XVIII
Donne gentili in cui chiaro si vede
il gran pregio d'onore e d'onestate,
se ben l'istoria ora a contar mi chiede
lascivo amore e fiamme scelerate,
non è che macchiar voglia quella fede
che inviolabile voi sempre servate,
né che per una, o due triste, impudiche,
dir voglia voi men d'onestade amiche.
Ché non mi è novo che, più che la luce,
cara l'onestà avete e il vero onore,
ché il vostro pregio d'ogni intorno luce
e sparge di virtù raro splendore;
e più privo è che cieco de la luce
chi non conosce il vostro alto valore
e non vede che pria morir potreste
ch'esser men che pudiche e men ch'oneste.
Né solo a' nostri tempi una sì noma
che spanda di onestà lume vivace,
come già si nomò Lucrezia a Roma,
de la qual nobil fama anco non tace,
ma la lascivia da cotante è doma
in tante splende l'onestà verace,
che 'n scrivere i lor pregi e i loro onori,
stanchi se ne vedrian mille scrittori.
Ma come il loglio nasce tra il buon grano
e l'urtiche, talor tra le viole,
così tra donne d'intelletto sano
produr natura anco le sciocche suole,
che, date in preda a l'appetito insano,
dannosi a seguir sol quel ch'egli vuole,
non perché l'altre il vizio loro aggravi,
ma perché lucan più i lor desii savi.
Ché come il nero, posto a lato al bianco,
fa che il candido suo via più si scopre
e il codardo fa veder l'uom franco,
se l'uno l'arme contra l'altro adopre,
così queste ree femine fanno anco,
con le lor scelerate e malvagie opre,
ché siate tanto più caste e gentili,
quanto elle son più disoneste e vili.
Ma tra quante fuggir mai la ragione
e seguiro il desio sotto le stelle,
giamai non fu in alcuna regione,
tra quante furo mai malvage e felle,
cosa da poter porre al paragone
con questa, di cui forza è ch'or favelle,
ché de la rea Pasife l'amor empio
fu senza pari al mondo e senza essempio.
Ma prima che di lei parli, è mestiero
che per maggiore intelligenza, i' spieghi
quel ch'a pena parrà simile al vero,
ma credalo chi vuol, chi vuole il neghi,
basta a me sol che dal dritto sentiero
e da quel ch'accettato è, non mi pieghi
e che quel che narrò la gente antica,
poscia che il loco lo mi chiede, i' dica.
Era Vener la dea de la bellezza
dignissima di aver marito a lato
che fusse tutto amor, tutto vaghezza,
e non avesse in lui nulla d'ingrato,
ma del suo fier destin tal fu l'asprezza,
che le fu, per marito, un storto dato
detto Vulcan che di Giove era fabro,
di viso nero affumicato e scabro.
Il tolse Vener, per non far disdetto
al voler di suo padre, ma in tal noia
le venne tosto e 'n così gran dispetto
che più non pensò mai di sentir gioia;
quel ch'a spose novelle è di diletto,
baci, scherzi amorosi, così annoia
la dea dolente che non può sentire
maggiore ambascia, né maggior martire.
Quante fiate seco ella si dolse
ch'avesse al padre, in tal cosa, assentito
e che l'arbitrio a sé medesma tolse
di torsi a scielta sua, grato marito.
Lassa diceva: – Come mai mi volse
il rispetto del padre a tal partito?
Come indur mi lasciai di pigliar questo
storto, sciancato, a me tanto molesto?
Io che sono la dea de la beltate
mi ritrovo al più sozzo Dio congiunta
che questa età presente, o le passate
vedesser, per non n'esser mai disgiunta;
crudel del padre mio fu la pietate,
quando a costui veder mi volse aggiunta
perché sola non stessi e sciocca i' fui
a offender me, per compiacere a lui.
Dunque io, che per ragione esser devrei
quanto più bella son, tanto più allegra,
mi passerò con uno i giorni miei
che se ne sta ne la fucina negra?
Ché scielto ha il padre mio tra gli altri dei
perch'io mi viva sconsolata ed egra?
Questo non fia, né s'avrà da dolere
Vulcan se mi procaccio alcun piacere.
Io voglio ch'egli insegni ad uom deforme
di lasciar donna star bella e gentile
e di pigliar mogliera a lui conforme,
storta s'è storto e s'egli è vile, vile;
ché nobil donna e bella, troppo enorme
riceve ingiuria s'ad uom sozzo e umile
si trova giunta e saggia è se procaccia
di ritrovarsi uom che le aggradi e piaccia! –
Mentre Venere il core a questa parte
piegato avea, venir si vide, inanzi
per la strada del cielo, allegro Marte
e le par ch'egli ogni Dio bello avanzi
e disse: – Potea pur Giove a me darte
e non a quel con cui convien ch'io stanzi
ma, s'egli male elesse a danno mio,
eleggermi il mio meglio or saprò io! –
E fatta vaga di quel bel sembiante
come gli altri accendea, se stessa accese,
e ferma di volerlo per amante,
gli si offerse gentil tutta e cortese;
Marte, ch'avea mirato molto inante
la diva che Vulcan per moglie prese,
e più tosto che 'n man d'altri vederla,
avria voluto per mogliera averla.
