CANTO IV

By Luigi Alamanni

In questo tempo già d'Avarco l'oste

tutte l'arme lassate avea riprese,

e nell'ordin medesmo eran riposte

le genti, apparecchiate a nuove offese.

Già l'insegne che fur per terra poste

hanno al ciel minaccianti l'ali stese,

già le trombe sonore in ogni parte

sveglian d'alto romor Bellona e Marte;

perché tosto Tristano e Maligante,

Boorte e Lïonello e gli altri insieme

dicon ch'è tempo omai di gire avante

verso 'l nemico che vicin gli preme.

Ma il magnanimo Arturo, che le sante

di lassù leggi e gli spergiuri teme

più che l'armi mortali, ordine diede

ch'affrenasse ciascun la mano e 'l piede;

poi riguardando al Ciel dicea: “Signore

che vedi aperto il tutto e 'l tutto sai,

rivolgi sovra il popol peccatore

l'aspra giustizia e i meritati guai;

e 'n quei che senti d'ogni colpa fuore

drizza di tua pietà gli ardenti rai.

La ragion pia col tuo poter difendi

e sciolto me d'ogni promessa rendi”.

Così detto fé alzar la bianca insegna

e chiamar d'ogni loco alla battaglia:

e già sopra il destrier lieto s'ingegna

di mostrar nel sembiante che gli caglia

poco de' suoi nemici, e che si tegna

tal la vittoria in man, che non l'assaglia

alcun nuovo timore; e 'n cotal dire

a i miglior, ragionando, apporta ardire:

“Valorosi miei duci e cavalieri,

andiamo al sommo onor con lieto petto,

ché ne promette Dio, degl' empi e feri

nostri avversari in questo giorno eletto,

perché il mondo conosca, e in Esso speri,

che non lasse impunito alcun difetto,

ma le cose mortali intenda e curi,

e più dell'altre tutte gli spergiuri.

E vi sovvegna poi che questi stessi

son che già tante volte avem provati,

e tante volte rotti e 'n fuga messi

che son tinte di lor le piaggie e i prati.

Or tra sì gran trionfi e così spessi

che sempre con onor saran lodati

quest'ultimo verrà sì degno e tale

che la gloria di quei farà immortale”.

Poi quindi trapassando, ove scorgea

tra' più bassi guerrieri alcun ch'al volto

si mostrasse temere, alto dicea:

“Entriam, cari fugliuoi, nel popol folto,

con sicuro pensar ché morte rea

l'aggia all'estremo dì per noi raccolto:

ma non convien tardar, che la fortuna

contra i pigri alla fin la fronte imbruna;

né dona il Ciel favore a quei che stanno

lenti a veder ciò che n' apporti l'ora,

ma solamente a quei ch'arditi vanno

con la man pronta ove se stessa onora.

Chi desia di schivar futuro danno

al presente periglio s'armi allora:

muoviamo il passo, e con sicura speme,

che non taglia il coltel dell'uom che teme”.

Seguitando oltra ancora, al loco arriva

ove de' forti Neustri avea la schiera

Blomberisse, ed a quella innanzi giva

quasi feroce cane in vista altera.

Tra gli estremi Blanor dietro seguiva

come pastor che la sua gregge intera

va mantenendo, e punge in opra o 'n detto

chi non servasse a pien l'ordin perfetto.

Contento nel suo cor, gioioso disse,

dolcemente chiamandolo, il re Arturo:

“Chi non sa il gran saver di Blomberisse

della chiara vittoria andar sicuro?

Tutte l'erranti faci e l'altre fisse

serrano in voi, più ch'adamante duro,

quanto alberga lassù valore, ond'io

sprezzo con voi fortuna e 'l destin rio”.

Ed egli a lui: “Nel buon voler ch'io porto,

quanto in cosa mortal fra noi si possa,

non è 'l vostro sperar, signore, a torto,

se rispondesse a quel la breve possa.

Sì vi promett'io ben che prima morto

sarò posto sotterra in poca fossa,

che stanco di servirvi, e d'esser tale

ch'alla vostra credenza io venga eguale”.

Rendegli grazie con sembiante umano

e 'n parlar dolce e di sue lodi adorno;

poi si volge il buon re dove Tristano

acconcia a guerra il suo sinistro corno,

e più d'un chiaro duce e capitano

e più d'un cavalier tenea d'intorno:

poi di guerrier pedestri si vedea

la grande schiera ch'alle spalle avea,

che folta nebbia sembra che dal mare

di Zefiro il soffiar sospinga a terra,

che d'atra pece oscuro fumo pare

che rabbiosa tempesta in grembo serra;

ond'il rozzo pastor tremante andare

cercando scampo alla vicina guerra

si vede, e rimenar le gregge seco

quanto può ratto al più vicino speco.

