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— Soave è 'l fischio de i fronduti pini
mossi dal vento ne l'ardor del giorno,
ma più soave è 'l suon de le tue canne.
Tu suoni così ben, che 'l primo honore
si dona a Pan e a te si dà il secondo.
— Pastor, più dolce è 'l tuo cantar soave,
che 'l mormorìo che fan di pietra in pietra
l'acque che scendon da i sassosi colli.
Tu canti equale a le celesti Muse.
— Vuoi tu, per dio, vuoi tu, mio caro Batto,
sedendo a l'ombra in questo herboso clivo
sonar, che 'n tanto pascerò 'l tuo gregge?
— Non mi lece sonar così tra 'l giorno,
ch'io temo Pan, che da la caccia stanco
suole in quest'hora propria riposarsi.
Tu sai com'egli è acerbo, e come sempre
la cholera li siede in cima il naso.
Ma tu, mio Thyrse, canta il duro fato
del nostro Daphne, e l'immatura morte.
Tu sei pur caro a le sylvestri Muse.
Sediam sotto quest'olmo, di rimpetto
a la fontana, ove riposto vedi
quel seggio pastorale e quelle quercie.
E se tu canterai come cantasti
la morte di colei che dal suo amante
morì lontana, in su la riva d'Arno,
i' ti vò dare una capretta bianca
che suol far sempre due capretti al parto,
e si munge dapoi tre volte al giorno;
darotti appresso una superba taza
di cedro, adorna di soave cera,
nuova, ch'anchor ha in sé l'odor del torno;
questa ha du' orecchi, a questa i labbri cinge
hedera sparia di fioretti d'oro,
dentro ha scolpita una leggiadra donna,
che d'ogni lato ha un giovinetto amante,
e l'un con l'altro per amor contende;
ella di ciò non cura, anzi ridente
hor guarda l'uno et hor si volge a l'altro,
onde ciascun d'ardente amore acceso,
si strugge dentro e si consuma indarno.
Evvi ancho un pescator, dopo costoro,
che getta in mare una profonda rete,
e poi l'accoglie; e tanto s'affatica
con forza giovenil, benché sia vecchio,
ch'enfiate ha sopra il col tutte le vene.
Poco lontano a lui siede un fanciullo
che guarda l'uve in una amena vigna,
e due volpi vi sono, e l'una intende
a i frutti e l'altra insidia a quella tasca
sua pastorale, ove ha riposto il pane;
ma quel di giunchi una gabbiuza tesse;
di che s'allegra sì che non risguarda
la tasca, e meno a le commesse piante.
Di sotto poi circa il ben posto fondo
v'ha molte foglie di civile acanto.
Questa mi diede un greco, il qual per nave
l'havea recata, et io gli diè una capra
per premio et un grassissimo capretto.
Questa tocca non ho con le mie labbra,
ma riposta la serbo, e a te darolla,
se tu vuoi celebrar l'extinto amico.
— Date principio, Muse, al mesto canto.
Il vostro Thyrse, ch'in Italia alberga,
vicino a l'Alpe, in su 'l bel fiume d'Agno,
lega le voci sue dolenti in versi.
Date principio, Muse, al mesto canto.
Ove eravate, alhor, leggiadre Nymphe,
sopra il Parnaso, o su l'amato Pindo,
o presso al Tebro, o ne la riva d'Arno,
quando Daphne provò l'ultima sera?
Certo non eravate in quel terreno,
ove la Brenta e 'l Bacchiglion se insala,
né dove Venda e Ruvolon se inalza,
né là dove Benaco al mar s'agguaglia,
che sareste venute al suo languire.
Date principio, Muse, al mesto canto.
La morte di costui pianseno i lupi,
et i leoni e gli aspidi e le tigre;
piansenla i boschi, le campagne e i solli.
Reggete, Muse, questo amaro canto.
I mesti tori e le juvenche afflitte
e le triste vitelle eran distese
dinanzi a i piedi suoi piangendo forte.
Reggete, Muse, questo amaro canto.
