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S'asconde il sole; un nero
Oscuro manto infra l'opaco orrore
Vedesi intorno ottenebrare il cielo,
Regna dal soglio altero,
E lo scettro leteo stende il sopore;
Tutta cuopre natura un denso velo;
Giace la terra in cieco obblìo sepolta;
Posan tranquille ne le folte selve
Le taciturne belve;
Pallide larve, e mute erran d'intorno;
Del feroce Scipion lo stuol pensoso
Occupa incerto sonno, ed affannoso.
Quando al guerriero suono
De la tibia marzial, dei rimbombanti,
Elastici metalli, e dei percossi
Timpani al forte tuono,
A l'eccheggiar di trombe risuonanti
Destansi a un tratto, e dal fragor riscossi
Lo stuol Roman, la Mauritania turba
Indossan l'armi, e gli ampj scudi alteri,
E i nobili cimieri,
Snudan gli acciari, alzan l'insegne aurate,
E d'esse al folgorar vedesi intorno
Vinta la notte, e già rinato il giorno.
Tosto al guerriero Nume
Ergesi l'ara de l'ardenti faci
Al dubbioso, ed incerto, almo splendore:
De l'elmo alter le piume
Crollando allor le forti squadre audaci
Cingonla intorno, intrepido valore
Spirando, e marzial, feroce sdegno,
Stringon la nuda spada, e la ferrata
Guerriera asta appuntata,
E qual arborea selva il vasto campo
Vedesi ricuoprir di folte, e spesse
Armi fulgenti ammonticchiata messe.
Al forte Scipio accanto
Truce nel volto maestoso, e fiero,
Reggendo in man lo scettro imperioso,
Di ricco, aurato manto
Coperto il tergo sopra il soglio altero,
Infra l'amico stuol, con minaccioso,
Torbido cuore, e con feroce aspetto,
Il forte Rè si asside: il capo cinto
Di vaghi fiori, e avvinto
D'intorte funi, de le fiere squadre
Tra le festose grida, un bue mugghiante
Traggesi a forza a l'ara sacra innante.
Con maestoso volto
S'avvanza il Sacerdote; a questo allato
Stan gli attenti ministri, ci tosto afferra,
Da bianche bende avvolto,
La sacra scure, e il bue corni–dorato
Alto–percuote: inferocito a terra
Cade quegli, e si aggira, e tenta urlando
Sorger dal suol, del proprio sangue tinto
Cozza co' corni, e spinto
Da l'atroce dolor s'infuria, il colpo
Ripete intanto il Sacerdote, e giace
Vittima uccisa il forte toro audace.
Quindi di secche legna
Ampia catasta s'innalzò, l'eletto
Licor lieo su' vi si versa; intorno
Gioia, e contento regna;
V'appicca il fuoco in dignitoso aspetto
De le sacrate, e ricche spoglie adorno
Il ministro de' Numi; arde, e distrugge
La parte de gli Dei la fiamma; intanto
Del Latin Duce accanto
Piega a terra il ginocchio umile, e chino
Il Sacerdote augusto, e le feroci
Marziali schiere al ciel mandan tai voci.
O Nume armi–possente,
Deh fa; tu il puoi; che del Romuleo stuolo
Sotto la ferrea, fulminante spada
De la Latina gente
Morda il crudele, empio tiranno il suolo,
Deh fa, che l'Oppressor trafitto cada,
Che regni libertà sul patrio soglio,
E del nemico alter su le ruine
Fiera passeggi alfine.
Tacquero quindi, e un indistinta forza
D'ira, di sdegno, e di marzial valore
D'ogni alma s'impossessa, e d'ogni cuore.
Ma già l'accesa brace
Lenta ammollì le scelte carni; allora
Nei spiedi infitte s'abbrostir: l'altera
Amica turba audace
Lieta si asside, ed esultante ognora
L'invitta a ristorar forza guerriera.
“Poichè de' cibi il natural desìo”
Si spense in lor, da colma tazza aurata
La fiera gente armata
Versa di vino alcune stille, e quindi
Libando ognun vi attinge il labbro, al forte
Nume chiedendo alto trionfo, o morte.
A la guerriera pugna
Tosto ciascun s'appresta, e lo splendente,
Aurato scudo imbraccia, e la feroce
Asta letale impugna,
E al Sanco cinge il fido acciar possente;
E qual l'alato suo dardo veloce
Squassa, e il piumato crolla alto cimiero,
E qual l'usbergo rilucente allaccia,
E morte, e orror minaccia;
Con indistinto mormorlo confuso
Cupo–fremente il forte stuol s'avvanza
Sdegno spirando, e marzial costanza.