Disse allor lieto il re: “Germe onorato

del più famoso tronco che mai fusse,

dico di quel ch'a pien già mai lodato

esser non può, del buon Melïadusse:

tanto v'ha spinto in alto il vostro fato

con le natie virtù che 'n voi produsse,

ch'uopo non sono a voi conforti o preghi

perch'a nobili imprese il cor si pieghi.

Così piacesse a Dio ch'animo tale

in qualch'altro di noi spirasse ancora,

ch'assai più basse di speranza l'ale

avria Clodasso, e chi con lui dimora;

ma con voi tutto solo, e nullo eguale,

pria che dell'oceàn sia l'ombra fuora

aspetto io di veder condotto a porto

il vïaggio in fin qui dal Cielo scorto”.

Oltra passando poi, vicin ritruova

il vecchio re dell'Orcadi tra' suoi,

che l'ordine intermesso ivi rinnuova

con cerchio intorno di famosi eroi:

Eretto il figlio, a cui d'insegnar giova

ciò che in guerra conviensi, e seco poi

Patrìdo al cerchio d'oro, il brun Matanzo,

Plenoro, Matragante e 'l pio Drianzo.

Posta ch'ha de' cavai la torma innanzi

comanda: “Gite ognor ristretti insieme,

né per suo troppo ardire alcun s'avanzi

d'un passo pur, se 'l mio corruccio teme,

né dall'orma primiera ov'era dianzi

mai torni il piè, se ben la forza il preme:

che lo spavento e 'l rifuggir d'un solo

fece perder sovente un grande stuolo”.

I pedestri guerrier pose alle spalle

de' cavalieri, e fece che i migliori

fosser nel primo e nell'estremo calle,

nel mezzo i nuovi e men feroci cori:

quasi fra due gran monti un'umil valle

ch'a viva forza par ch'ivi dimori;

poi di saggi ricordi empiea le menti

l'antico duce all'ordinate genti.

Stato alquanto a mirar, l'invitto Arturo

in tai parole il buon volere apria:

“Fosse oggi il corpo alle fatiche duro

come l'invitto cor pronto saria,

padre onorato mio, ch'io son sicuro

che tutto il mondo ancor vi temeria:

fosse in altrui la debile vecchiezza,

e 'n voi la già fiorita giovinezza”.

Gli rispose il re Lago: “Or foss'io tale

qual era allor ch'apresso a Maloalto

la bella donna che non ebbe eguale

difesi solo, al periglioso assalto

di cento cavalier, che del mortale

velo spogliati al gran Fattore in alto

quaranta ne mandai, venti restaro

feriti in terra, e gli altri si salvaro!

Ma no 'l concede Dio, che tutto insieme

non vuol donare ad uno: allor mi diede

gioventù senza senno, ed or mi preme

vecchiezza tal, ma che più lunge vede;

ond'io tengo, alto re, nell'alma speme,

poi che forza non ha la man né 'l piede,

che 'l nostro consigliar fia di tal peso

che di molti il poter ne resti offeso”.

Passa oltra Arturo, e vede assai lontano

Maligante co' suoi di Vetta intorno,

e seco Bandegamo, il suo germano,

con quei della Rossia, presso a Lindorno,

ch'attendean la risposta da Tristano

se devean rimenar sotto al suo corno

le genti come prima, e ancor non era

lor tornata di ciò novella vera.

Allora irato il re dice: “O signori

tanto famosi nella vostra Gorre,

è questo il modo a guadagnar gli onori

che vi fanno a mill'altri innanzi porre,

ch'or vi restiate ascosi tra i peggiori,

quando ogni vil guerriero innanzi corre?

E voi devreste pur, s'io dritto estimi,

esser con l'arme in mano omai fra' primi”.

Tutto sdegnoso Maligante allora

rispose: “E come il cor vi può soffrire,

in cui tal senno e cortesia dimora,

a tali a torto e tale oltraggio dire?

Guardate poi quando venuta l'ora

fia dal publico segno di ferire:

e se innanzi alle nostre orma si segna

vengane pena in noi del fallo degna”.

Quando vide il gran re così turbato

quel che tanto onorò ridendo disse:

“Prendete in gioco ciò, figlio onorato

del miglior cavalier che già mai visse:

e vi sovvegna ben che in ogni stato

ho solo in voi le mie speranze fisse.

seguite pure, e 'l Ciel rivolga in gioia

questa breve tra noi passata noia”.

Così oltra passò dove Boorte

i cavalli ordinando intorno giva;

seco aveva Baveno e 'l saggio e forte

Nestore, il suo fratel, che lui seguiva,

ch'a' Belgici guerrier faceano scorte

non lunge all'Euro, su la destra riva:

i quai parendo al re starsi in riposo

comincia alto a chiamar tutto sdegnoso:

“Che tardate voi qui? Perché non sète

con gli altri omai tra le primiere squadre?

