XXIII
Di rado avien, signor, ch'a forza molta,
non sia compagna ancor molta fierezza,
e spesso al peggio uom tal l'animo volta,
e Dio del tutto e la ragione sprezza,
e gli par che gli sia la gloria tolta
se col furor, cui l'alma egli ave avezza,
dimostrandosi in un empio e possente,
sprezzando Dio non fa ciò ch'ave in mente.
Quindi è che costor, ch'usan male il dono,
ch'a lor dato ha natura, spesso fanno
ingiuria a Dio e a i mortali e spesso sono
cagione lor d'inevitabil danno,
nel vizio del quale ora i' vi ragiono.
Al tempo antico immerso fu il tiranno
ch'Ercole a Gade uccise, come imposto
gli fu da chi al suo ben sempre fu opposto.
Questo tiranno in un tre corpi avea
e sovra ciascun d'essi avea una faccia,
ed in un tempo sol tre arme movea
con sei gagliarde man, sei forti braccia,
con le quali crudel guerra facea
in campo a l'uomo.od a le fiere in caccia,
né alcuna pur religion prezzava,
ma che non fusse Dio l'empio stimava.
E rubava l'or sacro e i sacri argenti,
e ciò ch'aver poteva in terra e 'n mare,
quindi, adunati avea i più begli armenti
di buoi che si potesser ritrovare,
che tra quanti n'avean l'ispane genti;
o per far razza, o ver per immolare,
tutti i più bei nel regno aveva accolti,
non men ne i campi, che ne i tempi tolti.
Euristeo avendo inteso già quant'era
terribile il gigante di cui parlo,
e ch'egli conducea a l'ultima sera,
chiunque in Spagna andava ritrovarlo,
bramoso che per man di costui pera
Ercole, il fiero a sé fece chiamarlo
e disse: – A Gerion va ed indi i buoi
menami ch'egli tien ne' campi suoi! –
Tra quante Ercol fe' mai nobili imprese,
o volontarie, o per comandamento,
ad alcuna giamai sì non s'accese,
quanto a questa, ch'a dirvi or sono intento,
ché troppo, fuor d'ogni pensier, l'offese
il vedere in costui tanto ardimento,
che Dio sprezzando e ogni potere in terra
fesse non meno al ciel, ch'a mortai guerra.
Si mise adunque in punto; intanto il grido
uscì ch'andava a Gerione Alcide,
là onde a voce tal, di lido, in lido,
in arme tutta Grecia por si vide:
– Ma perché da me stesso i' non mi fido
potere i capitan dire e le guide
di tante genti, a voi faccio ricorso
muse e vi prego a darmi alto soccorso.
Voi setee eterne e state tra le stelle
e nulla a voi si chiude, o si nasconde,
e tenete memoria voi di quelle
cose che l'età a noi toglie e confonde,
onde, perch'io di ciò chiaro favelle,
piacciavi essermi, prego, ora seconde,
così mai sempre col suo Tirso, il core
Bacco vi tocchi e ognun v'inchine e adore! –
I capitan del figlio d'Alcumena
accolti aveano in più di mille legni,
gente d'ardire e di virtute piena,
ch'avea nel guerreggiar forze ed ingegni;
di Beozia quei d'Aulide Irpo mena,
con trenta navi sotto varii segni,
quei di Schermo, di Scolo e quei di Grea,
e tutti quei che il Micalesso avea.
In navi sei, sotto un corsiero alato,
quei di Tespia Biante e quei d'Ileso,
spiega Ida a l'aria un orso incatenato,
e 'n vinti e vinti navi ave compreso
quei d'Arma, quei d'Eritra e loro a lato
givan quei che venian dal bel paese
d'Ile, d'Ocal, di Tisbe e d'Eleona,
di Copa d'Aliarte e Medeona.
In dieci navi aveva quei d'Eutresi,
sotto un lampo di foco insieme accolto,
Lissandro, cui fur già gli spirti accesi,
da duo sereni lumi e da un bel volto,
e quantunque crudele e giorni e mesi,
colei gli fusse che gli avea il cor tolto,
non spense il foco e per insegna aveva
una fiamma che 'n vivo solfo ardeva.
Quei di Peteona anco erano seco,
quei d'Irce, quei di Glissa e di Platea,
Leucippo forte, al par d'ogn'altro greco,
quei di Midea di Lissa conducea,
in navi sei, sotto un sassoso speco,
dal quale uscire un satir si vedea,
che tendea insidie a una leggiadra ninfa
che volea uscir fuor d'una chiara linfa.
Abante in sei, sotto un vessillo aurato,
in cui dipinto è una fucina nera,
ha quei d'Onchesto, al gran Nettun sacrato,
quei d'Arno e tutta quella gente fiera
che 'n Minia l'Orcomeno avea adunato,
Egisto in altre sei sotto bandiera
vermiglia e gialla, quelli d'Antedona,
di Coroneo, di Eutresi e d'Aspledona.
La nobiltà di Tebe avea Creonte
accolta in navi sei, ricche e superbe,
e n'avea capitan fatto Cresponte,
quantunque fusse giovanetto imberbe;
questi avea una sirena in riva a un fonte
che spruzzava fresch'aura sovra l'erbe,
e con la copa in man, posta a sedere,
mostrava voler dare a un triton bere.
Menati seco avea tutti costoro
il forte Alcide, da Beozia a Creta,
il quale aveva in un stendardo d'oro,
dipinto in campo azurro, il gran pianeta,
che sovrastava a un sempre vivo alloro,
sotto l'ombra del qual, con faccia lieta,
si vedea stare una matrona bella
ch'a un gran leon, freno metteva e sella.