Sì tosto che la dea contra gli venne,
gli occhi affissò nel suo divino viso,
tal ch'egli, che vittoria sempre ottenne,
vinto fu allor dal lampeggiar di un riso
e di feroce sì piacevol venne,
che non fu vinto pur, ma sì conquiso
che, spenta l'ira sua, spento il furore,
cortesia sì fe' tutto e tutto amore.
Come ambra tersa a sé festuca tira,
o come il ferro calamita fina,
così mentre che Vener Marte mira,
ella face di lui dolce rapina,
e mentre Marte in lei gli occhi anco gira,
sente che foco tal ne la fucina
di Vulcano non è, né sì gran fiamma
che pare a quella sia che il cor le infiamma.
Or, poi che l'un conobbe il desidero
de l'altro, senza far molta dimora,
cercaro di adempir ambi il pensiero,
che compir brama ognun che s'inamora;
onde concordemente ordine diero
d'esser insieme e statuiron l'ora
e il loco, in cui desser con gran diletto,
al loro amore, il desiato effetto.
Ed ambi entrati in stanza erma e riposta
vennero insieme a que' congiungimenti
con cui soglion scontar più d'una posta
quei ch'al fianco avuto han sproni pungenti;
il sole, a cui cosa nessuna è ascosta,
ché van per tutto i suoi raggi lucenti,
vide ambi loro in amoroso gioco,
dar refrigerio al loro ardente foco.
E forse pien d'invidia e di disdegno,
veduta in braccio al fier Marte, Ciprigna,
ch'egli non si tenea men di lei degno,
ché fusse Marte, con voglia maligna
di ciò dire a Vulcan fece disegno,
opra malvagia e di Dio tale indigna
e andato a lui disse che sua mogliera
con Marte in letto accompagnata s'era.
Come restar suol desioso amante
cui gelosia posto abbia duro assedio,
pallido in viso e con l'alma tremante
e pien di grave e d'incredibil tedio
se colei che desia con cor costante,
vede a le fiamme altrui porger rimedio,
tal restò allora l'infelice Dio
dal sole inteso il suo caso aspro e rio.
Ch'a la fiera novella ed improvisa,
tutto fu visto impallidir Vulcano,
sì la forza gli fu dal duol recisa
che svenne e gli caddeo il martel di mano;
tornato poscia in sé pensa e divisa
vendetta far di fatto sì villano,
e rete pensa far di mille nodi
con cui gli amanti insieme leghi e annodi.
Preso il martello in man, presa la lima
a rete salda far ratto si pose,
sottil sì che non ebbe o poscia, o prima
pare e nel letto di costor la pose:
Venere e Marte, che tutto altro stima
che sian messe nel letto insidie ascose,
tornano a lui, né sì tosto corcati
furo che si trovaro ambi legati.
Non altramente che augellino in via,
mentre a pascere il grano è tutto intento,
in rete è involto, per sua sorte ria,
da uccellator, solo ad accordo intento,
né gli giova che pronto a volar sia
sì che col volo suo superi il vento
perché si trova intorno nodi tali
che non puote al fuggire adoprar l'ali.
Potea questo bastare al Dio di Lenno
senza scoprire al ciel gli opprobri suoi,
ma l'ira sì gli tolse tutto il senno
che quel non vide allor che vide poi;
le porte aperse è a gli altri dei fe' cenno,
tal che quei de l'Occaso e de gli Eoi
lochi, là venner con gran desiderio
di veder Vener presa in adulterio.
Riser molti di loro ed altri molti
vista di Vener la beltade immensa,
esser vorriano in quelle reti involti
e che di loro ella si fusse accensa;
poi che gli dei si fur da mirar tolti,
Vulcan, rimessa la sua voglia intensa,
la moglie gastigò, poscia disciolse
ambi gli amanti e la sua rete tolse.
Qual uomo accorto che riceve ingiuria
per mezzo tal che non può far vendetta,
non si dà in preda a l'ira, od a la furia,
ma tempo e loco a risentirsi aspetta,
e se inanzi gli vien quel che l'ingiuria
allora che di lui nulla sospetta,
gli fa sentir, dal gastigo, ch'egli ave
quanto il sofferto oltraggio gli fu grave.