Boorte, i' dico a voi, che ritenete

il nome sol dell'onorato padre

che di null'altro al mondo ebbe mai sete

che d'esser primo all'opere leggiadre:

pronto, accorto, svegliato e senza tema,

di volor colmo e di virtude estrema.

No 'l vidi io già, ma tal per me s'udìo

il mio re Pandragon di lui narrare

quando egli uccise Rabilante il Rio

che volea la Brettagna soggiogare;

che presso a Camelotto l'assalìo,

sendo tutto soletto in riva al mare,

e quegli avea cinquanta cavalieri

de' miglior di Sassonia e de' più feri,

e 'n fra gli altri Sarondo e Filidasso:

e di tutti sol un dimorò in vita,

che fu Mogarto, a cui Boorte lasso

d'uccider tanti gli donò spedita

la strada, e comandò ch'a ratto passo

andasse a gli altri a dir come seguita

fosse fra lor quella battaglia fera,

di cui sol testimon rimaso n'era.

Tal fu il vecchio Boorte re di Gave,

a cui par che 'l figliuol simiglie poco”.

Fé d'Arturo il parlar noioso e grave

al giovin' onorato il cor di foco;

ma cugin sendo a Lancilotto, pave

di non far come quegli, e 'l prende in gioco:

ma il famoso Baveno, al re rivolto,

così dicea con arrossito volto:

“Non ne ritien, signore, in questa parte

il voler neghittoso o la viltade,

ma per muoverci a guerra con quell'arte

che si convien per l'animose strade:

né cederremmo in arme al proprio Marte,

non ch'ad altro mortale, in altra etade;

e come l'opra par ch'aperto mostri,

vie miglior ci tegniam che i padri nostri:

che quei d'alto valor, come voi dite,

perdér Gave Benicco e i regni loro,

in essiglio menar le regie vite

e nell'altrui terren sepolti foro;

ma noi con queste spade assai gradite

avem di palma e trïonfale alloro

le lor ceneri ornate, e molte terre

racquistate di lor con molte guerre”.

“Ma il pio Boorte” riprendea Baveno

dicendo “or non più no, ch'a noi non lice

di contender col re, ma tutto a pieno

ascoltando obbedir ciò ch'esso dice:

che suo sarà l'onor, se 'l Ciel sereno

gli darà della guerra il fin felice,

e se 'l contrario fia, sua la vergogna;

però ben proveder per tutto agogna”.

Così detto il destrier più innanzi sprona

e con cura maggior comanda intorno:

questo chiama e lusinga, e quello intuona

con alte voci, e gli minaccia scorno;

or percuote il cavallo, or la persona

di quei che fanno all'obbedir soggiorno:

tal che diede in un punto alla gran torma

di tutti i cavalier dovuta forma.

Or come suol Nettunno, ch'al soffiare

di Zefiro sospinto il lito inonde,

che prima di lontan si scerne il mare

montare al ciel con le sue torbid'onde,

poi come in bassa valle, ritornare,

drizzando il passo alle vicine sponde,

ove in alto mugir, di spuma carco,

gli scogli ingombra e l'arenoso varco;

così pareano allor le schiere folte,

che separate pria son poste insieme:

le quai con lento gir si son rivolte

verso il nemico suo, che già le preme.

Poi che fur più vicine, in un raccolte

con l'arme e con l'ardir le forze estreme,

con più avvisato cor, con menti nuove

si confortan fra loro all'alte prove.

Veggionsi i duci avanti, e d'essi soli

s'udian le voci esercitar l'impero:

gli altri guerrier, quai semplici figliuoli

a cui mostrino, i padri il buon sentiero,

taciti van, né l'un de i fermi poli

guarda la notte il provido nocchiero

con sì gran cura, come questi fanno

chi può loro apportar vittoria o danno.

Vengon quei di Clodasso d'altra parte

con vie più gran romor che nell'aprile

non fa la greggia, che 'l pastor diparte

da' nuovi agnei dentro al serrato ovile

per trar più largo il latte, ove in disparte

sente afflitta chiamar con prego umìle

il nutrimento suo la dolce prole,

che in voci spesse si lamenta e duole.

Eran le lingue poi verie e diverse

come vari e diversi hanno i paesi:

di contrari color son l'armi asperse,

e di mille maniere gli altri arnesi;

e ben pon quei d'Arturo anco vederse

di strane patrie: ma, gran tempo appresi

alla medesma scuola, in lor l'usanza,

come spesso adivien, natura avanza.

