XVI

By Giambattista Giraldi Cinzio

Non so signor, mentre tra il caldo e il gelo,

si trova in questa vita uomo mortale,

come possa fuggire ira del cielo,

poi ch'opporlesi uman valor non vale,

che se mai spirto involto in fragil velo,

a gli dei quasi per virtute uguale,

meritò questo privilegio avere,

più d'ognuno Ercole il devea ottenere.

E nondimen non poté mai fuggire,

mentre egli visse tra la mortal gente,

lo sdegno di Giunon, le crudeli ire,

ch'ella sempre gli fu via più inclemente

che ancor che nol potesse far morire

che non fu il nume suo tanto possente,

non cessò però mai notte, né giorno,

di fargli danno, a suo potere e scorno.

Né a empir le voglie di furore accese

le bastò che il crudele empio tiranno

sempre il mandasse a perigliose imprese,

perché indi ingiuria ricevesse e danno;

ma in tutte l'opre illustri ch'a far prese,

per torre altrui fuor d'angoscioso affanno,

come chi ogni pensiero a nuocer mette,

al danno d'Ercol sempre intenta stette.

Né inanzi essendole avenuta cosa,

onde isfogar potesse il suo dispetto,

in questa c'ho a dir oggi, gloriosa

impresa, dar volse al disegno effetto;

io vi lasciai che gente dolorosa

(s'io mi ricordo ben quel ch'io v'ho detto)

per un drago che fea strage infinita,

in Lidia, ad Ercol chiesta aveva aita.

Perch'ivi in un gran lago era il serpente

che i campi, sì col suo mortifer fiato,

struggeva che parea che il foco ardente

gli avesse consumati in ogni lato;

né questo solo, ma col crudel dente

fea, ovunque si volgea, strazio spietato,

ché quante gregge e armenti appareano ivi,

eran tutti da lui di vita privi.

L'India giamai, benché di draghi abonde

e grandi, fuor d'ogni misura, gli abbia,

non ebbe ne' suoi campi, o ver ne l'onde,

Chelidro tal, né così pien di rabbia,

questo, qualora uscia de l'acque immonde

e si stendea su la minuta sabbia,

se tori vi trovava, se corsieri,

nel ventre tutti gli mandava intieri.

Né sol le fiere, ma gli uomini ancora

qualora il fier ne le campagne entrava,

struggeva sì che mai non passava ora,

che quella bestia venenosa e prava

non traesse quale uom di vita fuora;

poscia, tornando al lago, entro una cava,

si nascondea, finché bisogno gli era

tornar di novo a mangiar uomo, o fiera.

Il sangue che ruttava, facea rossa

l'acqua dovunque egli volgea il camino,

le si vedeano uscir del ventre l'ossa

nel nuoto, o d'animale, o d'uom meschino,

e nel cavato speco era una fossa

in cui la sera il fiero ed il mattino

scarcava il ventre, in cui, per ogni parte,

si vedeano ossa d'animali sparte.

Quindi la Lidia lagrimosa e mesta

vivea, in ambascia e 'n angoscioso pianto,

né sapea via trovare, ond'ella questa

bestia uccidesse che per ogni canto

strage crudel facea per la foresta;

ed eran pieni que' meschin di tanto

timor che per l'orribile paura,

alcun non ardia uscir fuor de le mura.

Perché ancor che si fusser molti e molti

armati contra la malvagia Lue,

tosto ch'a darle assalto si fur volti,

vano ogn'ingegno e ogni lor sforzo fue,

perché tanti ne fur di vita tolti

in uno assalto che le diero o'n due;

ché per non provar più sì cruda guerra,

se ne stavano chiusi entro la terra.

Non altramente suol ne la campagna

de' conigli lo stuol ratto fuggire,

se dal ciel veggon l'aquila grifagna

impetuosamente a lor venire

che, perché senza preda ella rimagna

ne le tane si van tosto a coprire,

o chiudonsi ove son più densi i dumi

perché quel fiero augel non gli consumi.

Parte adunque per l'aspro, empio veneno,

parte perch'eran le campagne tutte

abbandonate, il viver venia meno

a le genti che 'n casa eran ridutte,

però tremava a ognun l'alma nel seno

che fusser le persone a tal condutte

ch'alfine il serpe sì non gli assediasse

ché il vivere a ciascun di lor mancasse.

Onfale adunque, che reina allora

era di Lidia e il popol tutto insieme,

prima ch'ognun di lor di fame mora,

o gli conduca l'angue a l'ore estreme,

mentre si duole ognun, mentre ognun plora

pongono in Ercol solo ogni lor speme,

certi che s'egli quella impresa accetta,

fine al timor ed a i lor danni metta.