De gli Argonauti alcun seco non tolse
Ercol, quantunque ognun gir vi volesse,
perché di loro egli privar non volse
la Grecia, acciò ch'essi in presidio avesse,
e però con que' forti si risolse
ch'ognun di loro a la sua patria stesse,
perché da lor potesse esser difesa
la Grecia, se da alcun fusse ella offesa.
Il forte Archimedonte, Uranio e Piso
in sessanta gran navi aveano accolti
quei ch'erano al divin fiume Cefiso,
a Pitona Petrosa, orridi e incolti,
ch'attendean solo a dimostrare il viso
ver quei che contra loro erano volti,
tra questi erano quei di Panopea,
quei di Iampol, di Crissa e di Lilea.
Di Ciparisso, di Daulida e quelli
ch'onde scende il Cefiso erano al fonte,
quei d'Anemona; avea tre daini belli
Uranio e tre avoltori Archimedonte,
Piso una verginella che i capelli
tutti raccolti avea verso la fronte,
intorno a i quali eran queste parole:
"Eterno scorno, insin nel cielo, al sole!"
Questa fu una donzella tanto amata
dal cavalier, che solo era il suo bene
e non avea di lei cosa più grata,
ne 'n che ponesse più tutta la spene,
e benché cruda ella gli fusse stata,
godeva nondimen ne le sue pene
far, con l'insegna sua, palese fede,
che la costei bellezza ogn'altra eccede.
In trenta navi accolti tra i Locrensi
quei d'Opoenta e Cinno aveva Oreste,
che ne l'insegna avea, tra scogli immensi,
una nave ch'ardea ne le tempeste,
in dieci quei di Calliaro accensi
a guerra, Tisameno avea tra queste
feroci genti e quei di Bersa e quei
di Tronto, a gli osti più che gli altri rei.
Sotto insegna avea accolta questa schiera
che 'n parte era vermiglia e 'n parte bianca
nel mezzo de la quale una pantiera
era, ch'un brando avea ne la man manca;
Polidetta avea, sotto una chimera,
in altri dieci gente ardita e franca,
tolta da l'Augee e da la nobil Tarfa,
che con quelli congiunti eran di Scarfa.
Seguiti eran costor da Leonida,
ch'aveva in trenta e trenta navi unita
gente, d'Eubea, via più d'ogn'altra fida,
che nulla, appo l'onor, tenea la vita;
quei di Caristo avea, quei di Calcida,
sotto palma che tutta era fiorita,
gli Abanti, quei d'Eretria e d'Istiea
e quei che Dio e Corinto e Stira avea.
Dopo costui viene il superbo Iuba,
che 'n cinquanta gran navi ha quei d'Atene,
per porre a strazio, ad un sol suon di tuba,
color che sotto sé Gerion tiene;
nel vessillo ha, sotto una forma cuba,
un vaso, che su l'orlo ave la spene,
che verso la nemica il dito stende,
che disperata a un secco pin s'impende.
Ecco in dodici navi il forte Aminta,
condur quei d'Ermion, di Salamina,
d'Asine, d'Eiona e di Tirinta,
quei d'Epidauro e quei de la divina
Trezena, ch'è di forti mura cinta;
tutta gente atta a guerra, atta a rapina,
un toro ha questi, con aurate corna,
cui corona d'alloro il capo adorna.
Da Egina Festo mena e da Misira
gente, tutta infiammata a seguir Marte,
miseri quei, su quai sfogano l'ira,
vincangli con valore, o ver con arte,
non vede il sole in quanto lustra e gira,
gente più fiera in alcuna altra parte
gli tiene tutti accolti in navi ottanta,
sotto un triton cui verde velo amanta.
Spiegate avea le bianche vele al vento
il non meno viril che bel, Giacinto,
e conduceva in Creta in navi cento,
quei di Micena, d'Egio e di Corinto,
quei d'Ornia, di Cleona, in cui ardimento
per caso alcun mai non si vide estinto,
quei d'Elice, con quei di Aretirea,
quei che Pelene e Sicion chiudea.
Quei d'Iperesia e quei di Canoessa,
gente non forte men che saggia in guerra,
in un stendardo una corona fessa
avea costui, la qual giacea per terra;
si leggean ta' parole intorno ad essa:
"Chi congiungermi in un forse pensa, erra!"
Sopra avea una cornice che nel becco
un picciol ramo avea d'olivo secco.
Venne da Lacedemona Corace,
con quei di Brissee, d'Auge e quei di Sparte
tutta gente nemica de la pace,
come dicon di lor tutte le carte;
quei d'Amicle eran seco e quella audace
turba di Fare e avea seco in disparte
quei ch'Elo poté dar, dar Etilone,
Ilo, Arene, Arpi, Anfigenia, Eleone.
E quei di Pteleon, d'Epi, di Trio,
di Dorion, di Ciparissiente,
per morte dare a Gerione rio,
lieti venian col capitan valente,
questi portava ne l'insegna un rio,
che tutto cinto era di foco ardente,
navi avea seco diece volte diece,
di cui mai le più forti altri non fece.
Da Cefalonia conducea Durisso,
Durisso forte e pien d'alto consiglio,
sotto l'insegna d'un cenghial traffisso
da un fiero stral, tra l'uno e l'altro ciglio;
quei d'Itaca, ch'avean l'animo fisso,
por Gerion, co' suoi tutti in scompiglio,
venian quei di Crochilia e di Nerinto,
di Samo, d'Egilippa e di Zacinto.
Con quei d'Antiperea, con quei d'Epiro,
che 'n due raccolte avea, quattro e sei navi
quei d'Etolia in sessanta menava Iro,
avezzo da fanciullo a casi gravi;
sotto un vessillo bianco in cu'era un giro
rosso che 'n mezzo avea tre aurate chiavi,
v'eran quei di Pilena e di Pleurona,
di Calcida, d'Olen, di Calidona.
