XVI
Arte è la vita mia: tesso e ritesso
le viscere spremute in bave d'oro:
né pur del chiuso boccio ove dimoro
m'è di volar al fin sempre concesso.
Salendo in sù di vil ginestra, appresso
le rovine al mio serico lavoro.
Così filando i giorni, arso mi moro:
Parca, Prefica insiem, tomba a me stesso.
Povero già serpendo in verdi prati,
gustai d'erboso suol dolci le brine,
senza l'ira temer d'incendii ingrati.
Ricco crebbi a l'insidie, a le rapine.
Apprenda l'Uom da me, che avari i Fati
più corrono a spogliar chi ha d'oro il crine.