IV

By Antonio Fileremo Fregoso

Non men che chiaro, fui maraviglioso

dil dotto ragionar di Filareto

per Apuan dil caso suo amoroso.

E avvenga che per natural decreto

il gioven core abbia il senile esoso,

nondimen, fuor de l'uso consüeto,

fecemi con la sua dottrina piano

che era indutta Mirina amare Apuano.

Però gli dissi: – Certo un core egreggio

non può fallire, Apuan, che la Mirina

non avesse e portasse in terra il preggio

d'ogni altra ninfa vaga e peregrina,

poi che te solo de l'uman colleggio

ha eletto e cognosciuto tua dottrina,

e in lei son risonate tue parole

come cetra con cetra unison suole.

E se l'è il ver che già la effigie umana

(come dice lo angelico Platone)

di simiglianza fusse assai lontana

a questa nostra, e fussen le persone,

maschio e femina, un corpo e mente sana,

da Dio create in tutta perfezione,

però l'omo in superbia si levasse

e Dio per questo poi gli seperasse,

tengo per certo, e ognuno il giuraria,

che del nostro Apuan Mirina cara

l'altra mitate veramente sia –.

Unde Apuan con fronte ilare e chiara

mi rengraziava de l'arguzia mia.

E poi per mano ne l'ornata e rara

stanza menommi, e ne la sala amena

era apparata dilettevol cena.

Sedendo a questo placido convito,

a me vòlto Apuano così disse:

– Fregoso, l'ordin vedi qui fornito

del convivare, come già alcun scrisse,

che a far che un bel convivio sia compito,

el numer di tre o nove glie supplisse

de gli assettati, e se più son, confonde,

ché 'l numer bene in sé non corresponde.

Perché il tre le tre Grazie rappresenta,

le nove Muse il nove, come ho letto,

sì che prego tua voglia sia contenta

di non guastare il numero perfetto,

poi che par nostra stella lo consenta

di star con noi in questo bel ricetto,

ché sempre ne sarai qual fratel caro,

e Dio gode del numero non paro.

E così noi del numero ternario

come fa il cielo goderemmo insieme.

Non sia, ti prego, al mio voler contrario,

poi che quasi una sorte ambidoi preme,

come hai detto, e fra noi poco è il ciel vario –.

E io a lui: – Per fin che l'ore estreme

giongan de la mia vita, esser tuo voglio,

e or non poter star teco mi doglio –.

Ma pur tre giorni nel castel prestante

stetti con tanta pace e contentezza,

che lingua umana a dir non è bastante

lo amor, la carità, domestichezza

che a me mostrôr quelle persone sante.

E aveva mia mente così avezza

al parlar dotto e sua quïeta vita

che molto io lacrimai ne la partita.

Nel dimandare a questi poi licenza,

piansero meco e io con lor piangeva,

e fecero al partir mio resistenza.

Poi che essergli sì grata io cognosceva

la mia conversazion, la mia presenza,

in breve ritornar gli prometteva;

e perché non sapeva ben la via,

mi derno un fido servo in compagnia.

La via dico de andare al casto regno

di quella dea che ha tanto esoso Amore,

e di riaver usar vòlsi ogni ingegno

i cani mei, che sì me eran nel core.

Però montato sopra un picciol legno

io sol con quel gentil suo servitore,

navigammo a seconda per il fiume,

come il burchiello avesse avuto piume.

E perché caminava senza remo

la barchetta veloce giù a seconda,

tenendo in man lui solamente il temo,

sedendo io in mezzo l'una e l'altra sponda

gli dissi: – Oppresso son da un sonno estremo;

dicesi che una compagnia gioconda

ogni tediosa via fa parer breve,

però scacciam parlando il sonno greve –.

E ello a me: – Certo era in gran pensiero,

però fantasticando io stava queto.

Di quel che in mente avea, ti dirò il vero.

Pensava sul parlar di Filareto,

qual teco ebbe l'altrier nel bel verzero,

che di dubi il mio cor tutto ha repleto.

E ben che nulla in me dottrina sia,

se ascolti, ti dirò mia fantasia.

Dico così, che ognuno è saturnino,

Fregoso mio, quando gli manca il vitto;

donque letizia vien dal pane e 'l vino

e non dal cielo, come alcuni han scritto.

Non è omo sì lieto e peregrino

che, mancandogli il pan, non paia afflitto

e sempre al cor non abbia estrema doglia,

sia il genio suo di qual stella si voglia.

Sia pur de la più eletta complessione,

che più piace, sanguigna o d'altra sorte,

patendo fame, faccio conclusione,

sempre gli vederai le guance smorte.

E tengo quasi ferma opinïone

letizia e duolo il cibo seco porte,

ché se vedi alcun grasso e rubicondo,

il vino è il genio suo che 'l fa giocondo.

