acquistò, d'una mi pare
più che d'ogni altra in fama de' mortali.
Non è il ferito suo padre scampare
da l'impie man d'Anibale Barchino,
giovane ancor d'appena arme portare,
rotti essendo i Roman presso al Tesino,
che 'nfino allor diè l'arra del futuro,
che riserbato gli era per destino.
Non dopo il mortal caso impio, aspro e duro,
agli Romani intervenuto a Canni,
esso a Cannosa sol visto sicuro,
udito consigliar gli etterni danni
della sua patria, in casa di Metello,
di quella abandonar per tutti gli anni,
sopra Cecilio e gli altri col coltello
giurar qual non giurasse seguir lui
morte aspettasse subito da quello;
per che tutti giuraron con costui
a vita e morte star sanza magagna:
sì spense col suo ardir la viltà altrui.
Non quando poi, quasi perduta Spagna,
niun duca de' Roman parea ch'ardisse
prendere impresa così dubbia e magna,
esso, sol d'anni ventiquattro, disse,
sendovi il zio col padre stato morto,
che di grazia tal sorte a lui venisse;
e diè loro aringando tal conforto
che, quantunque l'età questo negasse,
consentîro al suo ingegno non far torto.
Non come poi a sé concilïasse
e popoli di Spagna, o con qual pruova
e perfidi nimici subiugasse.
E non è il vincer Cartagine nuova,
Liturgo Astappa Oringa o Castulone
con altre molte, che scritte si truova.
Né per passare in Affrica il sermone,
che contro a Fabio fé tanto verace,
ch'ogn'altro seguitò la sua intenzione.
Non Mago, Annone, Asdrubale o Siface
vincere o Anibal tornato, e poi,
lui vinto, per le condizion di pace.
Non vincere Antioco e' duchi suoi,
non altre mille cose, ch'a dir lascio,
le qua' per molti autor son note a noi,
tutte di grieve e 'ntollerabil fascio,
ma sol una diren, ch'ogn'altra avanza,
com'acceso rubin spento balascio,
quando, con incredibile costanza
e somma pudicizia e contenenza,
sé vittor vinse d'ogn'altrui possanza:
appresentata all'alta sua eccellenza
di tredici anni una vergine essendo,
da vincer ogni età la sua presenza,
la qual, tanto mirabile vedendo,
percosso da Cupido in primo moto
con virtù vinse alfin sé combattendo.
E spento il fier disio, tutto divoto,
fatto la madre e 'l padre comparire,
la diede in guardia a lor che gli fêr noto
com'ella era sposata e dovea gire,
non dopo molti giorni, al suo marito,
qual presto Scipio fé a sé venire.
E disse a lui sì come avea sentito
ch'esso, di lei essendo innamorato,
dovea por fine in brieve al suo appetito
con giusto modo; e come gli era grato
farlo di questo e d'ogni altro contento
e che salvo il suo onor gli avea servato;
e sol volea da lui, per suplimento
di cotal beneficio, che in sue mani
facesse promission con sacramento
d'essere amico fido de' Romani,
perché alcun più benigno e giusto impero
trovare era impossibil tra gli umani,
chi ben cercasse tutto l'emisperio.
Tesori agiunse, e quali ebbe per lei
da' suoi a esso Luteo Ciltiberio,
il qual contento, rïavuta lei
e per li agiunti don più lieto fatto,
il predicò uom nato delli dei.
E non sol Ciltiberia per quest'atto
sanz'armi prese, ma molte province
diêrsi a lui volentieri ad ogni patto.
O conte illustre, o signor mio, di quince
s'aprende la sentenza e 'l vero detto,
che tutte cose vince chi sé vince!
Nobil vittoria e magna, per respetto
de' giovani anni, a Scipïon fu questa,
che, per sua propria forza e suo intelletto
quella acquistò contra la gran molesta
del fier disio, allo qual chi resiste
non teme in questo mar nulla tempesta.
Tutt'altre cose, di lui lette e viste,
favor degli altri ingegni ebbon e forza
dalle posse romane insieme miste.