Venne dal cielo una pietosa Nympha,
e disse: — Daphne, a me diletto e caro,
dura, dura fu troppo la tua sorte —.
Reggete, Muse, questo amaro canto.
Poi che Marte crudel ti spinse fuori
del nido bel che tra 'l Tesino e l'Adda
chiudeva i tuoi sì fortunati armenti,
fu sempre il viver tuo carco d'affanni.
Reggete, Muse, questo amaro canto.
Qual è quel mal che non provasti poi?
Qual è quel mal che ti lasciasse alquanto
godere in libertà de la tua vita?
La madre e l'un fratel vedesti morti,
e l'altro preso in man de' suoi nimici,
le case ruinate, arse le mandre,
gli armenti in preda, e 'n tutti i paschi sangue.
Reggete, Muse, questo amaro canto.
Ma non però la tua fortuna adversa
punto dal dritto e buon camin ti torse;
che quando fosti infermo, e talhor privo
di vista in tutto, sempre havesti cura
de' miei precetti e del percosso armento.
Reggete, Muse, questo amaro canto.
Et io, poi che non posso altro donarti,
né ti posso tener più tempo in vita,
harò cura di te mill'anni e mille.
Reggete, Muse, questo amaro canto.
Daphne, volgendo al cielo ambe le luci,
disse con voce intrepida e virile:
— Fortuna adversa, e voi feroci mali,
che circondato la mia vita havete,
prendete pur di lei l'ultime spoglie,
che gran gloria vi fia, se armati e forti
vincete un homo disarmato e infermo;
a me fia grazia uscir di tanti affanni.
Reggete, Muse, questo amaro canto.
O orsi, o lupi, o fiere aspre e selvagge,
state con dio; voi più non m'udirete
per queste selve numerar gli armenti.
Reggete, Muse, questo amaro canto.
O fonti, o fiumi, che fondete l'onde
nel superbo Adrian, seguite in pace
il vostro eterno e fortunato corso.
Daphne, che qui pascea gli afflitti armenti,
Daphne, che 'n voi li conduceva a bere,
hor si diparte di partenza eterna.
Reggete, Muse, questo amaro canto.
O Pan, se sopra il Menalo dimori,
o sopra il gran Lyceo, deh, lascia alquanto
quei cari luoghi e quelle amate selve,
e vien, Signore, a prender la sampogna
dolce che tu donasti al tuo fedele,
et e' per suo destin l'usò sì rado.
Reggete, Muse, questo amaro canto.
E tu che se' dal ciel venuta in terra,
Nympha gentil, da lui m'impetra grazia,
che libero ch'io sia da questi lupi,
non mi fian chiuse le sue belle mandre.
Reggete, Muse, questo amaro canto.
Ma voi, cari Bifolci, e voi, Pastori,
non vi scordate il vostro amato Daphne.
Daphne ch'amava voi più che se stesso;
ch'io vi prometto, in queste voci extreme
che sarò vostro anchor dopo la morte —.
Ponete fine, o Muse, al mesto canto.
Questo diss'egli, e poi perdé la voce,
e rese l'alma al suo fattore eterno.
Ponete fine, o Muse, al mesto canto.
Così tra' suoi pastori e' suoi bifolci
morì contento il mansueto Daphne,
caro a le Muse et a sett'altre Nymphe.
E forse il miglior huom che fosse in terra.
Chiudete, Muse, questo amaro canto.
Dammi la capra e porgime la taza,
ch'io vò monger del latte et offerirlo
subitamente a le sylvestri Muse,
acciò che anchora aiutino il mio canto.
— Benedetta, Pastor, questa tua bocca,
piena foss'ella di soave mele,
di zuccaro e di latte; tu pur canti
come fa il lusignuol che 'l giorno sente.
Ecco la taza, guarda s'ella è bella,
guarda se l'odor suo ti par soave.
Vien qui, Cissetha, mungila a tuo modo.
State da canto, giovine caprette,
non scherzate, che 'l capro non vi monti.