In venti navi aveva quei di Rodi,
il valoroso e nobile Salago,
che spiegava, legato in varii nodi,
uno immenso siluro, in mezzo un lago;
questi, con stratagemi ed altre frodi,
di vincere i nemici era sol vago,
seco avea quei di Lindo e di Iulisso,
e quei che seco in Camiro avean visso.
In tre altre navi conduceva Ciso
tutti quei che potuto avea dar Sima;
questi un giovane fu di sì bel viso
ch'avea tra belli l'eccellenza prima;
donna nol mirò mai che il cor conquiso
non avesse per lui; sotto una lima
che 'n bocca avea un serpente, egli avea uniti
quei che insieme con lui s'eran partiti.
Quei che 'n Carpato, in Caso ed in Nisira
ne l'isole Calidne ed in Coo sono,
sotto l'insegna d'una lupa dira
conduce in trenta e trenta navi Epono,
nel toccar questi la sonora lira,
e a unir col suon la voce era sì buono
che cor non era così crudo e immite,
che col canto, col suon nol fesse mite.
Tre grandi chiodi d'argento in campo rosso
spiegava a l'aria il coraggioso Lada,
in cinque volte dieci navi mosso:
avea quei di Trechina e quei d'Elada,
e il popolo d'Alon possente e grosso,
né meno atto a la lancia ch'a la spada,
con quei d'Alope e con quelli di Fzia
messi s'eran quei d'Argo insieme in via.
Iro, che non men crudo era ch'audace,
fiero di viso e grande di persona,
sotto un gigante, ch'un ardente face
teneva in man, menava quei d'Itona
e quelli di Pteleo, quei di Filace,
quei di Parraso e tutti quei d'Antrona,
tutti accolti gli avea in cinquanta barche
di munizion come di gente carche.
In altre venti navi avea Epatera,
buon parimente a pié buono a cavallo,
tutti quei di Iaoleo e quei di Fera
seguitavan costor senza intervallo,
la gente di Glafira e Bebe fiera,
guarnita di finissimo metallo,
spiegava questi una cometa a l'aria,
in bandiera via più d'ogn'altra varia.
Quei di Metone conduceva in sette
navi, molto guarnite, Eurimedone;
avea da Melibea genti altre elette,
giunte a quei di Taumacia e d'Olizone,
armati tutti d'archi e di saette,
sotto l'insegna d'un fulvo leone,
ch'un elmo aveva ne la branca destra
e un fulmine tenea ne la sinestra.
Quei d'Ecalia avea accolti in uno Nice,
vergine bella quanto altra che nome
avesse in Grecia, sotto una fenice
che tenea sotto i pié tre aurate pome,
sotto la qual anch'eran quei di Trice,
e venivan con lor quei ch'avea Itome;
in trenta legni accolti eran costoro,
tutti contenti de la duce loro.
Una vergine fu questa che nacque
di Marte fiero e de la bella Ancusa,
che compressa da lui fu lungo a l'acque
del fiume Alfeo; non fu tal vergine usa
a la conocchia, o a l'ago, ma le piacque
sempre di aver la sua persona chiusa
ne la corazza e tra l'ostili squadre
mostrar, con l'arme in man, chi l'era padre.
Tre stelle d'oro in un turchin vessillo
che donato gli avea l'avo paterno,
spiegava il valoroso e fier Carillo,
che 'n guerra parea un spirto de l'inferno;
menava questi per lo mar tranquillo,
per acquistarsi fama e onore eterno,
in quaranta gran navi quei d'Iperia,
quei di Titan, d'Ormenio e quei d'Asteria.
In ventidue menava Melicerta
tutti quelli di Cifo e d'Enieno;
questi una torre avea in due parti aperta,
la quale in mar sorgea da un largo seno,
quei di Perebe, gente a guerra esperta,
erano anco con lui, né più, né meno
vi eran quei di Dodon, di Titareso,
che va qual'Olio su il Penco sospeso.
In trenta quei d'Argissa aveva Gige
ed altri che nomar pur non ardisco,
tant'aspri han nomi, ave il nocchier di Stige
questi, col legno avinto ad un lentisco,
che mesto per lo duol si strugge e affligge,
come che privo sia del mestier prisco,
e mentre ch'egli lagrimando s'ange,
tutto pien di despitto, il remo frange.
Sotto un'aquila nera in bianchi fregi
accolti quei di Pelio e di Magnete,
e gli altri, ch'al Peneo viveano egregi,
in venti e venti navi aveva Alete;
questi, per acquistarsi eterni pregi,
sprezzava ogni riposo, ogni quiete,
quindi esser sempre bramava in tenzone
sol per poter di sé far paragone.
Diedero quei di Creta al forte Acasto,
la cura di adunar quelli di Litto,
di Melete, di Festo e di Licasto,
ch'eran di core altier d'animo invitto;
quei di Gortinia e del paese or guasto
di Gnoso, per condurgli a quel conflitto,
e tutti quei che dier cittadi cento,
per dar le vele in legni ottanta al vento.
Quei ch'Elide, Mirsin, chiude e Bubraso,
Alisio, Ermin, sino a l'Olenia Pietra,
c'han dense ciglia, con sgrignuto naso,
da cui nessun mercede in guerra impetra;
Nicandro pon sotto il possente Irpaso,
questi, per insegna ha una aurata cetra,
porta d'Apollo ad una verginella,
che ne la fronte ha una lucente stella.
Fa duce Evante a quei di Mantinea,
di Ripen, di Parrasio e di Cillene,
di quelli di Feneo, di Tegeea,
di tutti quei che l'Orcomeno tiene,
quei che Stinfalo, Stratte, Enispe avea,
sono dati in podestà a Cleomene;
Evante ha per insegna un leocorno,
Cleomene su un monte un fiorito orno.