Mandaro adunque, insino a Tebe, messi

che ad Alcide narrassero il lor caso

e gli dicesser ch'erano sì oppressi

ch'aveano inanzi a gli occhi il loro occaso;

e però, che tutti umili e demessi

(poi ch'altro aiuto lor non è rimaso)

pregavanlo ad usar la sua virtute

al loro scampo ed a la lor salute.

E che gli offrian ciò che volea nel regno

per la merce di così nobil opra;

Ercole che il valor, l'arte, l'ingegno

non per merce, ma per giovare adopra,

parendogli esser quel popolo indegno

che così miser fin sotterra il copra,

disse che ratto andrebbe ad aiutargli

non già per premio alcun, ma per salvargli.

Entraro adunque al primo albore in nave,

per gire in Lidia al venenoso drago,

ma giunti là, ciascun de i messi pave,

né alcun si vuole approssimare al lago,

nel cui mezzo era, in montuose cave,

il serpe, sol de l'altrui morte vago;

ond'Ercol solo se n'andò a quell'acque

ove di soggiornare al mostro piacque.

Ma come ei senta che un ramo di Giove

sia questi che il viene ora ad assalire,

lempio Chelidro punto non si move,

non ch'esca ad isfogar, qual solea, l'ire;

Ercol, dubbioso, non sa che via trove

per poter farlo de la tana uscire

ché non gli parve in quel gran stagno entrare

in cui non si potea guado trovare.

Largo era il lago in ogni parte un miglio,

da un folto bosco cinto da ogni intorno;

d'arder le piante prese Ercol consiglio

pria che menasse il sole altrove il giorno;

die a la cote e al focil tosto di piglio

e accolte in uno d'alno fronde e d'orno,

accese il foco e al ciel le fiamme sciolte

giro e da i venti furo a l'onde volte.

Quindi l'acqua divenne sì bollente

in poco d'ora che soffrir non valse

ne lo speco l'ardor fiero il serpente,

l'ardor che fuor d'ogni pensier l'assalse;

ond'uscì de la tana immantinente

e su il colmo del lago a un tratto salse

ma, visto d'ogni intorno ardere il foco,

a l'uscir ritrovar non seppe loco.

Qual fiera presa ne la selva folta

mentre era intenta a ritrovar pastura,

se 'n piazza condutt'è da gente molta

per farne caccia e darle morte dura,

di quà, di là gli occhi infiammati volta

sì ch'a gli spettator mette paura

e rugge e freme ne la chiusa arena,

di sdegno, di furor, di rabbia piena.

Tale il drago, pien d'ira e di veneno,

mandava a l'aria così orribil grido

che fea tremare a ognuno il cor nel seno

e risonarne e le campagne e il lido,

maggior che prima i lidi tema avieno

perché temean che il mostro fuor del nido

non fusse uscito e non avesse estinto

il forte Alcide a l'alta impresa accinto.

E sì fusse indi a la città a rivolto

per far di tutti lor strazio crudele,

or mentre occupa questi il timor molto

mentre il serpe al ciel manda agre querele,

il foco cresce intorno al lago involto,

cagion che il mostro più s'anga e querele,

guizza egli e manda a la vivace fiamma

l'acque bollenti e più che pria le infiamma.

Ché da la riva al lago ritornando,

portavano con lor maggiore arsura

e quanto giva più il serpe guizzando,

quanto ponea più a uscir di doglia cura,

tanto si venia il duol più augumentando,

il duol che l'affligea fuor di misura

e facea come augello al visco preso

che, quanto più scoteasi, era più offeso.

Così cred'io che dentro a Flegetonte,

o ver ne l'infernali ardenti Bolge,

arse l'anime sian ch'a Dio fanno onte,

quando a le pene lor Pluton le volge,

il serpe ch'a la coda ave e a la fronte

l'incendio, in cui via più sempre s'involge,

fischia aspramente e fuor, per ogni banda,

gran copia di venen, col fischio, manda.

E tanto a dentro il preme l'acqua e il fogo

che più non guizza e non si torce punto

e, senza raggirarsi, o mutar luogo,

tra quello immenso ardor, riman defunto;

l'acqua (cosa mirabil) gli fu rogo,

mentre fu da le fiamme arso e consunto;

miracol fu veder bullire il lago,

miracol vedere ivi estinto il drago.

Di questa rara e gran vittoria allegro

il forte Alcide a la città s'invia,

ove il popolo tutto afflitto ed egro

attendea strazio crudo e morte ria

e dice che mandato ha a l'orco negro

il drago, onde ciascun temer solia,

onde, veduto, che il malvagio serpe

più per l'onde non nuota, o'n terra serpe.