Veduto ho mille volte in vita mia

alcun che pare un santo al naturale,

se avvien che vada dentro a l'ostaria,

uscirne poi di fuor tutto marziale.

Questo non credo già sua stella sia,

anzi credo più presto sia il boccale

che l'abbia così presto trasmutato,

e il novo influsso nel suo petto dato.

E sarà tanto di furore acceso,

che per quel tallor forse sarà occiso.

Che questo influsso sia dal ciel disceso,

qui non tel saprei dire a l'improviso,

perché mi pare un caso di gran peso –.

Non potei far ch'io non movesse il riso

sentendo astrologia sì rara e nova,

che un'altra forse tal non si retrova.

– Tu ridi, Filerèmo, ascolta un poco.

Non vedi per mangiar calde vivande

in noi accenderse il venereo foco?

Ché chi bevesse l'acqua e mangiar giande,

non arebbe il venereo influsso loco

sopra a noi, qual tallor par poi sì grande.

Donque lo influsso in noi vien molte volte

per le cose che sono in cibo tolte.

Se per cibi la vita si mantiene,

forza è da' cibi lo intelletto prenda

la nostra vita, che gli pensa bene.

Quale è donque colui che non comprenda,

che quello ingegno, quale in ognun viene,

da terra nasca e non dal ciel descenda?

Io non arei potuto mai tacere,

ch'io non ti avesse ditto il mio parere –.

E io resposi a lui: – Guarda da frati

la tua persona, e le pazzie non dire;

in mari non intrar profondi e lati,

ché non hai remi da poterne uscire.

Ma ti perdono adesso i toi peccati,

ché siamo in barca e or non puoi fallire:

se in altro loco questa cetra soni,

una mitra ti vedo di cartoni.

Saturnin non è ognun che è mal contento,

che non è per natura, ma accidente.

Le meretrici nel suo mal convento

tutte Vener non han per ascendente.

Il saturnino vero pensamento

relligioso fa l'om, grave e sapiente,

e Vener, che è nel ciel di tre Grazie una,

graziosa sempre dà la sua fortuna –.

E poi suggionsi: – Vai, qual ceco, a tasto;

lascia questo pensier, fa quel che io dico,

ché questo ragionar non è tuo pasto.

Io te consiglio come fido amico:

guarda non sia dal foco in cener guasto.

Guàrdate molto ben, ch'io tel replìco.

Però pigliamo altro sogetto lieto,

di questo sarai chiar da Filareto.

Dimmi, ti prego, se amoroso foco

te ha acceso al core alcuna villanella,

però che parmi conveniente loco

a simil fiamma quella stanza bella.

Voi stati in ozio, anzi pur tutti in gioco,

il qual de la venerea facella

è nutrimento; e ornato sì ti vedo:

che non sia alquanto tocco, io non tel credo –.

E ello a me: – Se 'l mio patron sovrano

(come inteso hai) è ancor de Amor sogetto,

quantunque abbia il suo capo alquanto cano,

vecchio non già, ma ne la età provetto,

e io qual sono qui giovene e sano

non albergarò Amor dentro al mio petto?

Poi che arse, Apuan fu sempre più polito

e come Fenice è reingiovenito.

In quella stanza mai non si ragiona

salvo di lettre, amore o de la caccia;

credilo a me, che non gli sta persona

che gentil esercizio alcun non faccia:

qual de la cetra, qual di lira sona,

fin a colui il qual la casa spaccia

sì dolcemente tocca la sua piva,

che pare il sono il quale Argo addormiva.

Questo fa Amore, e se vedessi un giorno

ballar mia ninfa al suon tanto leggera,

che quasi il vento ne averebbe scorno,

e con qual vaga e angelica maniera

girando invilupparsi i panni a torno,

– Mi maraviglio che costui non pera –,

diresti, – e a quel ballo i circostanti

di fiamma non diventin tutti quanti –.

Or pensa poi di me quel che esser deve,

ch'io l'ho per mano e son propinquo al foco,

che in le Alpi accenderia la fredda neve;

e quello immenso ardore a me par gioco,

ché Amore ogni gran mal fa parere leve.

Allora ogni altro bene io stimo poco,

perché per mano aver mi par di certo

quanto di bono al mondo ha il cielo offerto –.

– Dimmi, Ergotele mio, se di bon core

l'ami –, gli dissi, – perché vedo spesso

in lo amoroso nome grande errore;

però che questo amor, qual se usa adesso,

odio più vero si può dir che amore –.

E ello a me: – Più l'amo che me stesso,

e giuro che mia fiamma è di tal sorte,

che ognor per lei esponereimi a morte –.

E io a lui: – Vorèstu che Fortuna

Esaltasse costei in tanta altezza,

che non gli bisognasse cosa alcuna?

