III
Se mai divo furor famoso e degno
mosse l'alma a cantar sì alte rime
che d'ogni mio altro stil passasse il segno,
ora mostri mie ingegno amplo e sublime,
per consolar color che duro caso
di sì dannosa morte tanto opprime.
Era el mondo ne l'orto e ne l'occaso
di splendor pelegrino ornato e chiaro,
del qual per morte ora è cieco rimaso.
Al laüdabil fine in pianto amaro
molti commosson l'alma sbigottita,
come chi più suo ben che d'altri ha caro.
Né cognobber costor l'alma esser gita
a quell'alto Signor ch'a chi ben vive
pace promette con eterna vita;
onde el poeta nostro ben descrive
la morte fin d'una pregion oscura,
a chi vol contemplar cose alte e dive.
E però a chi par troppo aspra e dura
così beata morte, el proprio bene
ama più che di quel che a noi si fura.
Onde chi, amicizia alma mantene
de l'amico perduto si duol tanto
quanto ch'al primo moto si conviene;
poi rafrena sua doglia e 'l tristo pianto,
consolando se stesso con ragione,
ch' esser de' guida a ciascun giusto e santo,
e rimembra di Dio l'alta intenzione,
el qual, se alcun suo ben a noi concede,
non vuol che ci dogliàn, s'altro dispone.
Così faccia ciascun che aperto crede
l'alto don pelegrino a noi concesso
da quel sommo Rettor che tutto vede;
e de l'amico la memoria apresso
a lor dolce rimanga, e per languire
non sperin l'alto Idio aver mai flesso.
Finisca adunque il lor crudo martire;
savio consiglio e non lunghezza vana,
se dal comune error voglion partire;
ché per mille ragion par folle e strana
l'aspra passion che prendon per la morte,
la quale a lor non è troppo lontana.
Chi esser dee che lacrimando forte
si doglia che la morte lui aterra,
se a lui seguirla è necessaria sorte?
Ben misero è colui che 'l duolo afferra,
se non fa con l'amico alcun profitto
e col vulgo comun gravemente erra.
Esser dee di ciascuno equo e dritto
l'animo, poi che per vero destino
lassar convien le membre e 'l corpo aflitto.
Non veggiàn noi quanto è frale el camino
d'esta misera vita, e in quanto affanno
nutrito è il corpo misero e tapino,
e del presente e di quel che daranno
gli alti pianeti a noi nulla esser certo,
se non la morte, fin d'ogni rio danno?
Costei ci mostra el nostro error aperto
e 'l tempo breve, misero che corre
inver di lei per mille casi incerto.
Perché dunque ci duol, se quel che tôrre
non può potenza over caso felice,
ne l'amico diletto prima occorre?
Se l'universo tempo o quanto lice
viver altrui nostro ingegno comprenda,
nostra vita vedren quant'è infelice;
e noto ci sarà quanto si stenda
in breve caso el cupido disio
de la plebe, che par che nulla intenda.
E però ciascun, ch'è santo e pio,
ama la morte, per uscir del laccio
di questo corpo tenebroso e rio.
Miseri noi, quanto è grave l'impaccio
del viver nostro pien d'ogni tormento,
suddito a fame, a sete, a neve, a giaccio!
E però, rimembrando il crudo stento
qual mantener conviensi in tal terreno,
non facciàn del perduto alcun lamento.
Anzi, con gran quïete el nostro seno
de li purpurei fiori e di vïole
odoriferi assai sia colmo e pieno;
e là dove doler altri si suole,
al pelegrin sepulto el dono inane
faccia, po' che da noi ancor si cole
le membra da lo spirto sì lontane.