La reina ed il popolo gli rese

con gratissimo cor, grazie infinite,

ché liberato avesse il lor paese

dal mostro e l'aspre lor doglie finite;

il sommo Giove, cui le belle imprese

del figliuol sempre fur care e gradite,

di far quest'opra eterna si propose

e il drago in ciel, tra ambedue l'orse, pose.

Ond'a doppio ne fu offesa Giunone,

visto tra la minore orsa e Calisto

che già la fe' gelosa, anco il dracone,

e l'uno oltraggio suo con l'altro misto,

né mai gli occhi voltò al settentrione,

ove Elice veniale e il serpe visto

che trappasar non si sentisse il core

da grave intolerabile dolore.

Onde Giunon piena di sdegno tale

per ciò fu e l'ira, in tal maniera, crebbe

che disse: – Vuol pur Giove che immortale

lo scorno sia che fine aver devrebbe,

ma se il mio nume e il mio valore è quale

la grave onta ch'io soffro il chiederebbe,

spero far che da ciò tal dolore abbia

che sen morda egli e il figlio anco le labbia! –

E detto questo se n'andò in disparte

imaginando seco il modo ond'ella

potesse il suo desir far sazio in parte

e sfogar l'ira e la sua voglia fella,

il pensier quinci e quindi irata parte

e questa cosa va cercando e quella

che per questa via stessa, ond'Ercol ave

eterno onore, ella l'affliga e aggrave.

E seco dice: – Poiché non pon fiere

a colui morte dar che vince sempre,

i' vo' tacitamente oggi vedere

ch'amor così la sua fierezza tempre,

ch'ove de' mostri suol vittoria avere,

così lascivia il viril cor gli stempre

ché a i lacci sia da quella donna preso,

che dal serpe, ond'ho l'onta, egli ha difeso.

Inamorato, insin ad ora, questi

stato non è di donna e sé s'incende

d'Onfale e come suole amor l'infesti;

veggio, insino or, ch'a lei prigion si rende,

veder farò qui a segni manifesti,

qual so vendetta far di chi m'offende

perché fia sì soggetto a questa donna

che l'indurrà a vestir feminil gonna! –

Mentre tra sé Giunon questo volgea,

Onfale pregò Alcide che volesse

(poiché col suo valor tanto potea)

liberar genti sue, ch'erano oppresse

nel Efeso, da gente ingiusta e rea,

che di viver di furto ivi s'elesse

e col furor, vivendo a l'altrui spese,

turbavan tutto quanto quel paese.

E disse: – Ancora ch'io vi sia legata

sì che non penso mai l'obligo sciorre,

pur, per esservi ancor via più obligata,

voluto i' m'ho questa libertà torre,

di veder che da voi sia liberata

la gente mia, che quella gente abborre,

e se ciò cheggio a voi troppo sicura

la vostra cortesia me n'assicura. –

Ercol, che fu sempre a giovare altrui

più pronto assai, che 'n rime ora non spiego

disse: – Reina ad aiutar non fui

mai lento chi mi chiese, né mai niego

feci ad alcun, come or nol farò a vui

ch'a ben de i vostri, or mi porgete prego,

non perch'io voglia a me già più obligarvi,

ma perché pronto i' fia sempre a giovarvi.

E detto questo si voltò a l'Efeso

per liberar quella città da'ladri;

Giunon che il cor d'ira e di sdegno ha acceso

imaginando va cosa che quadri

a far che d'Onfale Ercole sia sì acceso

che si dia in preda a pensier vili ed adri;

e per finir la sua voglia maligna,

scese dal cielo e andò a trovar Ciprigna.

In un bel piano sorge in Cipro un colle

di cu' il mondo non ha loco più ameno,

ove sempre son fiori ed erba molle

e l'aura dolce e il ciel puro e sereno;

Borea, col fiato suo qui fior non tolle

e l'impeto di Noto qui vien meno;

non scende qui mai grandine dal cielo,

né vi può di rea nube oscuro velo.

Primavera di qui non è mai fora,

è ghiaccio mai le lucid'onde indura

e Zefir, con la sua diletta Flora,

ave del verde pian perpetua cura,

e mentre ei soffia ed ella l'erbe infiora,

nulla l'ira del verno il colle fura,

ond'hanno sempre i pargoletti amori

piene le mani di novelli fiori.

