IV

By Antonio di Meglio

O sire Amor, nelle cui fiamme acceso

si diletta il mio cor, d'arder contento,

soccorri al gran pavento,

che già, mi fa tremar per ogni vena!

Aiutami, signor, perch'io mi sento

da tale oppressïon sì forte offeso

che tanto è grave il peso

ch'ogni altro è leve, e sol questo m'apena!

Quella vaga, gentil luce serena,

alla qual m'imponesti esser subietto,

sempre con ogni effetto,

onorando, seguii fedel servendo,

né da tal servitú partir mai intendo,

però che non potrei,

né, possendo, vorrei,

ch'ogni mio sommo bene in ciò comprendo;

né spero vita tanta glorïosa,

quant'esser servo a questa gentil Cosa.

Ma, lasso, qual sarà la vita mia,

poi che dal viso bel, che mi dà vita,

mi convien far partita

e gir contr'ogni mio voler lontano?

Già sento dentro al cor mortal ferita,

da poi che vuol chi così può che sia.

Ohimè, Fortuna ria,

quanti m'hai fatti spander prieghi invano!

Contro a te nullo val con stato umano.

Gir mi convien; tu hai vinta la pruova:

più contradir non giova,

onde men vo tapin, dolente a morte.

Ahi aspra, ahi cruda, ahi dispiatata sorte,

veder mio corpo gire

sanz'alma e non morire,

morte chiamando per men pena forte,

lei disïando avanti a sì noiosa

vita, lontan da questa bella Cosa!

Mie continue lagrime e lamenti,

mie profondi sospir, gemiti e pianti,

or fussi voi davanti,

in testimon della mia pena amara,

a quella bella ninfa, i cui sembianti

leggiadri, onesti, vaghi ed eccellenti

son! Miran gli elementi,

ché fiamme mi dan vita dolce e cara.

Per voi vedrebbe esperïenza chiara

quant'io l'amo e amai sempre con fede.

Perché non puossi, ab scede

per caso alcun doler com'io mi doglio;

io piango con ragione e così voglio

piangere infino al giorno

che qui farò ritorno,

né finerò già mai di far cordoglio,

finché l'alta presenzia e grazïosa

non rivedrò di questa gentil Cosa.

Or dunque, Amor, signor che vedi e sai

meglio assai ch'i' non so, né dir potrei

tutti gli affetti miei

della perfetta fé che a costei porto,

aiutami, ché puoi e sai e dei,

ch'io sempre la tua gloria predicai!

Per te sempre sperai

delle amorose passïon conforto;

non mi lasciare almen, signor, far torto

da chi per costei finge esser piagato

dallo stral tuo dorato

e' veri affetti tuoi falsando strazia,

schernendo or questa or quella, e piglia audazia

da sua propria beltate,

fondata in vanitate

per cui s'estima degno della grazia,

la qual s'aspetta a vera alma amorosa,

fedel, subietta alla perfetta Cosa.

Muova i fedeli amanti un giusto sdegno;

chiamin con meco a te, signor, vendetta

di così iniqua setta,

sì che con odio sia tenuto a vile

dalle donne gentil chi si diletta

commetter fraude in amoroso segno,

sì ch'el sia come degno

sempre in disgrazia d'ogni cor gentile.

Ed io ten priego quanto posso umìle

e più domando dal tuo sommo aiuto

che sia chiar conosciuto

s'io con fede amo e chi finge d'amare,

da quella cui son fermo d'adorare

ma' sempre, o signor mio,

ch'esserle poi in oblio

non temerò per questo allontanare.

Ma più tosto di me sarà pietosa,

udendo e miei lamenti e per che Cosa.

— E tu, mia canzonetta, a piè d'Amore,

pregando del mio aiuto, or ti rimani,

ch'io men vo in lochi strani,

ove Fortuna vuol, più sconsolato

che mai fusse alcun nato;

né meco porto altro disio nel core

che del tornar, né 'n ciò avrò mai posa,

se non riveggio la mia amata Cosa.