Già quinci e quindi si vedean volare

lo Spavento e 'l Timor con trepid'ali,

or alti in aria a suo diporto stare

or ne' cori avventar gelati strali:

poscia, scacciati, in altra parte andare,

dall'ira avversa, a cui non sono eguali;

dall'ira, ch'al principio lento il passo

muove per un sentier ch'è oscuro e basso:

indi l'ali spiegando a poco a poco

prende aperto cammin ch'al ciel sormonte;

poi fatta in vista di color di foco

infin sovra le nubi alza la fronte.

Questa adunque avvampando in ogni loco

facea del sangue altrui l'anime pronte

e nulla cura aver della sua sorte,

portando solo in cor desio di morte.

Or già il buon Maligante e 'l pio Boorte,

questo a man destra, alla sinistra quello,

a' più levi cavai facendo scorte

muovon più presti che rapace augello;

dietro lor la pedestre sua coorte

spinge il re Pelinoro e Lïonello,

le quai di frombator sono e d'arcieri,

tutti al corso prontissimi e leggieri.

Il romor de' destrier, dell'arme il suono,

de' guerrieri il gridar, l'orribil trombe

sveglian sì grave e tempestoso tuono

che 'l mar, l'aria e la terra ne rimbombe:

per cui cadute in basso aquile sono,

non pur cornici o pavide colombe;

tremò intorno la valle, e d'Euro l'onde

s'alzar crollando tra l'erbose sponde.

Mosser di quei d'Avarco, al muover loro,

non men bramosi del mortale assalto,

con genti eguali il forte Palamoro,

Farano e Loto, che seguia Verralto;

primi allo scontro a ritrovarsi foro

i cavalier, ch'adamantino smalto

quinci sembraro e quindi elette incudi,

tanto strepito fér l'arme e gli scudi.

I tronchi delle lance hanno il sentiero

in un momento sol tutto ripieno;

puossi steso veder più d'un destriero

luttar con morte e mordere il terreno:

ivi oppresso riman quel cavaliero,

quel tutto estinto e quel di sangue pieno;

quel che più ferma ancor sostien la vita,

quantunque a piè, col buon voler s'aita.

De' pedestri, impiagato il petto o 'l fianco

chi va col volto a terra e chi riverso,

chi vive ancor, ma spento ha in tutto e stanco

il suo primo valor, di polve asperso;

chi lo scudo ha impedito e 'l braccio manco

di più d'un colpo che 'l passò traverso;

e chi si trova san, cangiando varco,

ora in questo or in quello addrizza l'arco.

Ma con saggio silenzio a passo tardo

vengon l'armate e le più gravi schiere,

col cor ben fermo e con sottil riguardo

de i lor duci adempir tutto il volere.

Intra due corni il candido stendardo

del Britannico re si può vedere,

non tra i primi a ferir, ma in mezzo il calle,

che la fronte di lor veggia e le spalle,

sopra un alto corsier che di colore

rassembra all'oro, e mille oscure ruote

della chiarezza adombran lo splendore,

come stil di pittor più accorto puote:

e in campo che simiglia al nuovo albore

il ciel che l'Euro d'ogni nebbia scuote,

il suo scudo real, ch'al collo pende,

di tredici corone aurato splende;

con mille intorno cavalier perfetti

di condur degni ogni onorata impresa,

che tutti insieme in un drappello stretti

in ogni parte han presta la difesa.

Le trombe ha presso e gli altri suoni eletti

a frenar l'arme o spingerle all'offesa:

Tristan va innanzi al suo sinistro corno,

d'aurate sopraveste e d'ostro adorno;

e per gir come gli altri è sceso a piede,

non dell'armi durissime ravvolto,

gravi pur sì che se 'l bisogno vede

che convegna stornar chi in fuga è volto,

onde possa talor chi non provede

ratto in più d'una parte soffrir molto,

montando esso a caval, restino intere

contra ogni colpo che la lancia fere.

In sette doppi poi di fino acciaro

il gravissimo scudo al braccio avea,

ove nel campo verde, a lui sì caro,

il dorato leone alto surgea.

Così sen gìa con le sue schiere a paro,

ma spesso l'occhio intorno rivolgea;

due dardi ha soli in man, che tutta spene

nella spada fatal secura tiene.

Del corno destro, ancor che d'anni pieno,

il saggio re dell'Orcadi ha la cura,

perché impiagato allor sendo Gaveno,

egli in vece di lui tutto procura:

e 'l generoso cor ch'ei porta in seno

facea forza in quei giorni alla natura,

che col picciol cavallo è in ogni loco,

né mai stanche ha le membra o 'l parlar roco.