Sorgono ivi in bel pian cupressi e faggi

e lauri ed orni e verdeggianti mirti,

ed altri arbor domestici e silvaggi,

come cedri, ginebri, olmi e pini irti,

che fan dolce divieto a i solar raggi,

e suave ombra a gli amorosi spirti,

e su bei rami lor, da tutti i canti,

s'odon di varii augelli ameni canti.

Né sono prive qui le verdi fronde

d'amor, ma l'una arde de l'altra pianta

che Vener parimente a tutti infonde

del vivo lume suo, la virtù santa;

a l'alno in amor l'alno corrisponde

e il pin d'aver l'amor del pin si vanta,

l'un cupresso per l'altro qui sospira

e la beltà de l'un, l'altro orno mira.

I bei conigli e le fugaci damme

che se ne van per quelle felici ombre,

sentono de la dea l'ardenti fiamme

e godon che tal foco loro ingombre;

non giova al pesce perché non s'infiamme,

che il bagnin l'acque, od il bosco l'adombre,

che l'erbe, gli arbor, l'ombre di quel loco,

spirano fiamme d'amoroso foco.

Il gioco se ne va con lieto viso,

per tutte quelle verdi alme campagne,

il segue l'allegrezza, il canto e il riso,

scaccia il dolore, onde nessuno piagne,

da la speme il desio non è diviso

che la dea vuol che l'un l'altro accompagne,

perché l'un mova gli animi a infiammarsi

e l'altra gli mantenga nel foco arsi.

Siede nel mezzo di questa verdura,

un di ricco lavoro alto palagio

ch'è di maravigliosa architettura,

ove non entra povertà, o disagio;

ha di cristallo le superbe mura,

fatte dal Dio di Lenno, a suo grand'agio,

tal che per agguagliare il bel disegno

ch'avea nel cor, vi pose ogni suo ingegno.

L'alte colonne son di bel iacinto

che sostengono il ricco e nobil tetto,

di bel corallo a rose d'or dipinto,

con varii fregi di ametisto eletto,

di diaspro, di molte macchie tinto

sono le soglie e di beril perfetto,

d'acate è il pavimento e ne la corte

son d'alabastro fin tutte le porte.

A l'alta stanza, ov'ha la dea soggiorno

mena vaghezza ognun ch'ir vi desia,

e con dolce sembianza e viso adorno,

l'accompagna il diletto per la via;

custodiscon la porta d'ogni intorno

superba pompa e vaga leggiadria

lascivia dà di entrare a ognun licenza

e vanità gli fa grata accoglienza.

L'adulazione è cameriera fida

che la persuasione ha sempre appresso

e la credenza, ciascun ch'entra, affida,

sì che dà fede a ciò che gli è promesso;

par che, con la bugia, l'inganno rida

d'avere a la dea loro altri sommesso

e par che il giuramento se ne goda

che, col suo mezzo, altrui si faccia froda.

Tra costoro si va ricchezza altiera

di porpora vestita e di fin'oro

e si pensa d'aver ciò ch'ella spera,

col versare in gran copia il suo tesoro;

e perché lo sperar quivi non pera,

sempre son le promesse fra costoro

che col dar speme altrui d'esser contento,

gli lascian poi le man piene di vento.

Se ne sta l'ira a la inconstanza a lato

e tra lo dolce altrui mescola il fele,

e fa che chi si trova in lieto stato,

ha spesso gran cagion d'alte querele;

ma la perseveranza, che beato

promette fare ognun che sia fedele,

a' cori altrui pone catene e lacci

perché non escan mai fuori d'impacci.

La gelosia sempre ave il dubbio a mano

e fa temer chi più sicur si pensa,

tal ch'un cenno, un parlare, un atto umano,

il gelo pon ne l'altrui fiamma accensa;

si vede spesso, per timore insano,

la mente de l'amante esser suspensa

e dimostrare, a manifesto effetto,

che non è gran beltà senza sospetto.

Tra grati odori e tra oziose piume,

l'Accidia tiene qui il più caro nido;

qui d'indorar gli strali ha per costume

e di accender le faci il fier Cupido

e ascoso ne' bei rai di vivo lume,

impiaga i cori altrui per ogni lido;

scorta gli face vaga giovanezza

e gli impenna gli strali ognor bellezza.

L'occasion se ne va sempre in giro

e mostra a ognun la capillosa fronte,

seco ha la penitenza ed il martiro

che resta con colui che non l'affronte;

felici color son che non patiro

ch'ella fuggisse e con le mani pronte,

duce avendo l'audacia, ne' capelli

le diedero di piglio altieri e snelli.