Tal Vener, cui l'ingiuria fu molesta,
poscia ch'intese ch'a Vulcano il sole
fatt'avea la sua colpa manifesta,
deliberò di far, ch'egli e la prole,
pena n'avesse e tutta ferma in questa
opinione, statuisce e vuole,
ch'ei di Leucote s'inamori e poscia
cangi il piacere avuto in grave angoscia.
E tutto quel ch'ella volea far, fece
per voler quella ingiuria vendicare,
e statuì d'una medesma pece,
le donne che veniam dal sol macchiare,
tal che tre, quattro e sei furo nui e diece,
che si lasciaro a vanità piegare
e seguendo il desio vano, infelici
vissero tutte e tutte meretrici.
Tal Fedra fu, tal fu l'empia Medea
e Circe tal, con molte altre con loro,
le quali in odio ed in dispetto avea
la dea, che luce nel superno coro,
queste ciò che il desio van lor ponea
in core, a seguitar lente non foro,
per lo quale pensando esser beate,
rimaser meretrici, o sconsolate.
Ma tra quelle che 'n preda al van desio
si diedero e sprezzaro il vero onore,
non vi fu donna d'animo più rio,
né di più sozzo e scelerato ardore
di Pasife;la qual, posto in oblio
la ragion tutta, piena di furore,
si die ad amar, come iuvenca, un bue
e perfin l'ebbe de le voglie sue.
Era moglie costei del re Minosse,
figlio di Giove e re di tutta Creta,
giusto quanto altro mai che 'n terra fosse,
di piacevol natura e mansueta:
fu felice egli, insin che non si mosse
fortuna a conturbar sua vita queta,
ma tosto che l'assalse ella, il più tristo
venne che giamai fusse al mondo visto.
E cagione ne fu l'esser marito
di donna che dal sol, tra mortai, nacque,
ché Marte, ch'avea seco stabilito
vendicar l'onta, che di fargli piacque,
a Febo, allora che restò schernito
nel bel letto, nel qual con Vener giacque,
volse mostrargli nel figliuolo quanto
gl'increbbe scorno aver dal sol cotanto.
Avea Minosse un figlio maschio (detto
per nome Androgeo) forte ne la lotta
quanto altro, che si avesse per perfetto
ne la palestra, ch'oggi abbiam corrotta,
ad Atene andò questi giovanetto,
ove s'era a lottar gente condotta,
e tra tutti, mostrossi così egregio
che de la lotta solo ottenne il pregio.
Quindi Marte furor pose in Egeo,
che non patisce, ch'un straniero avesse
la palma ed egli l'appetito reo
seguendo, oprò che il giovane cadesse
morto in Atene ed a una torma deo
ordine che nascosto l'uccidesse,
e così fu assalito a l'improviso
e da' malvagi, a tradimento, ucciso.
Al padre grave fu, più d'ogni stima,
del misero figliuol l'acerba morte,
e va seco pensando come opprima
chi le speranze gli ha, nel figlio, morte;
né riposò, né si quetò mai prima
che 'n punto avesse grossa armata e forte,
con questa poscia andò a' campo ad Atene
per dare a Egeo del grave error le pene.
Ma pria ch'i legni dal lito sciogliesse,
volse a Nettuno sacrificio fare
e commise al pastor che conducesse
il toro che volea sacrificare;
ma operò Marte che sì gli piacesse
l'animal che non ebbe in Creta pare,
che il serbò vivo ed uno, via men bello,
al Dio sacrificò invece di quello.
Visto Nettuno fu mostrarsi schivo
e sprezzar l'animal con sdegno aperto
e dire: – Il toro c'hai lasciato vivo
ti darà uguale a tanta ingiuria il merto,
meglio era assai, Minosse, esserne privo,
e al Dio lasciarlo a cui l'avevi offerto,
che volerlo servare e a tua ruina
mover contra di te l'ira divina! –
In Nettuno poter, benché fier, quanto
fusse alcun mai, che di Dio nome avesse,
i sacrifici inanti fatti, tanto
che non volse che il mar danno gli fesse,
ma non consentì già che darsi vanto
di averlo ingiuriato sì potesse,
e indicio tal gli die del suo disdegno
che con lui fu tutto dolente il regno.
Egli poscia che il re si fu partito,
sdegnoso mosse il toro a furor tale
che 'n altra parte mai non fu sentito
furor che fusse a quel furore uguale;
facea strage crudel, danno infinito,
in tutto quel paese, l'animale,
e non ardiva alcun di andargli incontro,
sì grave del fier toro era lo scontro.
Cretense alcun non si potea scoprire,
né forestiero, u' il toro avea soggiorno
che non fusse da lui fatto morire,
o per colpo del piede, o ver del corno:
né a pascere erba potea armento uscire,
in quanto erano campi ivi d'intorno
ché per far l'ira sazia e il furore empio,
non se ne desse il toro a far gran scempio.