Or giunti omai vicin di pochi passi

con più furor comanda il buon Tristano

che si affretti il cammin, non sì che lassi

arrivin dove oprar si dee la mano,

ma più che prima alquanto, e stretti e bassi

vadan con l'aste, che 'l nemico in vano

possa fra loro entrar d'alcuna sorte

che non truovi serrate esser le porte.

Fan tutte risonar le piagge e i colli

di quelli colpi che ferir primieri:

sospinge saldo ogn'uom, né par che crolli

o muova il piè de' fermi suoi sentieri;

ma già si veggion far vermiglie e molli

l'erbe del nuovo sangue de' guerrieri,

e diverso gridar già l'aria frange

di chi minaccia altero e di chi piange.

Non son de' duci più le voci intese,

così alto è il romor che ingombra il cielo:

qual rapido torrente, poi ch'offese

Febo nel suo monton del verno il gielo,

che ricchissimo d'onde in basso scese

spogliando all'Alpi il suo canuto velo,

in così orribil suono e 'n tal fragore

che si fuggon le gregge e 'l pio pastore.

Molti son morti già, molti feriti

che da gli altri calcati a terra stanno:

ma de i miglior guerrieri e più graditi

sopra il campo d'Avarco e 'l primo danno,

perché fra gli altri giovinetti arditi

fu il figliuol del re Armorico Britanno

e cugin di Tristan, chiamato Ovetto,

che 'l misero Agelao ferì nel petto;

e scampar no 'l potero arme ch'avesse,

che tutta oltra passò l'asta fatale,

la qual convenne ivi entro rimanesse,

né forza o 'ngegno al ritirarla vale.

Cadde traverso allor, come cadesse

arbor percosso da celeste strale

che di strepito il bosco empie e la valle,

tal la piastra sonò sopra le spalle.

Bamerto, che tra i Veneti era nato,

sovra ogni altro d'Ovetto amico e caro,

perché del suo signor l'atto onorato

fusse a chi fu lontan per vista chiaro

si fece innanzi, e dal sinistro lato,

ove lo stuol nemico era più raro,

prese Agelao nel piede, e d'indi trarlo

quanto ei può più si sforza, e potea farlo;

ma il fero di Baviera Bustarino,

che pria n'ebbe dolor come or vergogna,

poi ch'ha perduto un dolce suo vicino

che non resti a' nemici almeno agogna:

onde a quel, che tien l'occhio e 'l capo chino

intento meno a quel che più bisogna,

col ferro aguto ambe le tempie passa,

e sopra il primo ucciso morto il lassa.

Poi che tanto ristretti son già insieme

che dell'aste ferir non han più forma,

fan ch'essa schiera lentamente preme

per gli spazi lassati indietro l'orma:

l'altra, ch'è più sicura e che men teme,

con gli scudi ferrati armata torma

succede al primo loco, in sì bell'arte

che non appar cangiata alcuna parte.

Restan meravigliosi e sbigottiti

de i nuovi successor quei di Clodasso;

e se come leoni in selva arditi

non correan tosto con veloce passo

Palamede e Faran, ch'eran seguiti

dal crudo Fortunato e Bronadasso,

che con minaccie e forza gli han rivolti,

s'eran già spaventati, in fuga volti.

Poi che fermati gli han, trapassa avanti

Palamede e Faran, ma indietro resta

l'altra coppia di lor, che spinge innanti

chi con timido cor lunge s'arresta,

e gli riduce all'ordin tutti quanti

ch'aver solean nella primiera testa;

e sopra i morti allor che in terra stanno

nuova altra guerra e perigliosa fanno.

Vansi premendo sì che i forti scudi

toccan l'un l'altro, e l'uno e l'altro piede

son fra lor giunti, e dove sien più nudi,

rimirando ciascun, di sotto siede:

poi con aspre minacce e detti crudi

corre ogni duce ove il bisogno vede,

tal che chi per onore e chi per forza

di virtù dimostrar se stesso sforza.

Mentre fa Palamede a gli altri strada

trovò in fra i primi il forte Aromedonte,

che nacque in Borcheria, dove si vada

la famosa Tamigia presso al fonte;

pongli su l'elmo la possente spada,

con tal furor che gli partì la fronte

per mezzo a punto infino al collo, come

suole acuto coltel maturo pome.

Cadde col volto in giù fra l'erbe steso,

e 'l risonar dell'arme alto s'udìo.

vien poi Pedasso, al vendicare inteso

del suo caro germano il caso rìo:

né men che l'altro si ritruova offeso,

e mal successe il suo disegno pio,

perché, mentre ch'ei tenta lui ferire,

si vede ogni percossa indarno gire;

ma Palamede a lui tutta nascose

l'invitta spada nel medesmo loco

in cui chiusi fra lor natura pose

della vita mortal gli spirti e 'l foco:

così, qual sasso a cui torrente rose

della riva il sostegno a poco a poco,

andò riverso a terra, inutil salma;

e scotendogli i piè si fuggì l'alma.