La vaga dea, temuta ed onorata

da questa cara a lei dolce famiglia,

se ne sta altiera e sua bellezza guata

e vede che sé sola ella simiglia;

riverente l'è a torno la brigata

e la ubidisce a un sol bassar di ciglia,

le son mai sempre intorno le tre grazie

che non si pon veder d'ornarla sazie.

Giunone a questo luoco il camin tenne

e Vener ritrovò che l'ali al figlio

poliva e gli acconciava quelle penne

che le lievi aure avean messe in scompiglio;

Venere incontra subito le venne,

con lieta fronte e con benigno ciglio

l'accolse poscia e la cagion le chiese

perché, dal ciel, venisse al suo paese.

Giunone allor: – Io so che non ti è ignoto

qual mi dia doglia il figlio d'Alcumena

e come ogni pensier mio è gito a vuoto

per porlo a morte e son rimasa in pena;

onde il desir, d'empire in parte il voto,

dal cielo a queste parti a te mi mena,

pensandomi poter, sol col tuo aiuto,

dar effetto a un pensier ch'or m'è venuto.

Io non ti cheggio che l'uccida, o strazii,

ché so che questo invan ti chiederei;

ché il rio fato non vuol ch'alcun ringrazii,

perché n ciò sian compiti i desir miei,

cerco che 'n una cosa sol mi sazii

(il che, senza disdetto alcun far dei)

che facci che il tuo figlio l'arco prenda

e d'Onfale di Lidia, Ercole accenda.

E lei di lui e sì l'un l'altro sproni

l'ardore, onde fia questa e quegli acceso

ché vinti d'amorose passioni,

solo a compiacer l'un l'altro sia inteso;

Ercole è andato a i Cercopi ladroni,

per liberar da quel rio seme Efeso

e già torna: tu fa ch'amor sia in punto

perché sia di stral d'oro ella ed ei punto.

Far non potreste la più bella impresa

tu ed il figliuol, né più degna di pregio

e tal grazia da me ve ne sia resa,

ch'agguaglierò questo gran fatto egregio,

resta che non mi sia da te contesa

questa dimanda e s'io te, Vener, pregio,

(come ti mostra quel di ch'or ti prego)

di grazia tal tu non mi dei far niego! –

Non era ancor tra Venere e Giunone

per la beltà del ricco pomo d'oro,

nata la gara e quella gran tenzone

che fe' che poscia ambe nemiche foro

perché vinta, rimase al paragone

de la beltà, la dea del sommo coro;

ond'allor Vener, in atto cortese,

risposta quale ella volea, le rese.

Dicendole che poiché degnata era

di chiederle soccorso in cosa tale,

infiammar gli faria di tal maniera

che non arse così mai cor mortale;

la sdegnosa Giunon, che veder spera

effetto in questo, al suo desire uguale,

a Vener rese molte grazie e poi

se ne tornò nel cielo, a i luochi suoi.

Onfale desta, un bianco torchio piglia,

e al tempio di Giunon veloce vassi

e a l'imago levando ambe le ciglia,

prega ch'i sogni suoi non vadan cassi;

si vide (cosa di gran maraviglia)

la effigie de la dea, di bianchi sassi,

chinar la testa, onde la donna vide

che era il suo bene esser congiunta a Alcide.

Tra tanto il novo sol nel cielo apparve

ond'a gli offici suoi fu ciascun desto;

Idonia inanzi ad Onfale comparve

come sol atta a terminare il resto

e diss'elle: – Onfale, a Giunone parve

che men venissi a te con passo presto

per poterti ammonir, per dimostrarti

qualora ingegno usar debba e qual arti.

Per ottener la grazia la qualora

Giunone vuol che per tuo ben, tu ottenga,

la qual'è ch'a colui che il mondo onora,

tu (quanto esser può più ) cara divenga! –

Le rese grazie la reina allora

e disse: – Purché per mio ben ciò avenga

ad ubidirvi pronta mi averete

e tutto quel farò che m'imporrete! –

Qual chi vuol dare assalto ad una torre,

poscia che il tutto ha ben seco discorso,

comincia la battaglia a i luochi porre,

ove possa impedire ogni soccorso,

e tanto in questa e 'n quella parte scorre,

tanto le batte i fianchi, il petto e il dorso

ch'a terra cade, tal allora fece

Idonia, insin ch'a pien si sodisfece.

Ornata la donzella, come fusse

per celebrar le nozze in simil giorno,

fe' Idonia ch'a la stanza si ridusse,

ove soleva aver lieto soggiorno;

Alcide, in questo mezzo, a lei condusse

i malvagi ladron, co i lacci intorno

e le fece saper che tornato era,

vinta la gente scelerata e fiera.