E fusse più estimata sua bellezza

che de altra donna sia sotto la luna?

Poi così bella e in così gran ricchezza

fusse nel mondo de una tanta fama

de ogni virtù, quanto alcuna altra dama? –.

– Oh –, disse allor, – sì magna io non vorei

che fusse, ché di me non cureria:

eguale a tanta altezza io non sarei,

né estimarebbe servitute mia.

Fregoso mio, io farei ben per lei

quello che forse alcun nol crederia;

e sua vergogna arei sì in dispiacere,

quanto altro affanno io potesse avere –.

– È questo il vero amore? –, io glie resposi,

– Vedi che l'ami sol per tuo diletto,

come fanno i vulgar cori amorosi.

Se avessi vero amor dentro al tuo petto,

sua bona sorte e gli atti virtüosi

e ogni altro suo bene aresti acetto;

ché se lo amante vive ne l'amata,

deve ogni sua felicità aver grata.

Donque per cara e dolce tua consorte

ché non la prendi, se ti piace tanto?

Così la goderai fine a la morte

e sempre arai il suo bel viso a canto –.

Respose ello: – Non vuol mia iniqua sorte,

qual lei e me da poi terrebbe in pianto.

Se a sostentar me solo ho gran fatica,

saria mia vita poi con lei mendica –

– Se un altro per te intrasse in questa impresa,

Ergotele, averèstu doglia estrema? –.

Disse ello allora: – Il ciel maggiore offesa

non potria farme e che il mio cor più prema.

Questo grave pensier tanto mi pesa,

che ogni mia vena e ogni mio membro trema,

pensando sopra lo infelice giorno,

nel qual debb'io vedere un tanto scorno –.

– Donque non l'ami? – – Io l'amo, e con più affetto

che Orfeo la sua, e molto più che quello

che al fonte si cacciò la spada in petto.

E poi che siamo intrati in parlar bello,

delibero scoprirti un mio concetto,

qual gran tempo ho nel core e nel cervello,

e però voglio adesso interrogarte

qual opra meglio: o la Natura o l'Arte –.

– Indubitatamente la Natura –,

io glie resposi, – e tanto quella eccede,

quanto fa l'omo vivo la pittura –.

– Donque –, disse ei, – una sincera fede

e un naturale amor molto più dura

che il fatto ad arte, qual da un – sì – procede,

da un – sì – che in matrimonio ha tanta forza,

qual gli uman liga e spesso ad amar sforza.

E come palma è il generoso core,

la qual fa contra il peso resistenza.

E però spesse volte quello amore

a molti fatto par con vïolenza,

a i quali poi convertesi in dolore;

ma quel che fa Natura ha più veemenza,

sì come ne le tortore si vede

servare intera l'amorosa fede.

A che donque il dur nodo coniugale,

se io l'amo molto più che la mia vita

d'un vero amor sincero e naturale

e seco l'alma mia sta sempre unita?

Se mi sforzasse alcun, gli vorei male,

e contra forza ognun che può se aita.

Ma ad adorar mia dea me induce il cielo

e Amor col suo fatale e aureo telo –.

– Dimmi, Ergotele mio, se diventasse

la tua ninfa gentil tanto deforme,

quanto altra che qua intorno si trovasse,

ardendo seguirèstu le sue orme?

Credi tu che 'l tuo cor più l'adorasse,

essendo contrafatta e tanto enorme?

Io il credo, e giurarei per cosa vera,

l'aresti a noia come una megera –.

Restò Ergotele allor tutto confuso,

pensando la risposta sua dubiosa

che far dovea per non restar deluso,

e al fin disse: – Certo è strana cosa

volersi alcun condure in campo chiuso

a combatter senza arme, e vergognosa

ha la vittoria chi con quel contende,

se armato come lui non si defende.

Da la Natura hai l'arme e da accidente,

e io, perché sol gli ho da la Natura,

ben cognoscea ch'io restarei perdente,

ché hai l'asta in mano e duplice armatura,

non essendo io armato parimente,

ché la dottrina mai non fu mia cura.

A pena e con fatica io leggo e scrivo,

sì che tu vinci armato un de arme privo.

Che l'amo io il so; quel ch'io facesse allora

se sì deforme fusse, io nol so dire

e di saperlo ancor non mi curo ora.

Tu potrai a tuo modo a me arguire,

ma dal mio petto mai non trarai fuora

lo amoroso e ardente mio desire.

E chi per ragion lassa la esperienza,

mostra certo signal di gran demenza –.

Finito che ebbe la resposta arguta

il gentil servo, io mossi allora il riso,

al qual stretta la briglia avea tenuta.

Vòlto ver lui con amichevol viso:

– Tanta prontezza io non arei creduta –,

dissi, – come in te ho visto a l'improviso,

in omo che qua intorno si retrove,

se fatto io non ne avesse ora le prove.

