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Qual altra metamorfose fu mai
magior di questa, e chi me crederia,
quantonque in dir me affaticasse assai?
Se non ch'io so sarà diffesa mia
chi 'l vidde e iudizio ha di me più intiero.
Io tacerei però che par bugia:
donque dirol, se ben paresse il vero
fizion, ch'alcuno avea capo asinino,
alcuno di leon superbo e fiero,
chi di lupo rapace e chi porcino,
chi d'orso alpestro e qual di volpe astuta,
e qual representava un babüino;
più strana cosa non fu mai veduta,
e come un rospo alcun tanto gonfio era,
che la sua forma propria avea perduta.
Una matrona molto in viso austera
guidava questo mostrüoso coro
come chi armenti guida a qualche fera,
e talor percoteva alcun di loro
con un duro flagello così forte,
che mugiar il facea come fa il toro,
e lo scacciava for de l'alte porte,
facendol ruinar con tal furore,
che a miseria cadeva in grembo o a morte.
Così ciascun di noi pien di stupore
mirava questa nova mutazione
sì intento che di sé pareva fuore;
e però tutto pien di ammirazione
pregava nostra diva il Simonetta
lo fesse chiar chi fusser tal persone.
Unde ella respondea benigna e lietta:
– Questi in la eccelsa rocca sono intrati
perché piacque a Fortuna mal discretta,
non per soi merti, e songli alcuni ingrati,
quali presumen troppo de se stessi,
mostrando gli abbia il valor suo esaltati;
non altra aita e i blandimenti spessi
da quella auti più non hanno in mente,
né creden mai potere esser depressi.
E per mostrar quanto ella sia potente,
in custodia gli ha dati a la sorella
Nemesis ch'è inimica a ogni insolente:
se alcun d'essi a Fortuna se ribella
e per superbia più de nïun cura,
questa il castiga e questa lo flagella.
Qual fuora è il volto, dentro han tal natura:
chi è indiscreto, superbo e chi rapace;
simigliano i costumi a lor figura:
quello nel fango di spurcizie giace,
l'altro come orso sempre sta in la tana
ch'odia l'aspetto uman, l'altro è fallace,
quello altro è leve e ha la mente vana
e, se 'l favor non fusse di Fortuna,
saria tenuto qual persona insana;
e l'altro ha dentro il petto una lacuna
d'un venen d'ambizion che molta sete
d'onor gli crea nel cor troppo importuna,
e però così gonfio lo vedete
questo ambizioso tanto sitibondo,
che giorno e notte mai non ha quïete
e ruina rotando in fine al fondo
più veloce ch'alcun da l'alta rocca,
per esser questo molto grave e tondo.
Però mirate qual furor li tocca,
quanto è vano il desio di questi insani,
quanto è sua impresa faticosa e sciocca.
Vedete come voi miseri umani
tratta questa fallace e si trastulla
trasformandovi in questi mostri strani,
e sono i beni soi sì come è bulla
la qual può disturbar un picciol vento,
e chi gli abracia, al fin poi stringe nulla.
Mirate a che ogni uman serve sì intento:
di fango sono i don che dona questa
e ancor perder se puono in un momento;
e se alcun pur ne la sua forma resta,
né se trasmuti dentro il gran pallaggio
per essere persona lui modesta,
non cessa già però de fargli oltraggio
e a suo piacer lo esalta e lo deprime,
né gli ha rispetto, sia prudente o saggio.
Ma quel che ascende qui a le nostre cime
vive secur né di Fortuna pave,
anzi sempre è più chiaro e più sublime,
né par l'ascender s– fatica grave,
ché affaticar per me certo non pesa
e ogni amaro faccio esser suave;
qualonque ha dil mio amor l'anima accesa,
vive sempre più lucida e immortale
la fiamma e glie fa lume in ogni impresa
e l'alza in fine al cielo in vece de ale –.