Fu introdutto Ercol ne la real corte,

ove Onfale era con le sue donzelle,

né sì tosto passate ebbe le porte

ch'Idonia, con quattro altre damigelle,

gli si fe' incontra, con maniere accorte,

e tutte vaghe, leggiadrette e snelle

le dissero: – Signor, la donna nostra

mandate n'ha qui a la presenzia vostra.

perché lei col suo regno vi offeriamo

e insieme seco tutte quante nui,

poscia che sol per voi vita viviamo

lieta e però tutta si dona a vui:

ben per lo valor vostro, vi preghiamo,

che se giamai curaste il bene altrui

come ci siamo a voi cortesi date,

così da danno ognor ci difendiate! –

Ercole che non meno era cortese

tra le donne che forte tra i guerrieri,

risposta a Idonia e a le donzelle rese

che diversa non fu da'lor pensieri;

Idonia poscia per la mano il prese

e gli disse: – Signor mio, volentieri

vi veggo qui, de le fatiche scarco,

di cui fuste in seguire Arezia carco.

Fin dal principio de la vostra vita,

il vostro eterno padre mi vi offerse

perch'aveste, per me, gioia infinita;

gioia che rado qui mai puote averse

ma Giunon che veder volea finita

la vita vostra, allora non sofferse

che vi appigliaste a questo sommo bene,

perché in travaglio vi moriste e 'n pene.

E vi die a lei che per usanza vecchia,

fa che nulla di bene uom mortal ave,

perché nel mal, ne le fatiche invecchia,

e more alfin, pieno d'angoscia grave:

quindi ora il padre vostro vi apparecchia

una vita sì lieta e sì soave,

che quanto mai sentiste affanno e noia,

compensato serà da questa gioia.

Perché con Onfale a la qual non fu unque

uguale, in esser bella, esser gentile,

vuol che viviate e che per voi chiunque

la desia sdegni e appo voi tenga vile

e che preponga voi solo, a qualunque

potesse a lei venir cortese e umile:

resta, signor, che il ben vostro pigliate

e nemico più a voi stesso non siate! –

Come talor sagace aquila suole

dal cauto ucellatore essere accolta,

né la giova ch'altiera al ciel sen vole,

perché ne'lacci non si trovi involta,

Ercol così da le costei parole

(non conoscendo la malizia occolta)

preso fu, benché forte e coraggioso,

con la rete de l'ozio e del riposo.

Perch'egli che già avea visto, dormendo,

il sogno del qual dianzi i' vi parlai,

di ciò lieto, tra sé disse: – I' comprendo

che nel sequire Arezia, i' m'ingannai

e che il mio bene i' son'ito fuggendo

dal dì che a domar mostri incominciai,

e che Giove mi manda ora costei,

acciò ch'io lasci Arezia e segua lei. –

Troppo è, signor, l'animo uman proclive

a lasciar le fatiche e seguir l'ozio,

e s'avien che conforto alcuno arrive

di amico, di parente, o ver di sozio,

sì che il pié ponga nel sentier declive,

lascia tosto da parte ogni negozio

e se ne va là ove il piacere il guida,

com'Ercol fe' poi ch'ebbe Idonia guida.

A la qual disse: – Poiché so che piace

al re del ciel che mi produsse in terra,

ch'io me ne viva questo resto in pace,

e qui fin abbia la mia lunga guerra,

questo anco a me (per dire il ver) non spiace,

e ben mi par che quei vaneggia ed erra

che, possendo passare il tempo in agio,

procacciando si va noia e disagio! –

E andando con Idonia passo, passo,

che già tutto di sé l'aveva tratto,

ragionando con lei, con parlar basso,

tutto cortese si mostrava in atto;

amor ch'armato l'attendeva al passo,

(come accorto l'avea la madre fatto)

ivi si stava, come augel su l'ale,

e 'n corda posto avea l'aurato strale.

Il più saldo, il più forte, il più pungente,

che 'n core uman giamai facesse piaga

e d'Onfale ne gli occhi ascosamente

si stava e la facea, nel mirar, vaga,

per porre in core a lui foco sì ardente,

qual suol porre in color ch'ei fiero impiaga,

il mena, intanto Idonia a quella stanza,

ove Onfale di stare aveva usanza.

Qual Vener suol, quando incontrar va Marte

per offrirglisi più vezzosa e bella,

la natura così aiutar con l'arte,

che è stupor e miracolo a vedella,

tal che il furor si toglie a parte.a parte

al Dio, c'ha posto ogni suo bene in quella,

onde l'asta in oblio pone e lo scudo

e tanto mite vien, quanto fu crudo.