Doppo i due pien d'ardire esce Filanto,

lo scudier di Tristan che seco mena

ovunqu'ei vada, e 'n lui si fida tanto

che gli dà sovra ogni uom credenza piena:

nato d'Alchin, che di ricchezze il vanto

di quanti son tra l'Offa e la Villena

nell'Armorico sen porta, e figliuolo

ebbe negli ultimi anni questo solo.

Vien dritto a Palamede ed alto il chiama:

“Rivoltate, signor, ver noi la vista,

che non sempre l'istesso gloria e fama

sopra ciascun vittorïoso acquista;

ch'a quel cui la fortuna or pregia ed ama,

in un punto poi viene odiosa e trista,

e ben sovente l'uom più tira in alto

perché poscia rovini a maggior salto”.

Così parlando ancor, ver lui s'avventa

e con la spada il fianco gli percuote,

e quanto può impiagarlo s'argomenta,

ma le speranze van d'effetto vòte:

ché non in altra guisa indarno tenta

debil ferro tagliar ben salda cote

che facess'ei quell'arme ch'è sì dura

che forza converrìa sopra natura.

Ma Palamede a quel l'omero trova

con grave colpo, che 'n tal forza scende

ch'arme doppia ch'avesse non gli giova,

né lo scudo fortissimo il difende

che fu pur fabbricato a tutta prova

là dove all'occidente il corno stende

il suo natìo terren, d'ottima tempre,

e 'l re Melïadusse il portò sempre;

e doppo lui Tristano, il suo figliuolo,

in fin che Marco, il re di Cornovaglia,

gli donò quel che fu nel mondo solo

e ch'al presente avea nella battaglia,

e dié l'altro a Filanto, ch'or di duolo

mortal non lo scampò, per quant'ei vaglia:

perch'all'uopo maggior, lasso, gli falla

di ben coprirlo alla sinistra spalla:

la qual fu in modo offesa, ch'a gran pena

si poteo sostenere, in fin ch'ancora

un nuovo colpo, ma traverso, mena

nel luogo stesso ove il percosse allora;

onde cadder rotando in su la rena

lo scudo e 'l braccio alla medesima ora,

di ramo in guisa che dal faggio atterra

pastore alpestre onde la mandra serra.

Non restò in piede il misero Filanto,

ma qual candido fior che in riva siede

d'un verde prato, a cui passando a canto

con l'un de' corni suoi l'aratro fiede,

sopr'allo scudo e su 'l sinistro canto

dietro al sangue che versa il corpo cede;

e poi che 'n terra i piè tre volte accolse

gli occhi d'oscura nebbia il ciel gli avvolse.

Non si prende di lui cura altrimenti

il forte Palamede, e innanzi muove,

qual libico leon che i grassi armenti

senza cani o pastor tra i colli truove,

che lassa questi e quei di vita spenti

con desïoso cor di prede nuove:

e mentre pur un sol vivo ne resta

l'empia fame a sbramar mai non s'arresta.

Incontra poi Laerco e 'l biondo Arete,

quel di Eboraco e di Limonia questo,

ch'ebber di vendicar soverchia sete

del giovinetto il caso agro e funesto;

né le mature spighe al campo miete

per la calda stagion villan più presto,

che facesse ei, gettando dalle spalle

le teste d'ambedue sopra la valle:

e perch'era di lor nel mezzo entrato,

sol due colpi bastar, dritto e riverso,

con gli elmi intorno dal medesmo lato

non cadder tutte, ma in contrario verso,

e 'l busto di ciascun, così troncato,

si vide alquanto in piè, di sangue asperso,

e poscia in basso gir, di torre in guisa

dalla nemica man sotterra incisa.

Per questi, e quel di pria, sì gran timore

avea compresa del sinistro corno

la parte destra, che 'l più nobil core,

per la vita scampar, non cura scorno;

e ciascun si fuggiva, se il romore

non fusse andato già per molti a torno,

tanto che, come suol, con levi penne

di Tristano all'orecchie al fin pervenne:

il quale, assai lontan, dall'altra parte

l'Iberico Eussoro ucciso avia,

che dell'indovinar sapea ben l'arte,

per cui conobbe già sua morte ria

nel gran Tolledo, e non mentir le carte;

perché mentre l'insegna ivi seguia

di Safaro, il fratel di Palamede,

duce di quei dove Castiglia siede,

il famoso Tristan dritto alla fronte

di forza estrema con la spada il fere

sopra l'elmo durissimo, ch'un monte

avria potuto intero sostenere:

perché le stelle, ne' suoi danni pronte,

gli avean fatto di lunge antivedere

ch'alla testa il minaccia il suo destino,

onde a tre doppi il fece saldo e fino;

ma il ciel, che 'l volea pur, ritrovò possa

ch'oltra ogni creder suo tutto il divise,

e là dove il più duro dell'altre ossa

per guardia più fedel natura mise,

fé trapassando ancor profonda fossa,

in fin che sopra il collo il colpo assise:

onde tosto convien che morto giaccia,

di cervella ripien l'elmo e la faccia.