Ond'era oppresso ognun da tal timore
che non ardia sotto i lor tetti stare
e di levare al toro il gran furore,
né via, né modo alcun sapea trovare,
ma amor che doma ogni feroce core,
quel che potea, qui volse anco mostrare
per far veder che da lui solo è vintoèogni valore e ogni furore estinto.
E l'infiammò d'una iuvenca bianca,
bella quanto altra mai, che pascesse erba;
acceso il toro, in lui la furia manca
e 'n amor muta l'ira aspra e superba;
di seguirla dì e notte non si stanca
ma gli si mostra ella sdegnosa e acerba,
seguela il toro e per gli campi mugge,
nol cura la iuvenca e da lui fugge.
Onde passan le notti insieme e i giorni,
né il toro goder può de la vitella;
occorse di passar per que' contorni
a Pasife, per sua fortuna fella,
ed a una soave ombra di verdi orni,
vide che ruminava il toro ed ella
l'erbe mangiate e che facea carezze,
a la iuvenca, il bue benché lo sprezze.
Bianco era il toro più che bianco latte
e più che neve che su colli fiocca,
le corna sue pareano ad arte fatte
e gli occhi ad arte fatti anco e la bocca;
vede Pasife che il bel bue combatte
dolcemente l'amante ed or le tocca
la fronte con la lingua ed ora il petto
e ch'ella fa, al suo amor, chiaro disdetto.
Qual gentil alma a gran pietà si move
se consumar, da crudel donna, vede
giovanetto amoroso, al qual non giove
né lunga servitù, né ferma fede;
ma quanto ha del suo amor più chiare prove
tanto gli nega più d'usar mercede,
tal l'insana reina allor si dolse
che la iuvenca al toro aspra esser volse.
Più d'ogn'altra la donna era lasciva
e l'appetito solo avea per guida,
e del saggio discorso in tutto priva,
fuggia de la ragion la scorta fida,
vista del toro, la iuvenca schiva,
e quanto al miser male amore arrida
danna de la iuvenca la impietade,
poi ch'ella è aversa a così gran beltade.
E disse: – Ben sei di natura fiera
poscia ch'amante tal cotanto offendi,
e te ne vai di tormentarlo altiera,
né degno de l'amor premio gli rendi;
par che tu voglia ch'egli amando pera,
con tanta crudeltà gli ti contendi,
devresti mille volte esserti mostra
cortese in questa d'orni ombrosa chiostra.
Qual suole il solfo se si appressa al foco
arder repente e mandar fuor la fiamma,
la qual lambendol tutto a poco, a poco,
dentro e difor col suo valor l'infiamma,
tale a guardare il toro in questo loco,
sente il foco destar sotto la mamma
stanca costei che l'arde il core in guisa
che le par di restar tutta conquisa.
E s'immerge così in questo pensiero
che al toro pensa sol questa donna empia
e il marito in oblio pone e l'impero
e brama sol che il suo desir s'adempia;
il desir che l'ha tolto il lume vero
e per uno animal brutto la scempia,
né vede la infelice, che disnore
sia a sé ed a le altre donne, un tal amore.
Ma che dico io altre donne, se tra loro
non si vide giamai sì strana cura?
D'uomini l'altre inamorate foro
e l'ordine seguir de la natura,
costei fu sola tra il feminil coro
come appò la mondicia e la lordura
né dar dee macchia a l'altra specie onesta
femina così rea, sì disonesta.
Creder non voglio mai, ch'amor quel fosse,
che scoccasse in costei quadrella, o strale,
ma Megera od Aletto che si mosse
da la profonda più Bolgia infernale
che tutta la ragion da costei scosse
e la converse in bestia irrazionale
ché quanti strani mostri apparver mai,
fur da sì sozzo amor vinti d'assai.
Perché del toro la malvaggia accesa,
lasciò la corte e andò ne le campagne
e si tenea da la iuvenca offesa,
visto che l'amor suo tanto il toro ange,
vorria di quella aver la forma presa
e 'n vece sua muggir tra le compagne
e par, che il van desio sì in lei sormonte,
che si cerchi le corna ne la fronte.
Qual'ebbe invidia a le figlie di Preto
che fussero in iuvenche trasformate?
Quante fiate le chiamò in secreto
più che tutte le femine beate,
poi ch'ebbero, per lor proprio decreto,
di menar con gli armenti le giornate
con forma e con sembianti ch'eran grati
a i capi de gli armenti, ivi adunati.