Fassi Nicandro a tutti costor duce,
cui trenta e trenta navi Ercole in punto
mandato avea, per un detto Coluce,
perch'anco a le altre genti ei fusse giunto;
ma perché il padre fuor di questa luce,
partito era a Nicandro, ei sovraggiunto
da caso tale ad Elide andò tosto
contra quel ch'egli prima avea proposto.
Ond'ire in Creta non poté repente,
ma bene al valoroso Alcide scrisse
che insieme messo avea stuolo possente
e che, s'egli di Creta non partisse,
a lui se ne verria sicuramente,
prima che il dì trigesimo finisse;
ad Ercol parve di aspettarlo e attese
a le fiere cacciar di quel paese.
In Creta nacque e fu nodrito in Creta
Giove e di mostri Ercol la trovò piena,
che l'isola facean tutta inquieta,
e voltavan le gioie in dura pena;
ebbe di quella gente Alcide pietà
e l'isola pensò far così amena,
che veramente creder si potesse
che di Saturno Giove ivi nascesse.
Mosso Ercol dunque da l'amor del padre
e da la pietà e ebbe a quella gente,
ora egli solo, or con l'armate squadre
tigre, lupo, uccideva orso e serpente,
e tutte le rapaci fiere e ladre
che con l'unghia nocessero, o col dente,
e 'n guisa uccise ogni nociva belva,
ch'ivi più non n'apparve in piaggia, o'n selva.
Fatto ciò, di desire immenso egli arse,
di voler porre anco in sicur quel mare;
quivi le genti scelerate sparse
per tutti que' contorni, ad involare:
uccise e poscia tutte le navi arse,
con le quali solean l'onde solcare,
e dal Carpazio insino a Citerea,
per tutto il mar sicur gir si potea.
Or, nel volere a Creta far ritorno,
essendo in alto mar nube atra e fiera
tramutò in un momento, il chiaro giorno,
in notte più che densa pece, nera;
i venti vari co' lor soffi intorno
cominciaro a girar, per l'onda altiera
la barca, sì che non sapea il nocchiero
trovar di andare in Creta, il camin vero.
Da l'urtarsi che fean le nubi in aria,
baleni si vedean, si udivan tuoni,
e scendea pioggia al navicar contraria,
da por terrore a tutti i nocchier buoni;
il mar, con onda impetuosa e varia,
or la nave spingea sino a' sabbioni,
or la levava al ciel con tal furore
che tremava a ciascun nel petto il core.
Scorre di qua, di là stanca nave
e sen porta il padron qual uomo cieco,
il timido padron che più non ave,
punto di cor, punto d'ingegno seco,
sendo il legno in poter de l'onde prave,
ecco un ponente cominciò Libieco
che impetuoso spinse ne l'Egitto,
l'egro nocchier da la tempesta afflitto.
Era ivi un ampio porto che due braccia
porgea ne l'alto ch'un mezzo cerchio fea,
nel qual d'irato mar turbata faccia,
nel suo maggior furor, nulla potea;
il nocchier, che non sa quel che si faccia,
(che l'oscur de la notte gli togliea
conoscere il paese) entrò nel porto,
quanto meglio poté tra vivo e morto.
Giunto in porto il padron con molta fretta
fa ch'a l'ancore gli altri ratti vanno,
e che ne l'acque questi e quei le getta,
perché l'onde più lor non faccian danno
e il vento contra il legno invan si metta,
che tenuti gli avea in sì lungo affanno,
ma non sì tosto il giorno mena il sole
che di trovarsi ivi il nocchier si duole.
E far l'ancore trar vuol fuor de l'onde,
e di novo tornar ne la tempesta,
più tosto che restare in quel loco, onde
più teme che dal mar sorte funesta:
Vo' – disse – che più tosto il legno affonde
miseramente in mar che stare in questa
parte, ove n'ha sospinto il vento infausto,
acciò che sia di noi fatto olocausto! –
Ercole allor saper vuol la cagione
del gran timore che questi nel cor serra,
e a tutti i marinar solo si oppone,
né vuol, per modo alcun, torsi da terra:
Non creder che timor vano mi sprone
– disse il nocchier – che più tosto sotterra
ti vorresti veder ch'esser qui giunto,
u' deve ognun di noi restar defunto.
E ci potria il morir parere un gioco,
se il modo del morir più che la morte,
orribile non fusse in questo loco,
ove ci ha spinti la malvagia sorte;
svenati esser debbiamo, arsi nel foco,
né ci varrà valor, né animo forte
se qui restiamo e voglio inanzi darmi
in forza al mar che qui veder svenarmi.
E se tardiam per spazio pur d'un'ora,
ad uscir fuor di questo porto e d'uopo
che ciascuno di noi qui se ne mora,
che sarem presi, qual da gatto il topo,
da cruda gente che qui venir fuora
suole, da un monticel ch'al porto e dopo,
e quanti giungon qui tutti rapire
per fargli, come io ti dirò, morire.
Di Libia in queste parti un re a star venne,
il qual Busiri parmi che si chiame,
e tosto ch'egli occupò il regno, avenne
ch'oppresso il popol fu da estrema fame;
ché il Nilo l'onde sue tanto rattenne,
il Nil, ch'impingua il suol senza letame,
che girò il sole nove volte il cielo,
successe nove volte il caldo al gelo.
Non trovandosi a ciò rimedio alcuno
e crescendo via più sempre l'inopia,
già passati nove anni, comparve uno,
non so se greco fusse, o d'Etiopia,
e disse a questo re ch'avrebbe ognuno
in Egitto di biade una gran copia,
se al suo Dio, uomo stranier, sacrificasse,
e d'ogni pellegrin far ciò giurasse.
