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Io sono a Staggia, ch'è la patria mia,
e de' miei primi l'antica magione,
ove l'avol mio nacque e ser Simone,
Sandro Grazzin cognominato Urria.
Nel mezzo l'attraversa un'ampia via,
per la qual vanno e vengon le persone
da Firenze e da Roma, per cagione
chi di negozi e chi di mercanzia.
Ovunque per me l'occhio, o il piè, si muove,
l'arme mia veggo dipinta e scolpita:
cosa ch'io non ho mai veduto altrove;
onde l'anima mia quasi smarrita
gusta dolcezze sì rare e sì nuove,
che mi pare acquistare un'altra vita.
Ecci copia infinita
di salvaggiumi tanto eletti e buoni,
che ci fanno afa starnotti e leproni.
Gli è ben ver che i poponi
non son come a Firenze; nondimanco
ci ristoriam col vin vermiglio e bianco,
e del Greco abbiam anco
di Somma: udite ben quel ch'io vi dico,
che il fanciullon ci tratta dall'amico.
Questo ancor vi replico,
che i vin, che noi beiam di mano in mano,
tutti vengon di Chianti e da Panzano.
Ma quel che pare strano,
lasciamo andar che sien tutti eccellenti,
son freddi sì che ci agghiacciano i denti.
Così lieti e contenti
vivendo andiamo il tempo consumando,
or uccellando, or cacciando, or pensando,
e talor cavalcando;
od a piè visitiamo i più vicini
palazzi, chiese, spedali e giardini,
luoghi tutti divini,
per ch'il paese e l'aria ci è sì bella,
ch'io ne disgrazio Fiesole o l'Antella.
Per ora altra novella,
se già nuovo capriccio non mi tocca,
non avrete da me se non a bocca.