E dicea seco: – Ben felici furo
tra l'altre queste ed io mi sarei tale,
se star potessi, al sole ed a l'oscuro,
in compagnia del nobile animale,
bianco via più che uno armelino puro,
né mi credo, ch'a questo fusse uguale
Giove, quando fu toro e 'n groppa tolse
Europa e a queste parti il camin volse! –
Bramò che simil caso l'avenisse,
ma crudo verso lei si mostra tanto
il fier toro che l'alma le traffisse,
ch'ardimento non ha porglisi a canto,
in questa ambascia alcuni giorni visse,
tanto dolente e sconsolata, quanto
era sozzo l'amor, s'amor si debbe
chiamar lo stran desio, ch'ella in cor ebbe.
Qual uom che donna amata disiat'abbia
ed usata in averla abbia fatica
e sì sia visto seminare in sabbia,
mentre ha cerco al desio suo averla amica,
s'amar la vede altr'uom freme ed arrabbia
e poscia che la trova a sé nemica,
vorria poter ne l'altro trasformarsi
ed in sembianza altrui, tutto a lei darsi.
Tal costei, visto che quel toro amava
la iuvenca, voluto avria poterse
in lei mutare e empir la voglia prava
che le dava cagion di sì dolerse;
a gli dei boscarecci preghi dava,
sol per veder le sue membra converse
in quelle de la nobile vitella
e del toro godersi invece d'ella.
Ne la destra, con cui tener soleva
assisa in seggio d'oro, il regio scettro,
l'adunca falce spesse volte aveva
e secava erba a quello amante tetro,
e sovente la misera diceva:
– Se da lui del servir mercede impetro,
tanto mi fia questa fatica grata,
quanto da lui desio d'essere amata! –
Portava l'erba al toro, egli fuggiva,
e la donna il seguia dolente e trista
ed egli la iuvenca fuggitiva
cercava, ove fuggir l'aveva vista;
ne la donna cresea la fiamma viva
e talora, perdendolo di vista,
prega le ninfe che chiudano i passi
al toro, in guisa, ch'oltre più non passi.
Se tornava a le mandre il toro, seco
venia con le iuvenche in compagnia,
se il sol fuggendo andava in qualche speco,
gli era sempre compagna per la via,
in modo ch'a la luce, a l'aer cieco,
per ogni loco mai sempre il seguia,
tale ch'o ne le mandre, o ne le selve,
sempre ella era con lui, tra l'altre belve.
E gli dicea talor la miserella:
– Deh perché me, toro crudel, disprezzi,
e ti poni ad amare una vitella
cui non scalda amor tuo, né piegan vezzi?
Me fuggi, ai lassa e segui questa fella,
o dii chi t'ama e chi t'ha in odio apprezzi,
ed io, che per amarti il tuo amor merto,
ricevo grave ingiuria e scorno aperto! –
E porge al toro ella que' caldi preghi
ch'usar si soglion tra cortesi amanti,
perché il fiero animale a lei si pieghi
e fuor la tragga de' martiri tanti.
Ai non vedi malvagia, chi tu preghi?
Non vedi che non fu tra gli animanti
pensier più sozzo, né più sozza voglia
di questa ch'ad amor sì stran t'invoglia?
Ai s'adultera pur esser tu vuoi
ed al marito tuo mancar di fede,
perché pigliar non cerchi uno de' tuoi
sudditi ch'a ubidirti il ciel ti diede?
Così con minor biasmo saziar puoi
il rio voler e le tue fiamme fede,
ché se bene il desio van non fia domo,
meno almen peccherai, giungerti a un uomo.
Deh, muta omai pensier, donna meschina
e leva il cor da così brutto affetto,
il qual fatt'ha di te sì aspra rapina,
che perduto hai del tutto l'intelletto;
se ramenti che sei donna e reina,
avrai quel che brami or, tutto in dispetto,
ma a che su il buon camin ti richiam'io
se sol preso hai per duce il van desio?
Or non potendo il duol più ella soffrire
e sentendosi ognor più venir meno,
deliberò di non voler morire,
ma di saziare il suo appetito a pieno,
e per poterne un giorno alfin venire,
spinta dal foco che chiudea nel seno,
se n'andò a Dedal per aver rimedio
al duolo, ond'ella avea mortal assedio.
Era questi ingegnoso e ingegnose opre
fatt'avea in Creta con maestra mano;
la forsennata donna a costui scopre
il folle amore e l'appetito insano,
ed il prega che l'arte in guisa adopre
ch'ella non gli abbia porti i preghi invano,
e gli promette pregi e doni molti
purché l'ingegno a sodisfarla volti.
Com'uom che cosa alfin condutta veda
che impossibile avea tenuta prima,
non sa se quel che vede espresso veda,
tanto fuori gli par d'ogni sua stima;
così a Dedalo par, che tanto ecceda
il vero, il van desio, che costei lima,
che 'n dubbio sta s'è vero, o s'è bugia
ch'egli intenda da lei cosa sì ria.