Al malvagio uomo il re crudel die orecchio
e non essendo allora entro al paese
uomo alcun forestier, giovane, o vecchio,
di sacrificar lui partito prese,
e fatto l'altar porre in apparecchio,
il foco incontinente su v'accese,
e batter fe' chi il consiglio gli diede
da la cima del capo, insino al piede.
E fatto ciò, qual vittima sacrollo,
poi ginocchioni il fe' porre a l'altare,
e postegli le bende al capo, al collo,
come si suol nel sacrificio fare,
con la sua propria mano il re svenollo,
e il mise tra le fiamme ad abbrugiare
e ad attender si diede, se l'effetto
gli venia che colui gli aveva detto.
Parve che il Nilo, poiché ciò fu fatto,
deponesse lo sdegno e i campi tutti,
più che mai, allagasse, in un sol tratto
e desse larghi poi la terra i frutti;
ciò visto, il re ed il figlio osservò il patto,
e quanti forestier son qui condutti,
sono da lor, con crudo e rio supplicio,
qual vittime, menati al sacrificio.
Sì che tu puoi veder se timor vano
m'occupa l'alma, o s'a ragione i' tema,
e se prima ch'andare in simil mano,
voglio che la procella in mar mi prema;
non son da riputar stordito, o insano,
né che m'occupi il cor feminil tema,
e via più tosto ch'a tal fine andare,
i' voglia la fortuna anco provare! –
Ercol disse al padron che non temesse
mentre ch'egli con lui si ritrovava,
perché giunto era il tempo che cadesse
quel rio costume e quella usanza prava,
e che il re ed il figliuol la morte avesse,
che l'uno e l'altro a i pellegrini dava,
e come uccise ei chi gli die il consiglio,
così morto cadesse anch'egli e il figlio.
Qual uomo ch'ave al collo avinto il laccio
e si vede la morte avere al fianco,
se ben detto gli vien che de l'impaccio
uscirà e sarà ancor libero e franco,
non crede a speme e dentro al core ha un ghiaccio,
che tutto il fa venir pallido e bianco
che cosa non gli par ch'avenir possa,
onde la morte sia da lui rimossa.
Tal era quel nocchier, quantunque Alcide
gli desse speme di dar morte a quello
tiranno reo che i pellegrini uccide,
con così crudo e così gran flagello,
ma il valoroso, che il timor suo vide,
tanto di valor giunse al miserello,
narrandogli le sue passate imprese,
che con lui verso Egitto il camin prese.
Andaro al colle ch'era dietro al porto
per dare a quei ladron prima il supplicio,
ma esser devendo un pellegrino morto,
chiamati il re gli aveva al sacrificio
un sol ve n'era, il qual da Ercole scorto,
gittato fu da un sasso in precipizio,
poi, per far gli altri e il re di vita casso,
a gire alla città rivolse il passo.
Or, ne l'andare a la città reale,
che dal nome del re detta è Busiri,
sente donna che dice: – Ai quanto male
Giove dal ciel le cose umane miri,
poiché lasci che sia condutto a tale
quegli ch'è il fin di tutti i miei desiri,
del quale non avea la terra mia
tra quanti n'ha più cortese alma e pia.
Ed ora in man di questo scelerato
re, che quanti mai fur crudeli avanza,
l'hai sì miseramente andar lasciato
che di salute più non vi è speranza;
sarà, misera me, dunque svenato
quegli in cui solo era ogni mia fidanza,
ed io mi rimarrò, misera, viva,
di chi era la mia vita e il mio ben priva?
Vero, oimé lassa, oimé vero non fia
che senza Alceo viva rimanga Iante,
ma se potesse pur la morte mia,
trarlo di doglie e di miserie tante,
più felice di me non fu, né fia
se morend'io, servassi il caro amante,
ma, come son misera in tutto il resto
così anco il ciel mi vuol misera in questo! –
Poscia che con mestissima favella
queste parole ebbe, piangendo, detto,
preso il coltello, la manca mammella
volea ferirsi e trappassarsi il petto,
ecco gli sovraggiunse Ercole in quella
e le tolse il pugnal che tenea stretto,
e dimandolle, perché ella ferire
si voleva e così di vita uscire.
Ai – disse ella – signor, lascia ch'io mora,
e finisca col duolo, anco la vita
perché la grave ambascia che m'accora,
non può, senon per morte, esser finita:
se mi morrò serò di dolor fora,
s'io viverò, la doglia fia infinita,
così quella ch'or pensi usar pietade,
altro alfin non serà che crudeltade! –
Insta Ercol, pur ch'ella il suo mal gli spieghi
ed ella: – La bontà che mostro m'hai
vuol che del caso mio nulla ti neghi,
ed il mio mal ti manifesti e i guai,
ma (s'appo te pon nulla i giusti preghi)
prego, poiché il mio male inteso avrai,
contento sia che per uscir di doglia
da questo miser corpo l'alma scioglia.
Io amai Alceo ne la mia prima etade,
che meco qui a i confini di Siria nacque,
e d'un tempo era meco e tal beltade
avea che vinta ogn'altra appo lei giacque,
nutrì l'amor tra noi simplicitade,
mentre io l'amassi al mio padre no spiacque,
e passavamo i dì tra noi fanciulli
in feste fanciullesche ed in trastulli.
Ma il puerile amor, che senza affanni
fu, qual tra due fanciulli esser convenne
come crebber l'etadi e crebber gli anni,
angoscia tutto e tutto duol divenne
ch'amor, che lieto fu de' nostri danni,
fe' che chiusa mio padre mi rattenne,
giunta a diece anni sì ch'a pena il volto
mirar potea di chi m'avea il cor tolto.