Poco lontan da lui ferì Toone,

che nacque anch'ei sovra l'aurato Tago:

passogli a mezzo il core, e morto il pone,

ove fé intorno sanguinoso lago;

tra quei pèoi dell'istessa regïone

Eneo trovò, di vendicargli vago,

a cui intera tagliò la destra coscia,

che non curato allor, morì d'angoscia.

Or mentre era più d'un per terra andato

e che innanzi al suo gir ciascun fuggiva,

venner messi e romor da più d'un lato

ch'altra parte de' suoi danno soffriva;

e Drïanzo fedel, poi che cercato

l'ebbe assai tempo in van per quella riva,

con voce stanca alfine e pien d'orrore

gli dicea di lontan: “Caro signore,

se voi non soccorrete al popol nostro

e con veloce passo e tosto, io temo

che i dì brevi di quello e l'onor vostro

sieno omai giunti al terminare estremo;

ché Palamede, l'incantato mostro,

ha fatto un grande stuol di vita scemo,

e, tra i migliori, il misero Filanto,

che più che vendicato è stato pianto”.

Non mosse mai, pastor sì ratto il piede,

al latrar de' suoi cani e dell'armento

al pietoso mugir, che vicin vede

lupo affamato a divorarlo intento,

che 'l pio Tristan, quando all'orecchie il fiede

che 'l suo Filanto sia del mondo spento;

e come l'ali avesse, in un sol punto

ove i suoi stanno afflitti è quasi giunto:

e per tutto domanda, e cerca insieme,

ove allor Palamede andato sia,

perch'ha di vendicar secura speme

del suo caro scudier la sorte ria;

e rabbioso nel fin sospira e geme,

poi ch'ha trovato che per altra via

era gito a soccorrer quella parte

mal condotta per lui, d'onde si parte:

né men bramoso anch'ei di ritrovarse,

come altra volta già, seco alla prova.

Ma da poi che Tristan le stelle scarse

vede al suo core, e che 'l cercar non giova,

lassa il fero disdegno riversarse

contr'a chi n'ha men colpa, e quanti truova

tanti senza la vita abbatte in terra,

né si vide già mai più crudo in guerra.

Di tutti Teutran viene il primiero,

in Ila, una delle Ebridi, nativo,

sopra la qual reggea del fren l'impero,

d'ogni giustizia e di pietade schivo;

or qui l'indusse il rio peccato e fero

della vita inonesta ad esser privo,

perché non conoscendo il buon Tristano

mosse in ver lui la dispietata mano:

e nel sinistro fianco a gran furore,

mentre che in altra parte era rivolto,

gli donò colpo tal, che venner fuore

faville assai, ma non gli nocque molto.

L'altro, che d'ira è colmo e di dolore,

una punta gli addrizza in mezzo il volto

sopra l'osso più curvo che fa strada

in tra gli occhi all'odor che in alto vada;

e 'l trapassò di dietro, ove natura,

pria ch'altrove inviargli, i nervi accoglie:

cadde morto riverso, e gli altri han cura

di trïonfanti, gir delle sue spoglie.

Segue egli innanzi, e reca notte oscura

a i chiari giorni e fine all'alte voglie

di Calesio, ch'omai sperava in vano

l'unica suora aver di Segurano:

la qual devea sposar come tornato

fosse in Ibernia al nido suo natale;

ma non gliel consentia l'avaro fato,

perch'un colpo Tristan più che mortale

vibrando spinse in quello istesso lato

ove il cibo discende e 'l spirto sale

per doppia strada, e l'una e l'altra incise

e morto a terra palpitando il mise.

Trovò poi Dreso, e nel medesmo loco

e nel modo medesmo anco il ferìo:

ma di quell'altro pur più basso un poco,

ch'al cominciar del petto a punto gìo;

Ofeltio, Esapo, Cromido, Orsiloco

l'un doppo l'altro i primi due seguìo,

che nell'isola istessa insieme nati

di non si abbandonare eran giurati.

Ma chi contar potrebbe ad uno, ad uno

quanti uccise in quell'ora il buon Tristano?