E qui ti lascio la mia fede in pegno,

che pensar non arei potuto mai

fusse in te stato sì sublime ingegno.

Ma poi che come perso errando vai

per sentier torto in lo amoroso regno,

su dritta via da me posto sarai,

pur che 'l tempo servir ne possa un poco,

prima che noi giongamo al casto loco.

Ragionando l'altrier col tuo Apuano

sotto l'ombrosa toppia essendo soli,

ogni secreto suo mi fece piano

de le sue pene e amorosi duoli

e ogni caso suo felice o strano,

perché naturalmente par consuoli

l'un l'altro amico aprirgli il suo concetto,

come a me fece, che mi aprì il suo petto.

E questo tema ragionando prese,

che due Venere al mondo esser dicea,

l'una celeste che dal ciel discese,

l'altra terrena e esser vulgar dea.

E da lui mi fu fatto ancor palese

come ognuna di queste un figlio avea,

quali ambidoi Amore eran chiamati,

de arco e sagitte e ardente face armati.

Di questi Amori, col suo stral pongente

quel che da la vulgar Venere è nato

trafigge il core a ogni animal che sente;

e perché di lascivia fu creato,

lasciva fiamma con sua face ardente

getta nei cori, e il suo magno stato

ogni cosa mortale in sé comprende,

e d'un caldo desio il tutto accende.

Circa cose terrene il suo potere

se estende, come chiaro puoi comprendere,

e in noi prende singular piacere

con ceco foco le medolle accendere.

E però chiaramente puoi vedere

che qual si lascia da sua face offendere,

Ergotele mio caro, acceso ha il core

da oscura fiamma e da vulgare ardore.

Di questo il tuo Apuan meco si duolse,

che gli avea fatto troppo grave offesa,

quando col strale in mezzo il cor gli colse

in la sua prima giovenile impresa,

che quasi in cener tutto si resciolse

de vile e oscuro incendio avendo accesa

ogni sua vena e il petto giovenile,

che ora arde in fiamma lucida e gentile.

Questo è l'arcier che gioventù travaglia

più ch'altro, e il noveletto incauto petto

il fraudolento a suo piacer bersaglia,

sì come avviene a simplice augelletto

che novamente fuor del nido saglia,

il qual securo e senza alcun suspetto

cantando sopra verdi rami aspetta,

fin che a suo modo il balestrier saetta.

Questo fu quel che te trafisse il core,

Ergotele mio car, come ho compreso;

questo fu quel che 'l smisurato ardore

in el tuo petto ha vulgarmente acceso.

Se fussi tocco da quell'altro Amore,

il quale infra gli uman dal cielo è sceso,

certo a me fatto altre resposte aresti,

che quelle che poco anzi mi facesti.

Quel con divina vampa il cor ne accende

e cosa corruttibile e mortale

nel suo felice stato non comprende;

la piaga che in noi fa col sacro strale,

purga l'animo nostro e non lo offende

e fuor ne trae ogni terreno male,

e in la sua fiamma ogni alma peregrina

come oro in la fornace si raffina.

Da l'uno e l'altro Amor fu Apuan ferito

per la Mirina, come vedi chiaro.

Ragione ambidoi strali e lo appetito

temprati avean de liquor dolce e amaro;

però l'un fuor del cor gli è presto uscito,

l'altro è remasto, quel celeste e raro,

e ne l'anima fitto tanto forte,

che trarlo fuora ancor nol potrà morte.

Se cognoscesti la bellezza vera

de la tua ninfa, come il tuo Apuano,

che l'alma or ama sol de la sua fiera,

non solo il vago petto o bianca mano

o le guance rosate e fronte altiera,

l'augusto aspetto e molto più che umano,

ma l'anima gentil, candida e pura

sempre amaresti, perché sempre dura.

Non vedi che da causa corruttibile

nasce il tuo amore, e però poi lo effetto

incorrotto restar non è possibile.

Tu ami solo il suo leggiadro aspetto,

quale è cosa terrena e putrescibile,

e a quel che ha chiuso dentro il bianco petto

non hai risguardo, e è parte megliore

che infra gli umani sia e mai non more.

E se mirata con più acuto lume

l'avesti e il terren velo penetrato

e ne l'animo ogni abito e costume

de la tua amante ben considerato,

il stral che in cor te intrò fine a le piume,

forse sì in dentro non saria passato;

ma tu solo la scorza li mirasti,

né col giudizio tuo più avanti intrasti.

Oh quanti son, che sol la vaga effigie

aman de la sua donna, e l'alma poi

un spirto par de le paludi stigie!

Per questo quanto mal nasce fra noi!

Piglia lo esempio da le genti frigie,

Elena a' quai con i bei lumi soi

fece come far suole il Can celeste:

ben che sia chiara stella, influe peste –.