Io piangea notte e dì, miseramente,
d'ambascia tal di tal angoscia piena,
che venuto seria un orso clemente,
s'avesse vista la mia grave pena;
l'amante mio, non men di me, dolente,
non men misera ch'io la vita mena,
ma sciolto egli poteva or qua, or là gire,
ov'io, per modo alcun, non potea uscire.
Qual progne suol andare intorno al nido,
ond'i figliuoli suoi tolti gli furo
e con amaro e doloroso grido,
sfogar, piangendo, il duolo acerbo e duro,
tal allor giva Alceo, pien d'amor fido,
per lo tempo sereno e per l'oscuro,
intorno a la mia casa solo, solo,
sfogando co' sospir l'intenso duolo.
Suspirava il meschino e tanti dardi
m'erano i suoi sospiri e le sue voci,
e altro non potendo con gli sguardi
dava rimedio a le sue doglie atroci,
ma ancor, che dal mio padre i' mi riguardi
se n'avede egli e con grida feroci
m'assale irato e con turbata faccia,
di volermi dar morte, mi minaccia.
S'io non mi toglio da mirare Alceo,
né da mirarlo sol, ma da amarlo anco;
non credo ch'alcun mai, per caso reo,
venisse, com'io allor, pallido e bianco,
per paura il mio cor di gel sì feo,
e 'n guisa ogni vigor mi venne manco
ch'a quelle voci, piene d'acerb'ire,
inanzi al padre mio fui per morire.
Egli, che vede la mia voglia intensa,
e che pria ogni impossibile seria
che s'estinguesse in me la fiamma accensa,
e mi togliessi da la presa via,
di chiudermi in secreto loco pensa,
sì che più modo alcun non mi si dia
di poter mai veder, né udir colui
cui, da fanciulla, destinata i' fui.
E fece, come avea pensato, a punto,
che in una cella chiusa d'ogni intorno,
mi mise e fu il mio cor dal duol sì punto,
ch'io bramava veder l'ultimo giorno,
e senon ch'io temeva che consunto
il viver mio, pien di dolor, di scorno,
il mio fedele amante sen morria,
finiva allora, allor la vita mia.
Non vo' creder, signor, che cieco mai
così dolente e sconsolato resti,
poi ch'egli perdut'ha i visivi rai,
e che il suo danno si l'anga e molesti
com'io dolente e misera restai
tra pensier dolorosi, egri e funesti:
mi parve che dal cielo il sol cadesse
e tenebre ogni cosa e orror si fesse.
Pur dicea meco:"Forse averrà ancora
ch'ov'or la sorte m'è cruda e maligna,
cercherà trarmi de gli affanni fora
ed a' desiri miei serà benigna!"
Così trista aspettando pure un'ora
che mi desse merce del mio amor digna,
avvenne cosa che 'n più duol m'involse
e quanto di speranza avea mi tolse.
Però che il padre mio seco dispose,
volermi dare a un palestin per moglie,
e non sì tosto il suo pensier m'espose,
che mi occuparo il cor via maggior doglie,
benché le tenni entro al mio core ascose
come chi entro a sé duol, per tema accoglie,
e si dimostra tutto allegro in vista,
quantunque l'alma abbia dolente e trista.
M'andai pensando se da quel che il padre
mi proponea, potessi trovar via,
di trarmi un giorno fuor de le doglie adre,
ma gli dissimulai la intenzion mia,
e con la fizion, d'inganni madre,
(quel non mostrando che mostrar solia)
finsi di contentarmi che mi desse
per moglie a chi più darmi a lui piacesse.
Mi trasse allor de la prigione oscura
(che prigion si potea quel loco dire)
e pose ogni suo studio, ogni sua cura
in ricrearmi e farmi rivenire;
or, mentre questo il padre mio procura,
un fei, celatamente, ad Alceo gire,
il qual gli disse ciò ch'avenuto era
e ch'esser sol di lui volea mogliera.
E che volendo il padre mio menarmi
in contado, perch'ivi i' mi rifaccia,
potrò con lui sicuramente andarmi,
sol che quel ch'a me piace, anco a lui piaccia,
e che volendo questa grazia farmi,
venga la notte sì ch'alcun la traccia
non comprenda ed io tosto fuggirommi
seco e tutta al voler suo sopporommi.
La madre, il padre ed io in contado andiamo,
quel dì, ma il padre a la città ritorna,
io, che la notte venga aspetto e bramo,
e che tosto la luna apra le corna,
ecco, mentre ch'Alceo tacita chiamo,
sento che il messaggiero a me ritorna
e mi dice ch'Alceo viene a me ratto
per compir quel che per lui dir gli ho fatto.
La notte vien e viene il mio Alceo seco,
ed io fuori men vo' senza altra scorta,
ed ambi se n'andiam per l'aer cieco,
lasciando al messaggier chiuder la porta;
pria che il mio amante si congiunga meco,
per quello amore il prego che mi porta
ch'egli mi sposi e 'n questo mi compiaccia
e poscia a pien di me si sodisfaccia.
Così fece egli e poscia andiamo lassi,
quanto meglio potemo e giorno e notte,
posandosi or su l'erba, ora su sassi,
ora per boschi, or per solinghe grotte,
varcando asperi colli e duri passi;
tal ch'or per strade intiere, ora per rotte
giungemo, per crudel nostro destino,
in Egitto alla Siria assai vicino.
E per aver noi salvocondutto ivi,
faccian pregare il re che n'assicuri
sì che quantunque il padre mio n'arrivi,
non ci abbia, se d'averci ben procuri;
non guarda il re che siamo fuggitivi,
ma dice che non pur vuol che sicuri
siamo appo lui, ma averne tanto cari,
quanto egli si abbia i sudditi più rari.