Riprende la reina l'uom gentile,
con saggio modo e cerca distornarla
d'amor sì sozzo e da pensier sì vile
e al discorso miglior di ritornarla;
ella però desio non muta, o stile,
anzi contra di lui sdegnosa parla
e di fargli dar morte gli minaccia
se non trova la via che si compiaccia.
E gli dice: – Ché debbo io aver vergogna
di fine imporre al mio duro martoro,
se il sommo re del ciel non si vergogna
venire in terra dal celeste coro,
sol per goder, di chi godere agogna,
in forma di costui, per lo qual moro?
A schifo aver non debbono i mortali
quel ch'insegnan lor far gli dei immortali! –
Come colui che, per rea sorte, è messo
in dubbio stato e pien di gran periglio,
né a sua voglia dispor può di se stesso,
né usar fortezza, o vero usar consiglio,
ma (mal suo grado) da chi il tiene oppresso
e ogni discorso suo pone in scompiglio,
costretto è quello fare che non faria
s'avesse il suo valore, in sua balia.
Tal Dedal, che sapeva che né irato
serpe, né tigre ircana è così cruda
quanto donna che il core abbia infiammato,
e lascivo desir ne l'alma chiuda,
il riprenderla più pose da lato
e visto ch'ella vuol ch'egli conchiuda,
di farla sazia di quel che vorrebbe,
le promise che il suo desire avrebbe.
Sicuro i' son che si serebbe tolto
Dedalo fuor di quel paese allora,
ché vide a fin sì reo l'animo volto
di costei, che venia più sciocca ognora,
ma il mar vedendo a tutta Creta involto,
né navi avendo, onde n'uscisse fora,
per sodisfar costei, quel si die a fare,
che lui fe' e il figlio poscia imprigionare.
Dedal, veduto che quel toro amava
quella vaga iuvenca, fe' disegno
che quindi avesse quel ch'ella bramava,
e ratto a compir ciò voltò l'ingegno;
lei dunque uccise e per compir la prava
voglia, simil ne fece una di legno,
e de la pelle morta la coperse,
e con Pasife dentro a lui l'offerse.
Vergognossi natura e gli occhi chiuse
per non vedere in donna atto sì bieco
ché troppo stran le par ch'una donna use,
cosa tal, tratta da appetito cieco,
né sa, come ella istessa non s'accuse,
ché donna tal creasse e sì duol seco
che non fe' il toro un uomo o una vitella
lei, ch'al donnesco onor tanto è rubella.
Febo che vide l'impudica figlia
supposta come una iuvenca al toro,
in altra parte rivoltò le ciglia
e fece nubilosi i raggi d'oro;
Venere insin dal ciel si maraviglia
e tra sé dice: – Se mie voglie foro
intente a far disnore a la tua prole,
io non pensai però mai questo, o sole! –
Avanzato ha questa malvagia il mio
pensier ch'avea di vendicar l'oltraggio,
che gia mi festi, che simil desio
ne 'n lei, ne' n altra donna unqua messo aggio,
ben, nel mirare atto sì sozzo e rio,
oscurato hai con gran ragione il raggio,
né visto ho anch'io, senon con occhio torto
al sesso feminil far sì gran torto.
Ingravidossi la malvagia e 'l mostro
parturì poscia, Minotauro detto,
che chiuso fu ne l'intricato chiostro
che Dedal fabricò a simil effetto,
ma insino a qui mi basta avervi mostro
de la donna impudica il rio difetto,
a l'influsso celeste ella l'ascrisse,
né vi ebber colpa stelle erranti, o fisse.
Anzi fu pur la sua malvagia voglia,
cui la rea si piegò, come demente,
che sciocco è ben, chi seguir cosa voglia,
ch'abominevol sia tra l'altra gente
se de gli affetti vani altri si spoglia,
e segua di ragione il lume ardente,
necessità non gli può influsso imporre,
né la libertà sua mai gli può torre.
Poiché il toro l'amante sua non vide
che por gli avea fatto al furore il morso,
in ira viene e le iuvenche ancide,
ed i pastor, che son senza soccorso,
e poscia da l'armento si divide,
e piega in questa e 'n quella parte il corso
e fa tal danno, ovunque l'ira il mena,
che tutta Creta è di lamenti piena.
Quale talor se fier fulmine acceso
caccia da l'apenino immenso sasso,
che sdrucciolando giù col grave peso
mena olmi, quercie, abeti, alni a fracasso,
il pastor con le greggie, pria che sceso
sia, da la cima ne la valle al basso,
cerca fuggir, per ispedito calle,
e si lascia il rumor dopo le spalle.