Egli avea tutto già vermiglio e bruno

fatto a sé intorno l'arenoso piano;

non più, dovunque ei vada, truova alcuno

ch'attender osi l'onorata mano:

in qual parte rivolga o l'occhio o 'l piede

fuggir la plebe paventosa vede,

in guisa di levrier che 'n gioco prenda

di talor perseguir la greggia umìle:

ch'or quella torma fa che 'n basso scenda,

cercando scampo al suo sicuro ovile,

l'altra, montando a i colli, il corso stenda

trall'usate erbe, paürosa e vile;

e quando esso lontan s'addrizza altrove

si volgono a mirar ver cui si muove.

Ma il fero Palamede in altra parte,

chiamando i duci suoi, non meno adopra:

riduce tosto in un le genti sparte

e con minacce le rispinge all'opra;

poi tutto impresso del furor di Marte

a i primi vincitor si mette sopra,

destando sol sì orribile battaglia,

che non val contr'a lui pistra né maglia.

Incontra il primo il nobil Corinete,

ch'ebbe il natal dell'Era in su la foce:

in cui di vero onor troppo alta sete,

giovando all'immortale, al corpo nuoce,

perché di molto ardir tal gloria miete,

ch'ancor ne vive in noi chiara la voce,

ma fornì gli anni nell'età più acerba,

e di piaga mortal cadde su l'erba;

ch'una punta gli vien dove s'appiglia,

nella gola alta, all'ultimo palato

la più carnosa parte ch'assottiglia

l'esca, e le fa il cammin più leve e grato.

Poscia il prode Ifinoo tra le due ciglia

in fin nella memoria ha trapassato:

con loro appresso Acastore ed Aranco,

questo al ventre percosso e quello al fianco.

Già si fuggia ciascun come si vede

di storni far la popolosa schiera,

quando il rapace uccello alcun ne fiede,

privo d'esca miglior, vicino a sera:

il grido pur del forte Palamede

più spavento apportava che Megera

od Aletto non fan con l'aspre voci

a chi lorde ha le man di colpe atroci.

Ma in questa è sorvenuto Gossemante,

il core ardito, che di quelli è duce

di Sommerseto, e se gli oppone avante

con molti capitan che seco adduce:

e 'n minaccioso orribile sembiante

mostrando alto lo scudo, in cui riluce

mischiata in un la porpora e l'argento,

rallumava il valor ch'ei truova spento,

dicendo: “O cavalier, non vi sovviene

quei che voi fuste, e quei che fur costoro,

e quante erbe in più lochi e quante arene

già dipingeste voi del sangue loro?

Se voi sarete quei ch'esser conviene,

gli troverrete ancor quai sempre foro,

ch'or non più che s'avessero altre volte

hanno in porfiro fin le membra avvolte:

né taglian men ch'allor le nostre spade,

pur ch'aver disponiam gli stessi cori.

Ritroviam di virtù l'antiche strade

co i medesmi desir de' primi onori;

non consentiam della passata etade

oscurare or le palme e i verdi allori,

ma d'addoppiargli e rischiarargli, tale

che non gli noccia mai colpo mortale”.

In cotai detti questo e quel raccoglie,

che senza altro sperar ratto fuggia;

già del primo timor gli animi scioglie

e nel cammin lasciato gli rinvia,

già di caldo desire empie le voglie

di vendicar ciascun la sorte ria

chi del compagno suo, chi del germano,

chi dell'onta ch'avea d'esser lontano.

Ed esso innanzi a tutti s'appresenta

con la schiera ordinata e ben ristretta,

e va con grande ardire ove s'avventa

contro a chi truova, in guisa di saetta,

l'Ebrido altero, e con la spada il tenta

sopra la destra spalla; e ben che eletta

fosse la piastra e grossa, no 'l difese,

che 'n fin quasi su l'osso il colpo scese,

dicendo: “Or senta il forte Palamede

come il suo Gossemante, core ardito,

opra in guerra la mano e non il piede,

quale il popol peggior da lui fuggito”.

L'altro col ferro sol risposta diede,

che 'n su la fronte in alto l'ha ferito,

di forza tal, che se veniva a pieno

gli convertiva in notte il dì sereno;

ma il fero colpo per traverso lito

venne sfuggendo, e nello scudo il colse:

ond'ei ragiona, in sé medesmo irato:

“Or ringraziate il Ciel che così volse,

che ben vi dié più che benigno il fato

poi ch'all'unghie di morte oggi vi tolse”.

Ma Gossemante col primiero ardire

di minacciar non cessa e di ferire;

e stata orribil la battaglia fora,

perché prode è ciascuno e valoroso.

Ma de' guerrier lo stuol, che giugne allora,

all'impresa onorata vien noioso,

tal che per viva forza, all'istess'ora,

si truova l'un dall'altro essere ascoso;

né potendo ove avean le voglie intente,

spiegan la lor virtù sovr'altra gente.