Così n'accoglie questo re malvagio
come se stati fussimo ambi de' suoi,
cenar ne face nel real palagio
e assignar ci fa la stanza poi;
viene la notte, ove pensiamo adagio
goderci ed ecco vengon molti a noi,
i quai prendono Alceo (misera, a pena
spero potere avere a dir ciò lena).
Qual madre che dal petto trar si veda
il picciolo figliuol, per morte dargli,
si lancia contra chi n'ha fatto preda,
per non voler lasciare ingiuria fargli,
che benché invano quanto fa, succeda,
nondimen ciò che può fa, per giovargli,
e or stringe il figlio, or urta il traditore,
ch'al torle del figliuol, gli tolse il core.
Tal mi gitto ad Alceo lassa e l'abbraccio,
né il vo' lasciare in man di que' crudeli,
ed ora questo, or quel da lui discaccio,
ma non val ch'io lor spinga, o mi quereli,
ch'un di color gli avinge intorno un laccio,
(cagion che 'n mezzo il petto il cor mi geli)
poi gli legaro i pié, legar le mani,
tutti que' crudi ed arrabiati cani.
E mi cacciaro de la città gli empi,
ma rimase il cor mio dentro la terra,
col cor di quel, per cui, da tutti i tempi,
mi fece ingiusto amor sì crudel guerra;
stasera deono far del mio Alceo scempi,
que' traditori, e porlomi sotterra,
sì che tu vedi s'a ragion finire
cerco la vita e il duol col mio morire.
Però ti prego, se pietà in te puote
quel che potere in gentil l'alma deve,
che lasci che al gran duol che mi percuote,
fin doni, col finir la vita breve,
perché se tutte le celesti ruote
s'unissero a lenire il mio mal greve,
una dramma scemar non potrian sola
del gran dolor che me a me stessa invola! –
E detto ciò, di pianto amaro un fiume
con cocenti sospir la donna sparse
su il bianco sen da l'uno e l'altro lume,
né dal voler morir potea ritrarse;
Ercole allor, secondo il suo costume,
la prega ch'ella voglia consolarse,
perché egli gli darà vivo il consorte,
morto il tiranno e le sue genti morte.
Qual chi si trova in amorosa doglia
dà facile credenza a quel che vuole,
e par che lietamente i detti accoglia
di chi promette aitarlo ed il console,
tal Iante allora par che si raccoglia
e presti intiera fede a le parole
d'Ercole e il segue con sicura speme,
di tor l'amante da le pene estreme.
Mentre che Iante misera e dolente
raccontava il suo male al forte Alcide,
se n'erano iti ben velocemente
a la città, ove gli osti il crudo ancide;
entra Ercole e il nocchiero immantinente,
ella ancora che 'n Ercol si confide,
entrar non vuole ed a la porta stassi
e lascia che il nocchiero ed Ercol passi.
L'addolorata Iante for si stette,
Ercole entrò ne la città e il nocchiero,
il portonaio un manda che si affrette
e dica al re che giunto è un forestiero,
c'ha seco un servo: il messo in via si mette
ed al re se ne va pronto e leggero;
il re, ciò inteso, manda due suoi fore
ch'Alcide accolgan col mostrargli amore.
Ercol, tosto ch'uscir fuor de la torre,
a cui giunt'era, que' malvagi vide,
col tronco in mano a l'uscio si va a opporre
e il capo ad ambi, a un colpo sol divide;
poi ne la rocca impetuoso corre
e al primo incontro tutti quegli ancide
ch'erano a la custodia de la porta
ed oltra al re sen va senza altra scorta.
Ed Alceo vede in mezzo al re ed al figlio,
e che su il capo gli hanno ambi le mani,
e fanno sovra lui basso bisbiglio,
qual costume era in quegli offici insani
v'era di sacerdoti un gran conciglio,
e numer grande di quegli inumani
che crudeli, dal re crudo chiamati,
a la custodia sua stavano armati.
Ad Ercol tosto ch'egli vide il viso
de l'infelice e miser giovanetto,
di vedere il suo Ila gli fu aviso,
ch'ivi si stesse con dolente aspetto
e disse: – Ai quanto male era, ch'ucciso
fusse giovane tale! – E questo detto,
col tronco al re s'aventa e il fere e preme,
e con lui fere il crudel figlio insieme.
Cadono allor que' due malvagi in terra
non morti no, ma così rotti e infranti,
ch'era nessun di lor più atto a far guerra,
incontinente i sacerdoti, inanti
contra Ercol van per farlo andar sotterra,
col tronco egli si pon tra tutti quanti,
e proprio par, tra quella turba ria,
alano, che tra cervi entrato sia.
Non perdonan però a spiedo, né a lancia,
né a saette, né a spade i traditori,
ch'erano ivi custodi, or a la pancia
gli danno, a la schiena or colpi maggiori,
con forte braccio alcun dardo gli lancia,
perché gli passi il petto e che l'accori,
ma il cuoio del leon sì il defendea,
che vano uscia ciò che ciascun facea.
La bombarda non fa de l'alamano
stuolo quand'è ne la battaglia stretto,
come Ercol fa di quello stuol villano,
ferendogli or nel viso, ora nel petto,
copre di busti e braccia tronche il piano
e fa volare i capi insino al tetto:
a chi spezza il galone, a chi la coscia,
a chi apre il ventre con crudele angoscia.
Il crudo re e il figliuol son spettatori
de la mal messa turba, a loro amica,
con quali angoscie e con quai lor dolori,
so che chiaro egli vi è, senza ch'io il dica,
ma faceva le lor doglie maggiori
il saper che la mano a lor nemica,
aveva a far di lor sì crudi scempi
ch'esser devean d'ogni miseria essempi.
