[II]
Quella virtù che già l'ardito Orfeo
mosse a cercar le case di Plutone,
allor che forse lieta gli rendeo
la cercata Erudice a condizione
e dal suon vinto dell'arguto legno
e dalla nota della sua canzone,
per forza tira il mio debole ingegno
a cantar le tue lode, o Citerea,
insieme con le forze del tuo regno.
Dunque per l'alto cielo, ove se' dêa,
per quella luce che più ti fa bella
ch'altra a cui Febo del suo lume dèa,
per lo tuo Marte, o graziosa stella,
per lo pietoso Enea e per colui
che figliuol fu di Mirra sua sorella,
cui più amasti nel mondo ch'altrui,
per la potenzia del tuo santo foco,
nel quale acceso sono e sempre fui;
se ti sia dato lungo e lieto loco
di dietro al Sol nell'umile animale,
ch'Europa ingannò con falso gioco,
metti nel petto mio la voce tale,
quale e' sente il poter della tua forza,
sì che 'l mio dire al sentir sia equale,
e più adentro alquanto che la scorza
possa mostrar della tua deitate,
a che lo 'ngegno s'aguzza e si sforza.
E te, Cupido, per le tue dorate
saette priego, e per quella vittoria
che d'Appollo prendesti, e per l'amate
ninfe (s'alcuna mai di tanta gloria
vantar potessi ched ella piacesse
agli occhi tuoi, o nella tua memoria,
come amata cosa, loco avesse),
che tu perdoni, alquanto alleviando,
le fiamme nuove dal tuo arco messe
nel cor, che sempre notte e dì chiamando
va il tuo nome, per mercé sentire
di ciò che lui con disio tene amando,
sì che io possa più libero dire,
non vinto da dolor né da paura,
quel che con gli occhi presi e con l'udire.
E tu, più ch'altra bella criatura,
onesta, vaga, lieta e graziosa,
donna gentile, angelica figura,
a cui suggetta l'anima amorosa
di me dimora in pena, sì contenta,
che poco più ne vive altra gioiosa,
leva la voce tua e il ciel tenta
co' prieghi tuoi che meritano effetto,
se ver nel tuo bel viso s'argomenta;
e priega sì che possa il tuo suggetto
della tua gran bellezza appien parlare
ciò che ne sente nel ferito petto.
Chi sarà quello iddio ch'a te negare
o voglia o possa ciò che chiederai?
Nullo, ch'io credo; ch'a ciaschedun pare
te degna del lor luogo; ove se mai sarai,
ché vi sarai, nel divin seno
me che più t'amo ancor riceverai.
Ecco ch'io vaglio poco, e molto meno
sanza di te ispero di valere:
dunque l'aiuto grazioso e pieno
di te in me discenda, il cui potere
più ch'a te piaccia avanti non si stende,
acciò ch'io possa parlando piacere.
Vedi la mente mia come s'accende
quello attendendo, e d'alcun altro iddio
quasi non cura, e solo il tuo attende,
per dire intero ciò c'ha nel disio:
adunque il tuo, a lei più ch'altro caro,
o donna, presta grazioso e pio.
Io mosterrò l'essere stato avaro
negli altri aspetti Giove di bellezza
a rispetto di quella che formaro
le sorelle fatal' nella chiarezza
che spande il viso tuo e di coloro
che 'n compagnia della sovrana altezza
di te conobbi in grazioso coro,
nel dolce tempo che cantan gli uccelli
istanti all'ombra d'un fiorito alloro;
e 'l bel parlare e gli atti lieti e snelli
e l'operata già somma salute
da voi ne' campi amorosi; e in quelli,
com'io posso comincio, tua virtute
superinfusa aspettando che vegna
tal che per te le mie cose vedute
in quello stil che appresso disegna
la mano, acquistin lode e 'l tuo valore
fino alle stelle sì come di degna
donna si stenda con etterno onore.