Tale al furore ed a l'empito grande
del toro irato e a le crudeli prove,
onde ne cade morto in quelle bande
chiunque che col corno, o col pié trove,
temendo il popol ch'a morte nol mande
si vede ovunque il toro il passo move,
fuggir veloce e quel furor schivare
che allor sotto quel ciel non ebbe pare.
Nettuno impenetrabile la pelle
fatta gli avea perché spiedo, né spada
il potesse serir, se ben da quelle
parti a ferirlo un nuvolo ne cada,
però non giova a quelle meschinelle
genti che il ferro lor punga, né rada,
ché di durezza va quel cuoio inante,
a l'acciaio, al diaspro ed al diamante.
Di terra in terra e di città in cittade,
de la bestia crudele andò la fama;
Euristeo, intesa la sua crudeltade,
da Tebe ad Argo il forte Alcide chiama
e gli commette ch'a quelle contrade
vada il toro assalir, perch'egli brama,
che gliel conduca ad Argo; Alcide tosto
va ad essequir quel che il crudel gli ha imposto.
Perché non vuol che punto lo spaventi
l'animal, che tien l'isola inquieta,
sale la nave e dà le vele a i venti
e con prosper camin se ne va in Creta;
vede il toro crudel far de gli armenti
su il lito strazio tal che n'ave pietà
e tosto che l'ha visto, il tronco afferra
e s'apparecchia a movergli aspra guerra.
Il toro, pien di rabbia, come vede
ch'Ercole contra lui fiero si è mosso,
mugge e l'arena altier sparge col piede
e con le corna gli si lancia adosso;
Ercol col tronco ne la fronte il fiede,
ma tosto che si sente egli percosso
si tira indietro, con veloce salto,
e move ad Ercol più crudele assalto.
Qual serpe ria, da dur sasso percossa,
alza la testa gonfia di veneno,
e uscendo fuor de la fangosa fossa,
strisciando se ne vien sovra il terreno
e contra chi l'ha ad ira e a furor mossa,
vibra le lingue e cerca fare a pieno
la sua vendetta, così in ira salse
il toro, allor ch'Ercole altier l'assalse.
Raddoppia il colpo Alcide e tra le corna
il cerca di ferir con la mazza anco,
sì arretra il toro e contra lui ritorna
per volerlo ferir nel destro fianco;
Ercol si gira e punto non soggiorna
e il percuote su il tergo e al lato manco
il toro sprezza i colpi e tra le braccia
d'Ercol, le corna fulminando caccia.
Ben gli giovò che impenetrabil fosse,
per la pelle di cui vestito egli era,
quando quello animale empio il percosse
con tal furor, con fronte così altiera,
che gli rompeva tutte quante l'osse
e gli facea veder l'ultima sera,
e poco gli giovava l'esser nato
di chi senno e valor gli aveva dato.
Ché con tanto furor gli die nel petto
che potuto atterrare avrebbe un scoglio,
Ercole fermo e tutto in sé ristretto,
nulla si piega e per levar l'orgoglio,
a quel toro crudel, pien di dispetto,
gli gitta al capo del leon l'invoglio,
poi con la mazza a due man gli va al collo
per fargli in terra dar l'ultimo crollo.
Potea spezzar quel colpo a mezzo un monte
ma non poté atterrar l'empio animale
perché Nettun, per pareggiarne l'onte,
l'impeto tolse al colpo aspro e mortale;
scuote il fier toro da l'altiera fronte
il cuoio e al petto Ercol di novo assale,
gli oppone il tronco Alcide e gli dà d'urto,
cade il toro ma tosto e 'n pié risurto.
E visto che il ferir nulla gli giova
perché sempre più altiero Ercol gli è a torno
e spazio non gli dà purché si mova,
ché a cerco gli si aggira come un torno,
non vuol più contra lui venire in prova
e fuggir cerca; Ercol si appende a un corno
tolto il cuoio e col tronco tanto s'alza,
ché su la schiena al toro irato sbalza.
Chi corsiero restio, mentre camina
visto ha fermarsi in mezzo de la via
ch'or s'alza a l'aria, a terra ora si china
per non andare u' il cavalier lo invia,
o chi visto ha delfin ne la marina
onda guizzar, per la tempesta ria,
tal creda il toro, poscia ch'egli vide,
che gli era sovra il tergo asceso Alcide.
Si dibatte, si scuote e si rivolve
e salta e corre e mugge e si dimena,
si stende quanto è lungo ne la polve
e giuoca ora di calci, ora di schiena,
ambe le corna fulminando move,
per stendere Ercol morto in su l'arena,
ma gli è egli adosso col nodoso tronco
sì ch'al crudo animal l'impeto è tronco.