Quale il miser dannato veder suole
il manigoldo verso lui venire,
che se ben del suo fin si lagna e duole,
certo è però di nol poter fuggire,
e sa che non varran preghi, o parole,
a potere il destin fiero ammollire,
tal quegli e questi fu, tosto ch'Alcide,
venir, col tronco in man verso lor, vide.
Si diero a i preghi. Ercol:Mercé non merta
– disse – chi fu da ogni mercé lontano,
e come voi già facevate offerta
al vostro idol crudel di sangue umano,
così serà la vostra vita offerta
a lui, né punto dee parervi strano,
ch'ora debbiate quella morte fare,
ch'a gli altri voi già solevate dare! –
Mentre Ercole in mischia era ivi, il padrone
fuor de la torre andato era smarrito,
temendo non cader ne la tenzone,
se 'n quella orribil mischia egli fusse ito;
nol veggendo il figliuol d'Anfitrione
pensa che fusse de la torre uscito,
onde chiamollo e disse: – Ho uccisi i rei!
Entra, ch'io ti dirò quel che far dei! –
Sicur, ciò inteso, allora entrò il nocchiero,
Ercol le man legar dietro le rene
gli fe' a que' rei, dicendo: – Questo fiero
re, col figliuolo i' vo' ch'ora tu svene! –
Godeo il nocchier mandargli a l'orco nero,
col dare a lor le meritate pene;
morti i malvagi, Ercole, Alceo disciolse
e con lui verso Iante i passi volse.
Andando, Alceo disse: – M'avete mostro
quanto io vi debba, ma dimostro ancora
ch'avendomi voi fatto tutto vostro,
non mi posso cavar d'obligo fora,
ché se mi avete libero dal mostro,
ch'era per darmi morte allora, allora,
s'io v'offro questa vita, i' veggo ch'io
sol v'offro il vostro e nulla dò del mio.
Ma perché so ch'uomo gentil non chiede
senon quel che pon dar le forze altrui,
poiché mia vita è vostra, sol la fede
per tanto beneficio obligo a voi
che fin, che spirto avrò, che movrò piede,
rimembrando qual son, qual dianzi i' fui,
serò sempre con fe' pronto a servirvi,
e pur che comandiate, ad ubidirvi! –
Alceo quel fe' ch'uomo gentil far deve
in riconoscer singolare officio,
che troppo strano è s'un bene riceve
che non conosca poscia il beneficio,
e chi a commetter dassi error sì greve,
da Dio attender ne dee giusto supplicio,
ch'uomo alcuno da lui non è più odiato
di chi si mostra al beneficio ingrato.
Mentre così dicean, da l'empia torre
giunsero ove era la cortese Iante;
ella, Alceo visto, ad abbracciarlo corre,
lieta quant'era sconsolata inante;
tal, che dal collo non gli si sa torre,
si gode Alceo de le carezze tante
e come suscitato sia da morte,
abbraccia anch'ei la sua cara consorte.
La qual, rivolta al gran figlio di Giove,
il ringrazia che il suo fedel tolt'abbia
dal supplicio, cui par non era altrove,
s'effetto avea del re crudel la rabbia
e dice ch'ovunque ella si ritrove,
in Persia, in Palestina, od in Arabia,
sempre serà sua serva e così dice
Alceo, via più d'ogni mortal felice.
Ercole allora: – Altro da voi non chero,
ma s'Alceo, nulla pure appo te vaglio,
ti raccordo a conoscer l'amor vero
di Iante, cui nessuno amore agguaglio,
ed a te Iante, ch'ogni tuo pensiero
finisca in lui, fin d'ogni tuo travaglio,
e che tu sempre attenda a tener viva
questa tua bella fe' fin che tu viva! –
Mentre Ercol così dice ecco venire
di Iante il padre e pallida ella viene,
temendo che di sdegno pieno e d'ire
a lei non voglia dar supplici e pene;
vistala il buono Alcide impallidire,
le chiede la cagion, perché tal viene:
ella gli addita lagrimosa il padre,
onde ne teme pene acerbe ed adre.
Alcide volta a lui subito il piede
e la cagion dimanda, perché vegna:
Siro (tal nome avea) che Iante vede,
dice perché costei ch'è là sostegna
tal pena, quale il suo fallo la chiede,
e essempio a ogn'altra disleal divegna;
Ercol, che inteso avea tutte le cose,
il padre a perdonarle al fin dispose.
Parole dette fur di cortesia
di qua e di là e ciascun licenza prese;
del re la morte e de la gente ria
tra tanto la città seppe e il paese,
e allor si vide quanto grato sia
la morte d'un re crudo e discortese,
ch'ancor ch'ognuno il suo caso intendesse,
non se ne vide un, pur che si dolesse.
Anzi sapendo il popol che disceso
era Ercole da Giove imaginosse
ch'egli di giusto e divin sdegno acceso,
da Creta a quella impresa andato fosse,
onde stette ciascuno in sé sospeso,
né in favor del tiranno alcun si mosse;
Ercol sendo già il mar tranquillo, in nave
salse e andò in Creta con l'aura suave.
Giunto Ercol, l'altro dì inanzi la sera,
giunse Nicandro col suo stuolo armato;
in campo azzurro avea ne la bandiera
un braccio uman da l'umero spiccato;
chiese Ercol, perché tal la sua insegna era
ed egli il tutto vi serà narrato.
Solcando il mare Ercole, in un momento,
fece spiegar tutte le vele al vento.
E i marinari, con allegro grido,
usando a gara forza ed usando arte,
si dilungaro dal cretense lido,
andando in alto mare, a vele sparte.
Fe' entrar ne la sua barca Ercole il fido
Nicandro e il mise tra' compagni in parte,
ch'ognun di loro acconciamente udio
quel ch'a narrar verrò dimane anch'io.