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Con le lagrime agli occhi a scriver vengo,
Pierone, a voi i travagli e gli affanni,
e le nostre miserie e i nostri danni.
Saper dovete ch'Arno,
non già tranquillo, lieto, dolce e chiaro,
ma tempestoso, torbido ed amaro,
quasi empio rio tiranno
corse, ma non indarno,
anzi con tanta furia,
che non fe' solo alle sue rive ingiuria,
ma gran paese messe a saccomanno,
menando via coll'onde irate e fiere,
vigne, poderi e case intere intere,
senza aver discrezione
di bestie e di persone:
né manco ebbe riguardo o riverenza,
ché tutta intrise e imbrodolò Fiorenza;
anzi le rovinò botteghe e case
e chiese e monasteri e logge e ponti;
tal che poco rimase,
che non sentisse i suoi crudeli affronti.
Ma questi, ch'io v'ho conti
danni infiniti, e mille altre rovine,
sarebber poco alfine,
se non avesse l'empio scellerato
quel ponte rovinato,
ch'il nome tien dal trino e uno Dio;
là dove voi ed io,
il Lottino e 'l Fortino,
e Bastiano e Visino,
e Betto Arrighi e Simon della Volta
dicevamo improvviso a briglia sciolta.
E dopo a rimirar le vaghe e belle
in ciel lucenti stelle,
ch'al fermo polo van girando intorno,
stavamo quasi fino al nuovo giorno.
L'Arrigo ci mostrava il Carro e 'l Corno,
i Mercatanti, il Ladro ed Orïone,
il Cancro e lo Scorpione,
la Libra e 'l Sagittario,
i Gemini e l'Aquario,
che veder non si pon se non la notte.
E dove spesso poi cert'altre dotte,
con altri cari amici
al fresco ragionando,
disputando e burlando,
menava i giorni miei lieti e felici,
senza che mai non era,
che tra mattino e sera
non lo passassi almen sei volte il giorno;
ed or sovente vi torno e ritorno,
e me gli aggiro intorno.
Ma quando sì mal concio e guasto il miro,
non pur piango e sospiro,
ma bestemmio e m'adiro,
maledicendo il ciel e l'acqua e 'l vento;
e tanta pena sento,
ch'io esco quasi di me stesso fuori.
Pur fra tanti dolori,
fra tanti mali, un po' di ben m'aita,
questo mi tiene in vita;
ch'io ho ferma speranza un dì vedello,
e meglio inteso e maggiore e più bello.