Or, scuoter nol potendo, entra nel mare,
muggendo sì che ne ribomban l'onde
e face tutto quel che puote fare
per porre Ercol nel mar, sì che s'affonde;
saldo Ercol sta sì che legato pare,
né teme di Nettun l'acque profonde
e mostra chiaro ch'è di Giove figlio,
poi ch'è senza timore in tal periglio.
Volse Nettun, poiché nel mar lo scorse,
al fondo trarlo e farlo ivi morire,
ma lo sdegno temprò poiché s'accorse
ch'era figlio di Giove e lasciò l'ire;
fu un pezzo il toro in mezzo il mare in forse,
s'ivi devea fermarsi, o devea gire
e al fin fermossi e parea che volesse
ch'Ercol morte con lui nel mare avesse.
Ma il preme Alcide e il fier, muggendo, mesce
il mare e al cielo andar fa l'onde bianche,
tal che si vede star sospeso il pesce,
temendo che l'umor suo non gli manche,
ma quanto più il furor nel toro cresce,
tien tanto strette più, il forte Ercol, l'anche
e con tal forza gli si mantien suso
ché con quanto sa far, nol getta giuso.
Le ninfe dal lor molle alzan la testa
piene di maraviglia e di stupore
e stupefatto il verde Glauco resta,
veggendo in uom mortal tanto valore;
Giunone allegra seco dice: – A questa
volta il nemico mio ne l'onde more! –
E l'animo ha sì in tal pensiero immerso
che le par di vederlo in mar sommerso.
Ino gentile e seco Melicerta
godon vedere il forte Ercol sì ardito
che né la morte, poco men che certa,
sicuro stia, né sia punto smarrito,
ma come, che gli sia la strada aperta
cerchi giunger col toro a l'altro lito,
per mostrare al tiranno empio e feroce,
ch'a gran virtute invidia altrui non nuoce.
Come guida la barca il buon nocchiero,
col suo temon, se non l'assal tempesta,
o come con la briglia il cavaliero
il corsiero alza e volge e preme e arresta
così Ercole col tronco, il toro fiero
regge per l'onde e il capo ora gli pesta,
or gli percuote i fianchi sì ch'appresso
(malgrado suo) sen va al Peloponesso.
Ercol, giunto ivi, a terra vuol cacciare
il toro lasso e a l'Epidauro andarsi;
egli si gira e vuol, dal più alto mare
verso il lito Cretense, anco tornarsi;
gran fatica ebbe a farlo rivoltare,
ma alfin costretto fu a lasciar guidarsi,
ché tante gli ne die a i fianchi, a la schiena,
che d'ire a terra ebbe vigore a pena.
Quale il nocchier, che travagliato sia
dal mare irato e tema morte dura,
se vede nel furor scoprirsi via
di gire in porto, o a parte altra sicura,
il legno suo, quanto più puote, invia
là, ove sorte miglior d'ir l'assicura
e al lito giunto, lieto esce dal legno,
che per sommerger fu del mar lo sdegno.
Tal Ercol giunge a terra ma non scende
del toro, anzi lo spinge arditamente
ad Argo, ma sì tosto come intende
Euristeo, che stat'è tanto possente,
che il toro gli ha condutto, si raccende
via più di sdegno e con via peggior mente,
gli face dir che tosto se ne vada,
che quel toro veder più non gli aggrada.
La mente del tiranno, al ver lume bebe,
Ercol conosce mal l'ira sua sprezza
e indi si parte e sen va dritto a Tebe,
ove è accolto da ognun con allegrezza
da le lodi de i padri e de la plebe
mandata è insino al ciel la sua fortezza,
egli de l'onor fattogli si gode
e rende al padre suo del tutto lode.
Poi vassi al tempio e vi conduce il toro
e a Giove il sacra con devoto core,
il mira il padre insin dal sommo coro
e loda d'Ercol la pietà e l'amore,
tra i segni, ch'al zodiaco affissi foro,
pose anco il toro per eterno onore
del suo figliuolo e legge gli prescrisse
che il novello anno egli col corno aprisse.
I cretensi che sepper ch'egli stato
quegli era, che dal toro aspro e crudele
aveva il lor paese liberato,
e posto fine a le lor gran querele,
non volendo che il loro animo grato
al buono Alcide, in modo alcun si cele,
mandaro insino a Tebe ambasciatori,
con lavorati argenti e con fin'ori.
I quali, dopo aver le grazie rese
al lor liberatore, in don gli diero
tutto quel ch'essi, dal lor bel paese,
portato aveano al nobile guerriero;
egli a la patria sua il diede cortese
e lodò lor del cor grato e sincero,
ma detto ho, insino a qui, di cose tante
che non debbo per oggi andar più inante.