5.
Stavan certi Filosofi parlando
Assisi intorno in dotta compagnìa,
E de' l'alma de' bruti quistionando.
Spiegando una sottil filosofìa
Nel sostenersi eran' cotanto ardenti,
Ch'esser bestia qualcun voluto avrìa.
Provavano il parer con argomenti
Da intimorire e Socrate, e Platone,
Se quivi stati fossero presenti.
Ciascuno si credea di aver ragione,
Come spesso succede, e a dirla invero,
Al mondo non vi fu simil quistione.
Chi spirto la credeva inquieto, e fiero;
Chi macchina insensata la chiamava;
E chi con bizzarrissimo pensiero
Che fossero Demonj contestava,
Che stasser de' le bestie al corpo uniti,
E in questo suo parer fisso restava.
V'erano alcuni poi cotanto arditi,
Che credevan, che fossero immortali;
Spropositi mai più nel mondo uditi!
Bella cosa veder per gli animali
Applicati, e Filosofi, e Dottori,
Come Avvocati a cause criminali.
Sembravan tanti nobili Oratori,
E si sapean difendere talmente,
Che avuti Ciceron n'avrìa timori.
Mentre la dotta turma, ed eloquente
Pensava al suo parer' onde provarlo;
Ne' la camera un cane entra repente.
Presto dov'è il baston? per discacciarlo
Ognun contro gli và; ma il cane umile
Chiede a loro, che vogliano ascoltarlo.
Essi per poco acchetano la bile,
E il can, che conoscea coteste inquiete
Risse, così parlò nel proprio stile.
A voi Signori miei gli occhi volgete,
Osservate voi stessi indi di noi,
se non vi spiace, ragionar potrete.
Doveva il saggio can parlare a voi,
Che de' difetti altrui sol vi curate,
Gli altri soltanto riprendete, e poi
Voi stessi in obblivion sempre lasciate.