O magno conte e buon, Francesco Sforza,
tien ciò che del gran Publio truovi scritto
questo essere il merollo, e l'altre scorza!
È però, come appar, giusto e diritto
ch'acresca e inalzi la virtù laudata
nell'operante e fa maggior profitto.
Questa virtù nell'Affrican pregiata
debbe tanto più in te fruttar di laude
quanto al mondo e al ciel ell'è più grata,
ché la madre di Dio, che' prieghi essaude
d'ogni qualunque invoca lei col core
e per cui l'uomo il ciel racquista e gaude,
hatte visto essaudir, per lo suo amore,
e prieghi d'una vergine pulzella
rapita nelle prede e nel furore,
qual fra' denti di lupi pecorella
tratta, e a te condotta, cui bellezza
ricca ti fu vie più che poverella,
dicendoti: «O signor, la tua grandezza
dichinisi pel nome di Maria
di dare al vergin mio corpo salvezza,
sì che incorrotta al nuovo sposo i' sia
data per grazia, e per lei ti ripriego
che mi facci esso don, che 'l cor disia!
Ed io sempre pregarla a te mi lego
per la salute tua, perché ti piaccia,
o benigno signor, non farmi niego».
La qual, fattoti croce delle braccia,
udito priego tal, subito e presto,
come prigion che si disferra o slaccia,
sommergendo il disio fiero e molesto,
umil, clemente alla giusta preghiera,
desti l'effetto di ch'eri richiesto.
O virtù santa di costanzia vera!
Qui non riguardo di gentil parenti,
né dello sposo suo, che vil nat'era,
né lo sperar per lei suvvertir genti,
né province acquistar, né suvvenzione
dal suo sposo aspettar o suo seguenti,
le qual cose poteano Scipione
avere indutto a far pruova cotale
s'a donare il tesor fu liberale,
dell'altrui diè; ma quel che tu donasti
fu, rendutole il suo, tuo capitale,
del qual sie certo che 'n ciel comperasti,
per le man di Maria, que' veri beni
che per caso o per tempo mai fien guasti.
E drittamente alla fama sovieni
del tuo eccellente e magnifico padre
e' modi suoi laudabili ritieni,
che fra l'altre sue opre alte e leggiadre,
quando vincea per forza luogo o terra
colle feroce armigere sue squadre,
subito in casa, in chiesa o in qualche serra
facea salvar le donne, in tal riguardo
che l'onor lor non si perdea per guerra.
Per che, se con vittoria il tuo stendardo
vuoi, signor mio, che sempre mai si spieghi,
del qual che così sia del disio ardo,
gli umili, giusti, santi, onesti prieghi,
fatti per parte della Madre santa,
che non vorrà che Dio grazia ti nieghi,
sempre essaudisci, e di virtù t'amanta,
ché qual commesso vizio a più c'incìta,
quando nell'uom si radica e si pianta,
così un ben fatto a molti far c'invita,
onde s'acquista il ben che non vien meno,
ch'ogni altro è fummo e vento in questa vita.
Santo è il voler che tien ragion per freno,
qual or essere in te, signor, comprendo,
che m'ha di gaudio e di letizia pieno.
Il perché, affezionato omai, attendo
poter cantar di te qual d'uom felice,
ch'abbatte i van pensier, virtù seguendo.
E pregherò la vera Imperadrice
del reame del ciel che qui nel mondo,
fatto per te di fama uccel fenice,
sempre t'essauda in istato giocondo
con farti ognor salir dal bene al meglio,
mettendo gli aversarî tuoi nel fondo.
E priegoti, signor, che per tuo speglio
sempre abbi inanzi agli occhi della mente,
fin ch'al fine verrai che vien l'uom veglio,
d'onorare, adorar questa clemente
Vergine madre maiestà superna,
la qual ciò ch'a lei piace Dio consente;
perch'ella oltr'a qui darti fama eterna,
per merto dell'usata tal virtute,
vorrà che quel che 'l ciel regge e governa
t'accolga in gaudio d'eterna salute.