Tale apparve costei vaga e gentile

in abito reale inanzi a Alcide,

e con dolce sembiante e signorile

si die a gir verso lui, tosto che il vide;

egli, con atto riverente e umile,

come colui che il mal suo non previde,

le si fe' incontro e le parve vedere

donna ch'ugual qui non potesse avere.

E disse: – De lo stuol che il vostro Efeso

metteva a ruba e conturbava tutto,

parte è morto da me, parte qui preso,

v'ho a la real città vostra condutto,

perché di aver quel bel popolo offeso,

da voi raccolga convenevol frutto! –

Onfale allor così presi e legati,

gli die ad esser col laccio suffocati.

Poi disse: – Tanto tenuta mi sento

a questa vostra gentilezza ch'io

di non parervi ingrata anco pavento,

se ben me vi dò in dono e il regno mio;

ma perché i' so che cor gentil contento

resta di quel ch'altri può dar, desio

che vostra cortesia me e il regno prenda

e stimi che così grazie le renda.

Mostrò qui Idonia che rea donna possa

quando a sovertir dassi alma pudica

e come è l'onestade in tutto scossa

da chi dianzi di lei si mostrò amica,

ave troppo efficaccia e troppa possa

il ragionar di femina impudica,

quando a vergine semplice ella è a costo

e d'indurla a disnor seco ha proposto.

Ercol ciò visto sta com'uom che fuori

viva di sé di maraviglia pieno

e gli par che non ami pur, ma adori

quel viso più che il sol chiaro e sereno,

e volto a lei disse: – Troppo alti onori

vostra merce mi fa che venir meno

mi sento ogni valore, a offerta tale

che cosa non ho in me a tal dono uguale. –

Amor, che su la corda avea la cocca

de la saetta, il valido arco tira

ed ad Ercol per gli occhi al cor la scocca,

mentre egli la beltà d'Onfale mira

che sì efficacemente il cor gli tocca

ch'altro non brama ed altro non desira

che contemplar quelle vivaci luci

ch'al suo aperto disnor gli furon duci.

Ma chi difesa avria mai far potuto

da l'insidie di sì fieri aversari,

di cui ciascun l'avea circonvenuto

con così occulti inganni e così rari?

Dunque Ercole ch'al sogno avea creduto,

non pensando ad insidie, o a casi amari,

di subito arse, come per fuoco esca

e restò preso come pesce a l'esca.

Né tocca fu da men viva facella,

Onfale che da Idonia avendo cenno

soggiunse ad Ercol, con umil favella:

– Poiché le stelle mie in sorte mi denno,

ch'io vi fussi, signore, umile ancella,

e tutta i' mi reggessi al vostro senno,

al vostro arbitrio tutta mi soppongo

e di ubidirvi sempre i' mi dispongo. –

Poscia che quinci e quindi assai fu detto

Idonia, duce al figlio d'Alcumena,

andò nutrendo in lui così l'affetto

e 'n Onfale, ch'ardea di vena, in vena,

che 'n capo a l'anno, il loro amore effetto

tal ebbe ch'un figliuol, d'immensa lena

d'ambi lor nacque e fu Lamon nomato

che 'n Lidia, al par d'ognun, fu poi pregiato.

Ma Giunone empia che tutte le guise

usar d'ingiuria contra Alcide volse

perch'egli a tempo alcun più non divise

seguire onor la fiera Idonia volse

a persuadere ad Onfale che mise

amore in lei la fiamma e ad Ercol tolse

la libertà perch'ella sopponesse

Alcide e servo sotto sé l'avesse.

Però di sé tal non gli fesse copia

che sen saziasse e 'n odio gli venisse,

ma ch'ella, qual fa donna di sé propia

si portasse con lui quando a lei gisse,

così di sé cominciò a fargli inopia

Onfale sdegnosetta il che traffisse

sì il miser che dubbioso di se stesso,

da lo sdegno e da amor fu a un tratto oppresso.

O potenza d'amor, quanto sei grande?

Quanto le forze tue ne i cori estendi?

Come ogni gran valore a terra mande?

Come ogni libera alma a i lacci prendi?

Come nascondi sotto le vivande

che paion dolci il tosco? E come rendi

mansueti i feroci? E come abbassi

gli animi altieri e gli fai vili e bassi?

Provò allora Ercol chiaramente come

si piange, in un medesmo tempo e ride,

come sian lievi le più gravi some,

com'altri a un tempo, dà vita ed ancide,

come s'ha in odio e come s'ama il nome

di chi altrui l'alma strugge e il cor conquide

come arrossisca l'uom, come s'imbianchi,

come d'ire al suo mal mai non si stanchi.

Come sé perde per cercare altrui,

come a un medesmo tempo e vive e more,

come i sereni dì si fanno bui,

come si cangi il ben tutto in dolore,

come si mute ancor che paia lui,

come si dà a una fiera in cibo il core,

come si vive tra la fiamma e il ghiaccio,

come al timor si sta e a la speme in braccio.

Come la dolcezza è grave ed acerba,

come s'è tra i martir lieto e felice,

come non duole il mal che 'n cor si serba,

come nel bene istesso altri è infelice,

come giova il languire e il gioir snerva,

come del dolce amara è la radice,

in somma come è la libertà grave

e i ceppi grati e la prigion soave.

Le maniere feroci i fatti altieri

conversi sono in accoglienze grate,

né si cura oggi più che facesse ieri

che siano l'opre sue rare e pregiate,

solo gli duol ch'Onfale in atti fieri

verso lui muti le maniere usate

e tutto attende a raddolcirle l'ira,

a questo pensa sol, questo sol mira.

A l'ombra de gli abeti con lei posa

e sen gode il soffiar de l'aura estiva

e non sa imaginar, né bramar cosa

ch'amorosa non sia tutta e lasciva,

i gigli spesso in un giunge e la rosa

e a lei gli assembra ond'ha la fiamma viva

e ove già dianzi del valore altiero,

luoco non ha più in lui maschio pensiero.

Tutte le genti che fanno soggiorno

entro la corte cerca amiche avere,

acciò che siano a la sua donna intorno

e la inducano a fare il suo volere,

onde sen va da l'uno a l'altro giorno,

tra genti molli e effeminate schiere,

cacciando lepri, dami e cervi imbelli,

a pesci ami tendendo e rete a augelli.

Tornando in sé talora e al buon discorso

di lasciar questa impresa si delibra,

ma amor che gli è di vena in vena scorso,

ed infiammato l'ha di fibra in fibra,

in guisa il preme, in guisa stringe il morso

e gli spirti infiammati sì gli cribra,

ed a far il constringe (mal suo grado)

quel ch'a la donna sua conosce a grado.

Qual falcon pellegrin ch'abbia per uso

di stare in pugno a lo strozzier legato,

tosto che il fa ad augel volare in suso

da gli occhi avendogli il capel levato,

talor disponsi a non tornar più giuso,

poi c'ha la libertà sua ricovrato,

ma vinto poscia dal lungo costume

a l'usata prigion piega le piume.

Tal Ercol fu che benché gli venisse

spesso novo desir di ricovrarsi,

pur da quel che rio amor già gli prescrisse,

non potea, o non sapeva alfin levarsi,

la superbetta che gli vedea fisse

le quadrella nel core e gli spirti arsi

quel facea ch'a le donne veggiam fare,

ché consumando altrui, fingon d'amare.

Non fu il desir d'Idonia a ciò sattollo,

ma fe' ch'a se stesso Onfale sì il tolse

ch'a le mani a le braccia, a i piedi, al collo,

a cui lo spoglio del leon già involse;

cinse le perle e l'oro e trasformollo

sì in sé che il forte Alcide il crin s'involse

in cuffia d'oro e si vestì di gonna,

come se fusse stato una vil donna.

E per lo contrario, ella de lo spoglio

superba andava del leon Nemeo

e mostrandosi in vista tutta orgoglio,

mille volte di lei temere il feo,

non menò mai romano in Campidoglio

trionfo, né erresse uomo unqua trofeo

così superbo come fe' costei,

del gran figliuol del re de gli altri dei.

Così colui che vinse ogni gran mostro

e morte diede a i fier tiranni ingiusti,

che tanto aveva ardire e valor mostro,

che vinti avea tutti gli eroi vetusti,

come fanciulla, or tra le gemme e l'ostro,

d'amor tutti gli spirti avendo adusti

e giunto a tal che vil femina il lega

e come più le piace il volve e piega.

Chiaro ben mostrò amor con questo essempio

che contra lui non val forza od ingegno

e che di noi face, a sua voglia, scempio,

quando prigioni n'ha sotto il suo regno

e che il proviam non meno acerbo ed empio,

quando queto è che quando è pien di sdegno

perché non men ci strugge ne la pace,

quando mite è che quando fier ne sface.

Or mentre intento è a le polite guanze

e ne' giuochi d'amore, Ercole è immerso,

né cura più che il suo nome s'avanze,

il nome chiaro in tutto l'universo,

ma se ne sta tra le donzelle in danze,

vestito or di color giallo, or di perso,

Giove deliberò trarlo di scorno

come vi farò chiaro al mio ritorno.